Còre, Pagina 26

Pagina (quasi) 26: Una stanza all’Einaudi

Se lavoro con i libri è tutta colpa dell’Einaudi. Fin da bambina sono stati quei volumi a formarmi. Per me Einaudi Scuola è stata la scuola. Ho letto tutto. Avevo un conto aperto alla libreria e i miei genitori a fine mese si beccavano delle salassate da capogiro; compravo quasi solo i libretti con la copertina pastello messi nell’esile teca bianca subito dopo la porta, pensavo che se avevano un espositore tutto per loro dovevano essere speciali, e infatti lo erano. Da bambina così ho letto Elsa Morante, Italo Calvino, Mario Lodi (quante infanzie ha toccato un libro come Cipì, ad esempio? Da Einaudi Scuola meriterebbero tutti una medaglia al valore, dico io.)

Da allora non ho mai passato più di un mese senza un libro Einaudi in mano. La mitizzazione consapevole è arrivata dopo un decennio di consunzione dei volumi, quando in adolescenza ho iniziato a guardare bene anche l’oggetto, la copertina bianca, il logo tra la copertina e il dorso (ricordo anche il libro preciso: era Esercizi di stile, il secondo libro letto del mio felicissimo periodo mangiaQueneau), la flessibilità del cartoncino che sembrava leggermente plastificato, con una pellicola – anche i tascabili Feltrinelli ce l’hanno, quello stesso anno iniziai a staccare la pellicola dalle copertine Feltrinelli con le unghie, i colori sul cartoncino diventavano flebili flebili e sulla plastica rimanevano il disegno e le scritte all’incontrario, le conservavo.

Ero al FLEP!, una festa dove c’erano tra le altre cose delle belle magliette da calcio con dietro scritto KAFKA o BOLAÑO. Naturalmente, appena ho visto quel libro tutto bianco sul banchetto, l’ho comprato subito. Il libro si chiama Una stanza all’Einaudi ed è una composizione di testimonianze di Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni, che all’Einaudi hanno lavorato tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80 come redattori. È un libro complesso, iconoclasta, realista. Entrambi i testimoni hanno la prosa netta, precisa e razionale che ho sempre riconosciuto in Levi e Calvino. Da interni alla casa editrice gli autori rivendicano l’importanza dell’esperienza einaudiana, pur sollevando legittimi dubbi – il caso Fofi, la crisi dell’83, le correnti politiche interne alla casa editrice e la precaria condizione economica superata spesso grazie alla storia personale di Einaudi sono solo alcune delle questioni toccate, in modo prudente ma deciso, a rendere una storia così importante nelle sue sfaccettature. Sul sito della casa editrice è riportata una bella intervista a Roberto Cerati che conferma sotterraneamente l’errore che si fa a mitizzare l’Einaudi come qualunque altra esperienza editoriale: l’azienda non si vede quando tieni in mano il libro, ma è fatta di smottamenti, personalismi, gerarchie a tratti rivoluzionari e a tratti scandalosi. È giusto che in un libro l’azienda non entri, per i lettori. È giusto anche che per gli addetti ai lavori o per chiunque abbia pensato a una casa editrice con le palpitazioni l’azienda entri nei libri, invece. La storia editoriale è preziosa per capire come si lavorava e come si può lavorare oggi, e per sapere che le età dell’oro sono invenzioni. La scienza umana non esiste e un’azienda umanista avrà sempre il suo modo e la sua misura. Così pare. Se così era l’Einaudi…

Questa non è la pagina 26, ma uno scambio di battute un po’ più avanti nel libro, il cui incipit mi ha colpita moltissimo perché Saibene solleva la mia visione della Einaudi di bambina, con orgoglio e affezione. Lo scambio successivo spiega bene il punto di vista degli autori. Detto questo, Una stanza all’Einaudi va letto, studiato e pensato bene. È un piccolo fondamentale di cui ogni parte è davvero importante. Soprattutto per noi che dei libri siamo talmente folli da viverci, o provare a farlo.

SAIBENE Mi pare che Davico Bonino utilizzi la parola «progetto» per definire l’esperienza einaudiana.

BARANELLI A me pare una parola un po’ troppo solenne e ideologica.

SAIBENE Io però sono un figlio della pedagogia einaudiana: Bruno Munari, Gianni Rodari, la trilogia di Calvino, le Letture per la scuola media e così via. Non so se sia un progetto, ma è un’idea pedagogica.

BARANELLI Questo è certo ed è un merito di Giulio Einaudi, dei suoi redattori e consulenti e di Roberto Cerati, che già nel 1945 lavorava a Milano per la casa editrice. L’insieme del catalogo è senza dubbio anche un esempio di pedagogia, ma la parola «progetto» non mi suona bene.

