Còre, Pagina 26

Pagina (quasi) 26: Una stanza all’Einaudi

Se lavoro con i libri è tutta colpa dell’Einaudi. Fin da bambina sono stati quei volumi a formarmi. Per me Einaudi Scuola è stata la scuola. Ho letto tutto. Avevo un conto aperto alla libreria e i miei genitori a fine mese si beccavano delle salassate da capogiro; compravo quasi solo i libretti con la copertina pastello messi nell’esile teca bianca subito dopo la porta, pensavo che se avevano un espositore tutto per loro dovevano essere speciali, e infatti lo erano. Da bambina così ho letto Elsa Morante, Italo Calvino, Mario Lodi (quante infanzie ha toccato un libro come Cipì, ad esempio? Da Einaudi Scuola meriterebbero tutti una medaglia al valore, dico io.)

Da allora non ho mai passato più di un mese senza un libro Einaudi in mano. La mitizzazione consapevole è arrivata dopo un decennio di consunzione dei volumi, quando in adolescenza ho iniziato a guardare bene anche l’oggetto, la copertina bianca, il logo tra la copertina e il dorso (ricordo anche il libro preciso: era Esercizi di stile, il secondo libro letto del mio felicissimo periodo mangiaQueneau), la flessibilità del cartoncino che sembrava leggermente plastificato, con una pellicola – anche i tascabili Feltrinelli ce l’hanno, quello stesso anno iniziai a staccare la pellicola dalle copertine Feltrinelli con le unghie, i colori sul cartoncino diventavano flebili flebili e sulla plastica rimanevano il disegno e le scritte all’incontrario, le conservavo.

Ero al FLEP!, una festa dove c’erano tra le altre cose delle belle magliette da calcio con dietro scritto KAFKA o BOLAÑO. Naturalmente, appena ho visto quel libro tutto bianco sul banchetto, l’ho comprato subito. Il libro si chiama Una stanza all’Einaudi ed è una composizione di testimonianze di Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni, che all’Einaudi hanno lavorato tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80 come redattori. È un libro complesso, iconoclasta, realista. Entrambi i testimoni hanno la prosa netta, precisa e razionale che ho sempre riconosciuto in Levi e Calvino. Da interni alla casa editrice gli autori rivendicano l’importanza dell’esperienza einaudiana, pur sollevando legittimi dubbi – il caso Fofi, la crisi dell’83, le correnti politiche interne alla casa editrice e la precaria condizione economica superata spesso grazie alla storia personale di Einaudi sono solo alcune delle questioni toccate, in modo prudente ma deciso, a rendere una storia così importante nelle sue sfaccettature. Sul sito della casa editrice è riportata una bella intervista a Roberto Cerati che conferma sotterraneamente l’errore che si fa a mitizzare l’Einaudi come qualunque altra esperienza editoriale: l’azienda non si vede quando tieni in mano il libro, ma è fatta di smottamenti, personalismi, gerarchie a tratti rivoluzionari e a tratti scandalosi. È giusto che in un libro l’azienda non entri, per i lettori. È giusto anche che per gli addetti ai lavori o per chiunque abbia pensato a una casa editrice con le palpitazioni l’azienda entri nei libri, invece. La storia editoriale è preziosa per capire come si lavorava e come si può lavorare oggi, e per sapere che le età dell’oro sono invenzioni. La scienza umana non esiste e un’azienda umanista avrà sempre il suo modo e la sua misura. Così pare. Se così era l’Einaudi…

Questa non è la pagina 26, ma uno scambio di battute un po’ più avanti nel libro, il cui incipit mi ha colpita moltissimo perché Saibene solleva la mia visione della Einaudi di bambina, con orgoglio e affezione. Lo scambio successivo spiega bene il punto di vista degli autori. Detto questo, Una stanza all’Einaudi va letto, studiato e pensato bene. È un piccolo fondamentale di cui ogni parte è davvero importante. Soprattutto per noi che dei libri siamo talmente folli da viverci, o provare a farlo.

SAIBENE Mi pare che Davico Bonino utilizzi la parola «progetto» per definire l’esperienza einaudiana.

BARANELLI A me pare una parola un po’ troppo solenne e ideologica.

SAIBENE Io però sono un figlio della pedagogia einaudiana: Bruno Munari, Gianni Rodari, la trilogia di Calvino, le Letture per la scuola media e così via. Non so se sia un progetto, ma è un’idea pedagogica.

BARANELLI Questo è certo ed è un merito di Giulio Einaudi, dei suoi redattori e consulenti e di Roberto Cerati, che già nel 1945 lavorava a Milano per la casa editrice. L’insieme del catalogo è senza dubbio anche un esempio di pedagogia, ma la parola «progetto» non mi suona bene.