CIAFALONI Io direi «egemonia». Anche se è azzardato esprimere opinioni senza essere né testimoni né storici, direi che Giulio Einaudi, e molti della sua generazione e della sua classe sociale, pensassero di essere e restare classe dirigente stando dentro le cose, che possono piacere o non piacere, ma si possono influenzare dall’interno. Si può essere egemoni anche se si vive in un paese governato da una dittatura.

SAIBENE Una classe dirigente? O meglio un’unica classe dirigente?

CIAFALONI Cito un libro emblematico in questo senso: il Doppio diario di Giaime Pintor. Una generazione che poteva essere totalmente contro ma, al tempo stesso, interamente dentro.

BARANELLI Ma Leone Ginzburg era totalmente contro! Giaime Pintor è un esempio perfetto, ma il vero creatore della casa editrice è stato Leone Ginzburg.

CIAFALONI Ma Giulio Einaudi non si è fatto ammazzare! Questa è la differenza. Einaudi riusciva a essere e e, non o o. […] L’idea di Einaudi è stata quella di costruire un progetto culturale che passava attraverso i diversi regimi occupando tutti i possibili spazi, dal libro tirato in 2000 copie alle grandi opere, cercando di essere il sansôssi (lo spensierato) ma anche l’ufficialità.
[…] C’è un aneddoto che forse descrive bene Giulio Einaudi. Una volta passò da Torino Joan Robinson, di cui Einaudi aveva molti libri in lista d’attesa. Bisognava spiegarle perché non erano stati pubblicati; ed era ovvio che il compito toccasse, alla presenza di un benevolo Einaudi, a un redattore, cioè a me. Mentre parlavamo arrivò Gerlin, l’usciere, con una sola tazzina di caffè. Einaudi ne ordinò subito un’altra, ma intanto di chi era quel caffè che si freddava? Einaudi aveva voglia di quel caffè, ma Joan Robinson era ospite, era donna ed era uno dei più grandi economisti al mondo. Einaudi mi guardava ed esitava. Poi, mentre la Robinson parlava ed io cercavo di spiegare i ritardi, ammiccò, sorrise e bevve lui il caffè. In fondo, se non si trattava di crediti e di libri, era proprio un sansôssi.

Standard
Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, decima: «Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»

La mia immagine per la fine dei libri è sempre la stessa, è un ricordo che mi sono costruita in adolescenza: io, d’estate, che rimango ferma con il libro chiuso sulla pancia e cerco di ripercorrere mentalmente le ultime pagine pensando a che facevo durante le prime. Ovviamente ci sono state anche fini diverse, fini vicine agli inizi, come Bassotuba non c’è che lessi in un pomeriggio, stesa su un prato in primavera inoltrata, rosa dalla gelosia e con il bisogno forte di una voce amica come quella di Nori. (Che colpo abbiamo preso per Paolo Nori, caro come pochi, e quanto lo pensiamo ancora e sempre, non serve dire).

corcos4

Di tutte le fini, rimanere interdetta una volta spento (non chiuso: spento) Anna Karenina è stata una sensazione inedita e pazzesca. Mille pagine sono durate un mese e mezzo, nei ritagli di tempo e nei viaggi in treno, di notte e la mattina prestissimo, e sono scivolate veloci come non mi era mai successo coi mattoni russi. Di come il formato elettronico mi sia stato propizio in questo ho già parlato altrove, ma un’altra cosa che mi è stata utile dopo la fine sono i ritagli: rileggere le frasi che avevo evidenziato nel libro mi hanno riportata con precisione sorprendente ai momenti in cui le ho lette la prima volta, spesso e volentieri a letto o nel trenino per andare a lavoro. Per questa ragione non ho scritto pagine 26 ultimamente: stavo leggendo come sempre, ma una cosa lunghissima in cui le pagine non c’erano (ho anche pensato di calcolare dalla percentuale il numero di pagine, ma sono morta di noia ancora prima di iniziare). Ho pensato dunque che ora, che non ho più quell’opera gigante a farmi compagnia e sento una solitudine interiore fortissima, le frasi che mi hanno più colpita faranno la pagina 26.

corcos 5

Dovrei dire cosa ne penso, ma non credo di averne molta facoltà. È geniale e terribile, e tutti dovrebbero leggerlo e rifletterci molto (proprio come per l’affine Sonata a Kreutzer). Io penso che lo farò per i prossimi mesi e anni. Altro non riesco a dire; lasciamo parlare Leone.

“«Amare chi ti odia, sì; ma amare quelli che tu odi non si può! »”

“«Ho sentito che le donne amano certi uomini per i loro vizi», cominciò Anna «ma io lo odio per la sua virtù. Io non posso vivere con lui. Capiscimi, il suo aspetto ha un’azione fisica su di me, mi riduce fuori di me. Non posso, non posso vivere con lui. Cosa devo mai fare? Ero infelice e pensavo che non si potesse essere più infelici, ma lo stato orribile che sperimento adesso non potevo immaginarmelo. Ci credi che io, sapendo che egli è buono, ottimo, che io non valgo una sua unghia, tuttavia lo odio? Lo odio per la sua magnanimità. E non mi rimane nulla, eccetto…»”

“La bella balia, che serviva da modello a Vrònskij per la testa d’un suo quadro, era l’unico dolore segreto nella vita di Anna. Vrònskij, dipingendola, ammirava la sua bellezza e medievalità, e Anna non osava confessarsi che aveva paura di essere gelosa di quella balia, e perciò carezzava e viziava particolarmente e lei, e il suo piccolo figlio.”

“Non si può proibire a un uomo di farsi una gran bambola di cera e baciarla. Ma se quest’uomo con la bambola venisse e si sedesse dinanzi a un innamorato e si ponesse a carezzare la sua bambola, come l’innamorato carezza colei che ama, all’innamorato questo dispiacerebbe.”

“La contessa Lìdija Ivànovna aveva cessato da lungo tempo di essere innamorata del marito, ma da allora non aveva mai cessato d’essere innamorata di qualcuno. Le accadeva d’essere innamorata di parecchi insieme, e di uomini, e di donne; le accadeva d’essere innamorata di tutte le persone che si distinguevano in qualche modo. Era stata innamorata di tutte le nuove principesse e dei principi che s’imparentavano con la famiglia dello zar; era stata innamorata d’un metropolita, di un suffraganeo e di un prete; era stata innamorata d’un giornalista, di tre slavi, di Komisàrov; d’un ministro, d’un dottore, d’un missionario inglese e di Karénin.”

“«Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»”

“«No, lo sento e particolarmente adesso: tu sei colpevole se le cose non vanno come vorrei. Lavoro così, alla leggera. Se potessi amare tutta quest’opera come amo te… invece negli ultimi tempi faccio tutto come una lezione assegnata.»”

“«L’uomo deve essere virile» disse Oblònskij, aprendo il portone.
«Cioè cosa, andare a fare la corte alle campagnole?» domandò Lévin.
«E perché non farlo, se è una cosa allegra? Ça ne tire pas à conséquence. Mia moglie per questo non starà peggio, e io mi divertirò. La cosa principale è conservare il sacrario della casa, che in casa non ci sia nulla. E le mani non te le legare.»”

“Come in generale non di rado le donne irreprensibilmente morali, stanche dell’uniformità della vita morale, ella da lontano non solo scusava l’amore colpevole, ma l’invidiava perfino.”

“«N’est-ce pas immoral? » essa disse soltanto, dopo essere stata un poco zitta.
«Perché? Pensa, io ho la scelta fra le due: o essere incinta, cioè malata, o essere l’amico, il compagno di mio marito» disse Anna, con un tono scientemente superficiale e leggero.”

“Un sentimento tormentoso, simile a quella stizzosa impotenza che provi in sogno quando vuoi usare la forza fisica.”

corcos3

Standard
Berta filava, Matto e disperatissimo, Pagina 26, Rumore, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Pagina 26, settima: i Cure erano un gruppo allegro

Quando Nanni Moretti era molto giovane e aveva appena girato Ecce bombo, ovvero il capolavoro per cui ogni persona ragionevole dovrebbe dichiararsi fieramente morettiana in barba a chi tira fuori Habemus papam e la spocchia del regista, rilasciò un’intervista in cui diceva più o meno che non voleva che il suo film facesse immedesimare la gente. Che l’immedesimazione non è un valore, e anzi è una cosa il più delle volte tragicomica: te la vedi la vecchia che quando esce dal film di Bergman dice «quant’è stato emozionante, come me sò immedesimata signora mia, che sensibilità sopraffina quer regista cor nome strano»?
(Nanni Moretti, per chiarire da che parte sto, può permettersi tutta la spocchia del mondo dopo aver partorito «
faccio cose vedo gente» e «va beene, ciao» e «ma se io mi suicidassi?»)
Quello che il regista suggeriva a tutti era di dirsi le frasi in testa prima di farle uscire, e valutare l’ironia involontaria in esse contenute. Non per dire a tutti che fanno ride, ma per far capire che l’ironia è una bella arma se la riconosci, altrimenti ti si ritorce contro.