CIAFALONI Io direi «egemonia». Anche se è azzardato esprimere opinioni senza essere né testimoni né storici, direi che Giulio Einaudi, e molti della sua generazione e della sua classe sociale, pensassero di essere e restare classe dirigente stando dentro le cose, che possono piacere o non piacere, ma si possono influenzare dall’interno. Si può essere egemoni anche se si vive in un paese governato da una dittatura.

SAIBENE Una classe dirigente? O meglio un’unica classe dirigente?

CIAFALONI Cito un libro emblematico in questo senso: il Doppio diario di Giaime Pintor. Una generazione che poteva essere totalmente contro ma, al tempo stesso, interamente dentro.

BARANELLI Ma Leone Ginzburg era totalmente contro! Giaime Pintor è un esempio perfetto, ma il vero creatore della casa editrice è stato Leone Ginzburg.

CIAFALONI Ma Giulio Einaudi non si è fatto ammazzare! Questa è la differenza. Einaudi riusciva a essere e e, non o o. […] L’idea di Einaudi è stata quella di costruire un progetto culturale che passava attraverso i diversi regimi occupando tutti i possibili spazi, dal libro tirato in 2000 copie alle grandi opere, cercando di essere il sansôssi (lo spensierato) ma anche l’ufficialità.
[…] C’è un aneddoto che forse descrive bene Giulio Einaudi. Una volta passò da Torino Joan Robinson, di cui Einaudi aveva molti libri in lista d’attesa. Bisognava spiegarle perché non erano stati pubblicati; ed era ovvio che il compito toccasse, alla presenza di un benevolo Einaudi, a un redattore, cioè a me. Mentre parlavamo arrivò Gerlin, l’usciere, con una sola tazzina di caffè. Einaudi ne ordinò subito un’altra, ma intanto di chi era quel caffè che si freddava? Einaudi aveva voglia di quel caffè, ma Joan Robinson era ospite, era donna ed era uno dei più grandi economisti al mondo. Einaudi mi guardava ed esitava. Poi, mentre la Robinson parlava ed io cercavo di spiegare i ritardi, ammiccò, sorrise e bevve lui il caffè. In fondo, se non si trattava di crediti e di libri, era proprio un sansôssi.

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Còre, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, nona: L’Onnipotente gettò un’occhiata

Oggi non sto tanto bene, mi sento come quando alle elementari non andavo a scuola e restavo deboluccia tutta la giornata. Ho recuperato la notte in bianco dormendo tutta la mattina, e poi ho sentito fame di comfort food per la pancia in subbuglio e per la testa annebbiata. Le verdurine bollite con il pane sono venute da sé, e poi ho preso in mano il libro che tengo in bella vista sugli scaffali, lasciando da parte I demoni e La vita agra – quando penso a tutti i classici che mi mancano mi sento felice, piccola e stupida insieme, e mi prende la vertigine della vita troppo breve per le troppe cose indispensabili da leggere, e va sempre a finire che inizio tanti libri importanti insieme, e uno vince sugli altri, e ricomincia la vertigine iniziale.

Il libro che tengo sempre in bella vista sullo scaffale è Il colombre di Dino Buzzati. C’è poco da dire: Buzzati è per me una colonna portante. È un autore infuso di sobrietà e precisione inconfondibili, creatore di quello che mi piace chiamare realismo onirico (più che magico). Se esistono molti romanzi di formazione, Il deserto dei tartari è stato per me il romanzo formativo, ovvero quello che più di tutti gli altri mi ha spinto a diventare adulta, o provare a esserlo: non scherzo quando dico che per me il mondo si divide in chi ha capito Il deserto dei tartari e chi dice che è un libro in cui non succede nulla.

Quando ero molto piccola ho iniziato a leggere Gianni Rodari, che ha accompagnato la mia infanzia rendendola felice come poche. Ricordo che chiedevo sempre a mio padre di portarmi a conoscere Rodari. Me lo immaginavo come un uomo grosso, con gli occhiali, panciuto e con una risata fragorosa – una specie di Babbo Natale in borghese. Papà non riusciva a dirmi che Rodari era morto, e così mi rispondeva sempre che un giorno ci saremmo andati di certo, a conoscerlo. Allora incalzavo chiedendogli dove abitava, e secondo lui cosa faceva tutto il giorno, se scriveva, se camminava nei parchi, se faceva anche qualcos’altro. Sotto sotto pensavo che Rodari, come mio padre e come tutti i padri del mondo, di giorno andasse a lavorare, e non so come mai lo immaginavo come un industriale.