Prima di parlare di Sofia si veste sempre di nero, il primo romanzo di Paolo Cognetti per cui l’attesa è stata lunga ed emozionante, vorrei specificare che ho diversi aspetti in comune con la protagonista. Non ho la prosopopea di accollarmi il carisma naturale che Sofia emana in ogni pagina del romanzo, ma questa ragazza passa una vita per molti versi simili alla mia: padre malato, mutismo e sensazione di incomunicabilità, lutto, problemi alimentari, emarginazione volontaria. Sono tutte questioni difficili e delicate su cui sovente faccio un umorismo che può sembrare greve. Alcuni problemi non passano e quindi smettono di essere problemi, diventano parti del carattere che a volte emergono e a volte no, e diventare adulti a mio parere è capire che non puoi farli emergere con tutti, e non allo stesso modo: se lo fai diventi una macchietta e fai ridere anche se non vuoi. Certo non facevo ridere i miei amici quando ho perso cinque chili in pochi giorni, di notte sognavo la parola sottopeso e andavo a dormire privandomi della cena dopo aver pranzato con un pezzo di pane secco, ma poi le cose sono cambiate. L’anoressia serve a richiamare l’attenzione su un problema, e a rassicurarsi di poter controllare ogni cosa. In quel momento mi serviva. Allora non l’avrei mai ammesso perché speravo che il mio corpo facesse capire che avevo alle spalle cose troppo pesanti da sopportare per mangiare e altre cose drammatiche di questo tenore, ma ora che ci sono lontana posso dire che mi ha fatto capire diverse cose, a cominciare dal fatto che mangiare è giusto. Ho avuto problemi alimentari, ma d’altronde chi non.

(E poi scusate: sarà la fase storica, sarà la 40 che diventa 38 che diventa 36, sarà La solitudine dei numeri primi, ma da un po’ come ti giri vedi solo Twiggy disturbate. Con questo non voglio dire che mi stanno simpatiche le culone, dio me ne scampi da queste squadre inutili. Un bel gruppo accusato da tutti, come tutti, di spocchiosità, ha messo in un suo pezzo la frase: «anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche che si occupano di moda».)

Tutto questo enorme preambolo per dire che Sofia si veste sempre di nero non mi ha colpita come mi aspettavo, anche se con lei mi ci potevo immedesimare. Il romanzo ricrea la vita di Sofia attraverso diversi punti di vista in diversi periodi, e questo comporta che Sofia sia la protagonista, ma che insieme venga vista come di sbieco in tutto il romanzo. Questa è cosa buona e giusta, come è coinvolgente lo stile del Cognetti che non è sicuramente l’ultimo arrivato — anche se la paratassi a tutti i costi inizia ad annoiarmi. Quello che non mi ha convinto nel libro sta tutto nel mio enorme preambolo: alcune cose mi sono parse psicologismi da macchietta, come vestirsi sempre di nero, il nervoso chain-smoking, l’anoressia, recitare per prendere a prestito le vite altrui. Non ci sono storie ovvie nella misura in cui si può raccontare tutto in modo non ovvio, e in alcune parti la storia di Sofia ha una pasta genuina, vera. Forse è anche per questo che ho sentito molto forti le cadute, ad esempio nel calibrare poco la voce dei personaggi con quella dell’autore. Ho chiuso il libro pensando che dire Sofia si veste sempre di nero è come dire che i Cure sono un gruppo dark: è una frase un po’ paracula, e forse al posto di dire proprio questa si poteva fare una battuta, e usare un’arma che non si pensava di avere, cambiando le carte in tavola.

Sofia si veste sempre di nero, pagina 26: il tumore raccontato a mia figlia
In un altro ricordo Sofia è con sua madre nella vasca da bagno. È seduta alle sue spalle e le strofina la schiena con un guanto ruvido, e intanto Rossana le racconta della visita di oggi in ospedale.
«Cioè», dice Sofia, passando il sapone sul guanto per fare ancora un po’ di schiuma, «non le danno più le medicine?»
«Le medicine che le davano prima erano come un veleno», spiega Rossana. «Servivano a colpire il tumore, però intanto facevano male anche a lei. Ora che non le prende più si sente meglio.»
«Vuol dire che sta guarendo?», chiede Sofia, anche se ha capito benissimo che l’interruzione della chemioterapia vuol dire tutto il contrario. Ma a volte sfrutta i suoi otto anni per ottenere effetti come questo: vedere le spalle di sua madre irrigidirsi, le costole che si dilatano in un sospiro. È curiosa di sapere come le risponderà.
Una notte d’agosto si sveglia sotto un temporale. Non ha mai sentito piovere così forte. A Milano la sua stanza aveva i vetri doppi, un appartamento sopra la testa e un altro sotto i piedi, e anche il temporale era un rumore che si poteva chiudere fuori, come gli allarmi delle automobili e le sirene delle ambulanze. Qui invece i tuoni fanno tremare le finestre. Il vento si infila nei tubi delle grondaie producendo una specie di ululato. La casa intera sembra una barriera che basta appena, e da un momento all’altro potrebbe non bastare più.
Eppure Sofia scopre di non avere paura. Appena ci si abitua, il rumore del temporale comincia a tenerle compagnia.

Standard
Berta filava, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, quinta: tu stare male non sai cosa vuol dire

«E, dimmi, hai passato tutto questo… Da sola?»
«Ma io non sono sola. C’è la mia famiglia, le persone vicino a me.»
«No, intendo… Non sei mai andata da qualcuno? Non ti sei mai fatta aiutare da qualcuno?»
«Mi stai chiedendo se sono andata in analisi? »
«Eh… sai, è che penso che in un momento così terribile… sì.»
«No, non ci sono mai andata. Il mio problema, se ne vogliamo trovare uno, è che le persone muoiono. Non penso che un analista mi possa dire che non è così.»
«Ma se soffochi quello che senti potresti un giorno pagarne le conseguenze, un po’ come una persona che si ferisce a un piede, trascura la cosa e anni dopo si trova ad avere la schiena storta.»
«Non ci si deve curare dal dolore. Il dubbio non è una cosa sbagliata. Nessuno mi può togliere il lutto, nessuno mi può togliere il dolore, ed è giusto così. Perché dovrei avere la schiena dritta? Non m’interessa avere la schiena dritta o curarmi il piede se a farlo è qualcun altro. Avrò la schiena storta che la mia vita mi ha dato se non riuscirò a raddrizzarla con le mie azioni e i miei pensieri. E quelli di chi mi è vicino davvero.»

Il tempo non è lineare, l’evoluzione è un concetto frainteso. Con il tempo ho iniziato a comportarmi come la macchietta addolorata che gli altri si aspettavano. Se prima ero più forte – scorticata dagli eventi ma forte nel sapere, nel sentire, la fortuna che avevo avuto – poi ho perso di vista mio padre come persona, la mia famiglia come persone, e per un periodo ho messo una coperta nera su tutto. Se prima rifiutavo l’idea di trauma, per un po’ tutto ha ruotato attorno al trauma. Soprattutto la scrittura. Scrivevo solo della morte di mio padre. E scrivevo male. Ma nessuno si sentiva in grado di dirmelo: ero traumatizzata!

Quodlibet è la casa editrice di cui mi fido sempre, in ogni caso. Il primo libro loro a diventare anche mio è stato Un artista del digiuno di Kafka, un libro così incredibile che ne ho parlato anche a proposito di altri libri, perché ogni capolavoro è un sasso gettato in uno stagno. Poi ne sono arrivati tanti altri, fino a Senza trauma, che ho finito di leggere stamattina e il cui titolo per me era stato un campanello, una freccia. Un saggio sulla scrittura dell’estremo, la necessità di trauma a tutti i costi, che si declina in due tendenze: la letteratura di genere, in cui il narratore è ipertrofico e conosce i meccanismi intimi di un mondo marcio; e l’autofiction, in cui il narratore non si capacita del senso delle cose più semplici attorno a lui. In entrambi i casi c’è stato uno scoppio, uno sconvolgimento, un trauma: anche solo quello dell’esistenza. Ma come fa un trauma ad essere diffuso?

Questo saggio è prezioso perché non ha un atteggiamento valoriale rispetto alle numerose opere affrontate: in questo, secondo lo stesso Daniele Giglioli che ho iniziato a leggere e apprezzare su «La lettura», non si tratta di critica letteraria in senso stretto. L’idea di fondo è la comprensione di una tendenza non tanto letteraria, quanto esistenziale, che permea anche la forma del romanzo oggi. Da un lato Scurati, Genna, Ammaniti; dall’altro Saviano, Siti, Moresco: autori con stili, generi, argomenti diversi, tutti accomunati dall’idea di una sconfitta iniziale, uno scossone come big bang dell’esperienza e della narrazione, un trauma senza il quale l’esistenza non può svolgersi.

Penso sia auspicabile, per l’umanità, esercitarsi a collegare la parola “trauma” all’immagine di un ginocchio sbucciato.