                               

Ho visto una fotografia di Rodari per la prima volta un paio di anni fa: sono rimasta colpita da quanto fosse piccolino, con quel naso ingombrante e il sopracciglio sempre un po’ alzato. Si somigliano un po’, come tipi umani, Buzzati e Rodari: anche Dino era minuto e con i lineamenti duri, le rughe, la canappia. Solo ora, scrivendo questo brano, mi rendo conto con chiarezza che Buzzati ha continuato a raccontarmi le storie che da bambina mi narrava Rodari, e con un po’ di commozione penso che forse è per questo che Il deserto dei tartari era il libro preferito di mio padre. Buzzati non ha paura di inventare storie e di fare cose poco serie come disegnare, facendo prendere altre forme ancora alle sue idee: la sua mente corre senza briglie e affronta ogni cosa, anche l’amarezza, con una lucidità pungente. Rodari e Buzzati sono diamanti: inscalfibili, dalle mille facce, riflettono facendo splendere anche la più fioca delle luci, e se ci guardi dentro la realtà pare moltiplicata e rivoluzionata nei suoi elementi di sempre. Il colombre è una raccolta di storie in cui il mondo diventa un altro restando lo stesso: proprio come nelle Favole al telefono a Piombino piovevano confetti, nel Colombre il frate Celestino fa l’eremita in una metropoli, nel «deserto delle città fatto di moltitudini». Del resto anche Buzzati ha scritto per i ragazzi, come Rodari ha regalato ai grandi La grammatica della fantasia – anche se non credo ci sia un’età in cui sia giusto smettere di leggere Rodari, o un momento da aspettare prima di iniziare a leggere Buzzati.



Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.

“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.

E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.

Il colombre, pagina 26. Dal racconto La creazione: all’Onnipotente viene presentato il progetto dell’uomo.

Erano i disegni di un animale dall’aspetto decisamente sgradevole, se non addirittura repellente, che tuttavia colpiva per la diversità da tutto ciò che si era visto fino allora. Da una parte era raffigurato il maschio, dall’altra la femmina. Come tante altre bestie, aveva quattro arti ma, almeno a giudicare dai disegni, ne adoperava, per camminare, solo due. Di pelo non aveva che qualche ciuffo qua e là, e specialmente sopra la testa, a guisa di criniera. I due arti anteriori penzolavano ai lati in modo buffo. Il muso assomigliava a quello delle scimmie, già sottoposte con successo all’esame. La sagoma, non già fluida, armonica e compatta come gli uccelli, i pesci, i coleotteri, bensì sconnessa, goffa e in un certo modo indecisa, quasi che il disegnatore, al momento buono, si fosse sentito sfiduciato e stanco.
L’Onnipotente gettò un’occhiata. « Bello, non lo direi » osservò, addolcendo con l’amabilità del tono la durezza della sentenza « ma forse presenta qualche utilità particolare. » « Sì, o Signore » confermò il noioso. « Si tratta, modestia a parte, di una invenzione formidabile. Questo sarebbe l’uomo, e questa la donna. A parte le fattezze esteriori, che ammetto siano discutibili, io ho cercato di farli, in certo qual modo, se mi è perdonato l’ardire, a somiglianza di te, o Eccelso. Sarà, in tutto il creato, l’unico essere dotato di ragione, l’unico che potrà rendersi conto della tua esistenza, l’unico che ti saprà adorate. In tuo onore erigerà templi grandiosi e combatterà guerre sanguinosissime. »
« Ahi, ahi! Un intellettuale vuoi dire? » fece l’Onnipotente. « Dà retta a me, figliolo. Alla larga dagli intellettuali. L’universo ne è esente, per fortuna, finora. E mi auguro che resti tale fino alla consumazione dei millenni. Non nego, ragazzo, che la tua invenzione sia ingegnosa. Ma sai tu dirmi la eventuale riuscita? Dotato di qualità eccezionali, può darsi. Eppure, a giudicare dall’aspetto, mi ha l’aria che sarebbe fonte di una quantità di grane a non finire. Mi compiaccio insomma della tua bravura. Sarò anzi lieto di darti una medaglia. Ma mi sembra prudente rinunciare. Questo tipo, se appena gli dessi un po’ di corda, sarebbe capace, un giorno o l’altro, di combinarmi l’anima dei guai. No, no, lasciamo perdere. » E lo congedò con un gesto paterno.
Se ne andò, l’inventore dell’uomo, col muso lungo, fra i sorrisetti dei colleghi. A volere troppo, si finisce sempre così. E si fece avanti il progettista dei tetraonidi.

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