Senza trauma, pagina 26: letteratura di genere VS autofiction

Le strategie possono essere molteplici, a volte implicite, non sempre necessariamente consapevoli. Ne seguiremo due, in apparenza opposte, in realtà complementari. Partono entrambe dallo stesso presupposto: né la realtà inservibile né il Reale indicibile possono essere guardati in faccia, come il sole e la morte di La Rochefoucauld. È necessaria una tattica di aggiramento, una sorta di manovra a tenaglia. Da una parte il recupero della letteratura cosiddetta “di genere”: giallo, noir, fantascienza, romanzo storico, e le loro mescolanze. Dall’altra la nebulosa dai contorni incerti che viene ormai comunemente denominata autofinzione (e le forme miste, ibride, a essa affini come il memoir, il reportage d’autore, il saggio a dominante narrativa).
Perché queste forme e non altre? Intanto perché la grande fortuna editoriale di cui godono indica che rispondono a un bisogno diffuso, profondo e condiviso. E poi perché nell’immagine dell’una si possono cogliere con esattezza speculare i tratti fisiognomici dell’altra. Nascono gemelle. L’assunto da cui muovono è il medesimo: la difficile rappresentabilità dell’esperienza. Il “genere” risponde accettando frontalmente la sfida di calarsi nella finzionalità più scoperta: ne espone i contrassegni, ne rivendica la struttura formulaica, ne espone orgogliosamente la struttura e la tematica stereotipa. L’autofinzione incunea invece una pretesa di autenticità (il nome proprio dell’autore come protagonista e responsabile delle vicende e dei pensieri narrati) all’interno di una compagine testuale che rivendica però il diritto all’invenzione. La realtà è autenticata dal nome proprio; il nome proprio è travisato dalla fiction; la fiction destituisce la realtà.
La stessa frontiera è attraversata in senso inverso. I romanzi di genere che prenderemo in esame ambiscono a proporsi, sotto il velo della finzione, come una vera e propria contro storia dell’Italia contemporanea, raccontata attraverso il ricorso sistematico a quella tematica del segreto, del mistero, del tradimento e del retroscena che è il primo articolo in carta costituzionale della narrativa di genere. La fiction pretende di svelare una verità che i metodi di conoscenza ad essa ordinariamente applicati (storia, sociologia, filosofia, riflessione politica) non riescono ad afferrare. L’autofinzione segue la via opposta. All’interno della vita vera del suo autore, introduce quell’instabilità categoriale che si determina quando il nesso tra realtà e finzione si fa evanescente, nella convinzione che quel nesso è già a tal punto intaccato nella vita reale da poter essere colto solo attraverso una sorta di magia omeopatica.

Standard
Còre, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, terza: Cammino cammino cammino cammino

L’esame che ho dato prima dell’estate era sulle lingue utopiche, ovvero tutte le invenzioni letterarie di una lingua perfetta, comprensibile da tutti, che annullasse le diversità e annientasse la polisemia madre delle incomprensioni. Era curioso notare come cartesiani ed empiristi si dessero battaglia anche su questo argomento, come i libertini (Casanova compreso, o anche Psalmanazar) inventassero mondi paralleli per stuzzicare quello esistente e come la scia di queste invenzioni arrivasse fino ad oggi, con dizionari raccolti in rete di Paesi inventati uniti da una lingua raziocinante. Per un periodo si è creduto che una lingua universale dovesse avere una componente tonale, e che quindi il canto potesse superare le barriere delle lingue tradizionali. Allo stesso tempo la mnemotecnica dei loci — ricordare grazie alle cose che si vedono mentre si cammina — tornava continuamente nel saggio che ho studiato, che s’intitolava appunto Le lingue utopiche.  In due parole: camminare cantando, ecco come conoscere la realtà. 
Ne parlavo con mio cugino Felice, due giorni prima di dare l’esame, e lui mi ha parlato di un libro di Chatwin, Le vie dei canti, spiegandomi che l’aspetto centrale di questa indagine sugli aborigeni australiani  era il canto rituale. Ogni aborigeno appartenente a un clan (o Sogno) percorreva la Via del Canto dei suoi antenati: cantando riconosceva il territorio e insieme si dichiarava appartenente al suo clan. Il walkabout era un modo per conoscere sé e la terra attorno a sé. Gli aborigeni si scontrano, nel libro, con il mondo moderno e con una questione delicata: la costruzione di una ferrovia, che potrebbe sconvolgere le Vie dei Canti tramandate millenariamente.

È la prima volta che leggo Chatwin. Mi hanno colpita i dialoghi così realistici, e come l’autore non risparmi nulla sulla realtà miserevole degli aborigeni marginalizzati in quello che prima era il loro mondo: l’alcolismo, la disperazione e la rissosità sono all’ordine del giorno, insieme a un’avversione istintiva per i bianchi non iniziati che vorrebbero carpire i segreti del mondo aborigeno — Chatwin per primo. L’autore si trova spesso a rischiare grosso, come quando confida a un aborigeno di sapere cosa sia una tavoletta rituale (la tjuringa) perché ne ha visto un esemplare al British Museum: l’aborigeno minaccia lo scrittore di ucciderlo con una lancia, perché solo agli iniziati è dato vedere qualcosa di così importante. Per fortuna nel viaggio in questa Australia rituale Chatwin ha il suo Virgilio, Arkady, un esperto di Vie dei Canti che ha il difficile compito di mediare tra la società bianca e quella aborigena nella querelle sulla costruzione della ferrovia.

 

Ci sono anche alcune cose che mi lasciano tiepida rispetto a questo libro. Credo di non essere fatta per i romanzi di viaggio: se mi affascina l’atmosfera di un luogo lontano descritto da un suo abitante, la parole di stupore di fronte a paesaggi nuovi mi fanno inevitabilmente pensare alle diapositive e ai racconti mitologici di quelli che tornano dalle vacanze ai Caraibi, che finiscono sempre per fare la figura dei coatti. Ah sì, hai mangiato il mango dopo averlo tagliato con il machete? E ’sticazzi dove li metti?
Ho letto che nemmeno agli aborigeni è troppo piaciuto il romanzo di Chatwin, che è stato accusato di aver modificato i fatti a suo piacimento per adattarli meglio alla sua teoria del nomadismo come archetipo umano. Va detto però che Chatwin ha passato la sua breve vita in viaggio:  non stiamo parlando del medico che passa quattro mesi l’anno in Argentina, e il mio fastidio è del tutto irrazionale. Invece un aspetto lodevole di questo libro, che almeno per me è la cosa più coinvolgente, è la sua forma mista. Le vie dei canti è un saggio, un’autobiografia, un romanzo. Anche l’argomento dei canti, per la forma in cui viene calato e per sua natura, assume sfumature molteplici: antropologiche, mistiche, archetipiche — proprio come la mnemotecnica dei loci, in epoca rinascimentale, faceva parte della tradizione ermetica, con tutte le suggestioni a essa correlate.
Siccome quando ho cercato una foto di Chatwin ho pensato «Cazzo! Sto leggendo un libro scritto da Sting!», penso sia giusto introdurre questa pagina 26 con una canzone dei Police.

Le vie dei canti, pagina 26: Arkady spiega a Chatwin cos’è un canto e la questione della ferrovia.

« Un canto » disse « faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre trovare la strada ».
« E un uomo in 
walkabout si spostava seguendo sempre una Via del Canto? ».
« Ai vecchi tempi sì » assentì. « Oggi viaggia in treno o in automobile ».
« E se l’uomo deviava dalla sua Via? ».
« Sconfinava. La trasgressione poteva costargli un colpo di lancia ».
« E finché restava sulla pista, invece, trovava sempre persone con il suo stesso Sogno? Che erano, di fatto, suoi fratelli? ».
« Sì ».
« Dai quali poteva aspettarsi ospitalità? ».
« E viceversa ».
« Perciò il canto è una specie di passaporto e insieme di buono-pasto? ».
« Anche qui è più complicato ».
L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee — un intrico di percorsi dove ogni « episodio » è leggibile in termini geologici.
« Con
episodiointendi luogo sacro? » gli domandai.
« Esatto ».
« Luoghi come quelli di cui stai facendo la mappa per la ferrovia? »
« Mettiamola così » rispose. « Ovunque nel 
bush puoi indicare un elemento del paesaggio e domandare all’aborigeno che è con te: Che storia c’è là?, oppure: Chi è quello?. E lui probabilmente ti risponderà: “Canguro o “Budgerigar o Lucertola, secondo l’antenato che passò di lì ».
« E la distanza tra due luoghi del genere si può misurare come un brano musicale? ».
« Questa » disse Arkady « è la fonte di tutti i miei guai con la ferrovia ».
Un conto era persuadere un ispettore che un mucchio di sassi erano le uova del Serpente Arcobaleno o che un monticello di arenaria rossiccia era il fegato di un canguro ucciso da una lancia, un conto era convincerlo che una vuota distesa di pietrisco era l’equivalente musicale dell’opera 111 di Beethoven.

Standard
Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, seconda: Fondamenta degli Incurabili

Non so quale rapporto abbiate con i cimiteri. Io mi ci trovo bene, e quando visito una città nuova vado anche al camposanto (sì, sono l’anima della festa). Uno dei cimiteri che amo di più al mondo, e che consiglio anche a chi trova lugubri gli ossari, è l’isola di San Michele a Venezia. Ho punteggiato i miei quattro anni in laguna con molte visite al cimitero sull’acqua. Per arrivare a San Michele bisogna percorrere Venezia puntando a nord e prendere il vaporetto a Fondamenta Nuove, una zona enigmatica nelle sere invernali e di cristallo accecante nei giorni freddi. Il biglietto costa cinquanta centesimi, perché andare al cimitero è un servizio democratico come la morte. Una volta che il vaporetto sarà partito, in mezzo all’acqua noterete una statua con Dante e Virgilio che punta verso la vostra destinazione. Poi una zattera enorme fatta di marmo bianco e milioni di mattoncini rossi, e piccoli archi compatti, fatti per contenere il silenzio di chi dorme. Si entra e non ci si crede. Si cammina tra personaggi illustri e illustri sconosciuti che hanno avuto il lusso di vivere a Venezia, o di essere lagunari ad honorem.

Con alcune persone ci si rincorre per anni. È sconcertante conoscere qualcuno che frequenta i vostri stessi posti o i vostri amici da tanto tempo, e capire che non avete incontrato prima quella persona per dei casi assurdi: ci si sente in un film macchinato al millimetro, in un mondo piccolo ma dotato di una grazia più intelligente di noi. Con Iosif Brodskij è andata così. Mia madre leggeva le sue poesie quando ero un’adolescente rissosa che odiava i versi, la prendevo in giro per come declamava i componimenti di quel russo. Poi sono finita a Venezia, e la Fondamenta degli Incurabili che lui ha usato come titolo l’ho percorsa molte volte. Ricordo una mattina in cui avevo molti pensieri, e l’ho fatta avanti e indietro senza requie. Era gennaio, l’aria era fredda e l’acqua scrosciava al mio fianco. Potevo vedere la Giudecca con sopra casa mia. Ho lasciato che i crucci mi calassero nei polpacci, per poi vagabondare nella zona del Guggenheim, fare il ponte dell’Accademia e bermi finalmente un caffettino dall’altra parte del canale.

So che è supponente dire che un premio Nobel è un tipo sveglio, ma leggendo Fondamenta degli Incurabili la prima cosa a colpirmi è stata l’acume di Brodskij: quello che porta un uomo a dire che Venezia non è la città delle ombre, ma delle gambe stanche e del dormire senza dubbi sul cuore la sera. Potessi, abbraccerei Iosif e lo inviterei a bere un’ombra con me alla Rivetta: leggendo le sue parole vedo un uomo con molte voci, tutte vere, delizioso nonostante l’abisso che in altri momenti riesce a sondare, come una bricola conficcata nell’acqua. Potessi, tornerei a San Michele ora e farei più attenzione: con tutte le volte che ci sono stata, non ho mai fatto caso alla sua lapide. Gli lascerei un fiore, mi bacerei la mano e accarezzerei il marmo. Caro Iosif, mi dispiace di averti rifiutato all’inizio, ma sono felice di averti incontrato ora. Di aver seguito i tuoi passi in quella mattina piena di dubbi, e in tanti altri giorni in cui ho visto il tuo profilo irregolare scolpito nel marmo, e ho pensato che sembrava un po’ a quello di Marlon Brando, e mi è venuto da ridere.

Fondamenta degli incurabili, pagina 26: Venezia è un teatro impietoso.

A Venezia i bipedi diventano quadrumani, non possono fare a meno di comprare e di vestirsi. È una frenesia che non ha molto a che vedere con ragioni pratiche; è una risposta alla sfida della città. Tutti coviamo sospetti d’ogni genere sui punti deboli del nostro aspetto fisico, sull’imperfezione della nostra fisionomia. Ciò che vediamo in questa città, a ogni passo, a ogni curva, angolo, vicolo, aggrava in noi complessi e insicurezze. Ecco perché un individuo — specialmente le donne, ma anche gli uomini — non fa in tempo ad arrivare e già ha un piede in un negozio; con uno spirito di rivincita, direi. La bellezza circostante è tale che quasi subito si è presi da una voglia assolutamente incoerente, animalesca, di tenerle testa, di mettersi alla pari. La vanità non c’entra, e neppure la naturale sovrabbondanza di specchi, tra i quali il più importante è l’acqua stessa. Molto semplicemente, la città dispensa ai bipedi in arrivo la nozione di una superiorità estetica, una nozione che manca nelle loro tane d’origine, nel loro ambiente abituale. Ecco perché qui svolazzano tante pellicce, tanto camoscio, seta, lino, lana, tante stoffe d’ogni genere. Poi, quando tornano a casa, i bipedi guardano sbigottiti ciò che hanno comprato, sapendo benissimo che là, dalle loro parti, non c’è un posto in cui possano esibire il contenuto delle loro valigie senza scandalizzare i passanti.

Standard