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Pagina 26, undicesima: Il realismo è l’impossibile

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Arnheim in Arte e percezione visiva faceva una bella osservazione sui disegni dei bambini: i piccoli disegnavano ogni cosa rotonda. In particolare una sega elettrica era disegnata come un cerchio con tanti cerchietti attorno. Questo non perché il bambino non sappia vedere la forma dell’oggetto per quella che è, aguzza; ma perché il cerchio è la prima forma che si riesce a disegnare, la più semplice, mentre la linea spezzata si impara più avanti.
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Questo accade anche quando uno scrittore alle prime armi (o che non si sia fatto certe domande) cerca di descrivere una scena. Ci sono troppe cose a cui pensare, descrizioni di ambienti o circostanze in cui calare i personaggi o le considerazioni, e così si cade nei cliché: la bionda tipica, il bello e impossibile, il buono sfigato, il funerale con la pioggia, il bambino innocente. La richiesta più frequente che un editor possa fare oggi a uno scrittore, mi pare, è dimmi qualcosa che non so, quello che so non scriverlo, non esiste. E troppe persone (mi metto nel gruppo) sono tentate dallo scrivere che il cielo è blu, che la risata dei bambini è rinfrancante, che stendersi su un prato è bello. Quale cielo? Blu come? Il cielo sopra quale città o paese? Che bambino è? Ha tutti i denti? Cosa intendi per bello, il prato è senza cacche o lumache? Perché hai sentito il bisogno di menzionare cose vaghe? Se non sai maneggiare il vago, se non sai essere ellittico, se la tua vaghezza è semplicemente mancanza di argomenti, di parole, di precisione, salta subito all’occhio e tu non hai scritto niente.

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Proprio ieri sera ho visto due editori in pigiama parlare dei loro libri davanti a tante persone. Dopo aver letto gli epistolari di Gramsci, Nietzsche e Baudelaire uno dei due ha detto: «un’autrice che mi ha sempre affascinato è Emily Dickinson, perché aveva il dono, pur essendo rimasta reclusa in una stanza per tutta la sua esistenza, di proiettare un’infinità dettagliata, di vedere il mondo dentro a un piccolo particolare.» Quando si percepisce il reale? Quando bisogna lasciarlo andare?

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Uno scrittore sapiente non deve necessariamente descrivere in modo minuzioso ogni cosa: anche la vertigine della lista così presente in Perec è una cifra stilistica, non una soluzione universale al problema. Perec usa la lista come dimostrazione dell’indocilità del reale, in cui ci si può solo perdere affinando la vista. Mi trovo in un salotto e se fisso lo schermo sento attorno a me solo il beige della carta da parati, ma spingendo lo sguardo verso il tavolo noto per la prima volta che ha delle gambe bizzarre, unite in una colonna che poi si dipana in quattro zampe con i piedi dorati. Le zampe hanno una sottile scanalatura con una foglia in finto oro applicata sopra, sono curve. Il legno è abbastanza lucido, scuro, le venature rossastre mi fanno pensare che sia ciliegio o una cosa simile. Se fisso a lungo quelle gambe penso che potrebbero muoversi e scappare, e che il tavolo sembra un ragno. Potrei descrivere tutta la stanza, potrei descriverla nei particolari e poi riscrivere il pezzo in dieci modi diversi. È una via di scrittura, è una dichiarazione d’intenti che mi fa pensare a quando Wittgenstein diceva che la filosofia non aggiunge nulla alla realtà. La scrittura dovrebbe riuscirci? Per me questo è ancora un grande quesito, e mi sento ancora al bordo della piscina rispetto a chi nuota e scrive senza paura (il fatto che ci pensi sopra non significa che prima o poi mi tufferò, naturalmente).

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Si arriva all’iceberg, che non si rilegge mai abbastanza: «If a writer of prose knows enough of what he is writing about he may omit things that he knows and the reader, if the writer is writing truly enough, will have a feeling of those things as strongly as though the writer had stated them. The dignity of movement of an ice-berg is due to only one-eighth of it being above water. A writer who omits things because he does not know them only makes hollow places in his writing.»


Quindi osservare, scrivere, togliere. Non osservare, scrivere, perdersi (ci si perde consapevolmente, ci si perde fermandosi, o ci si lascia andare quando si ha veramente polso e mano). La scrittura è combattimento e felicità. Tutte queste cose, e molte altre, sono spiegate nel fondamentale Il realismo è l’impossibile di Walter Siti, su cui vorrei scrivere di più senza riuscirci, perché ha toccato una corda profondissima, lasciandomi mezza muta e molto pensosa.

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Il realismo è l’impossibile, pagina 26: perché inventare?

«Perché, avendo a disposizione millenni di storia e decenni di cronaca, un narratore sente il bisogno di inventarsi una storia in più, una storia che non è mai accaduta ma sarebbe potuta accadere? Perché questa storia fittizia, per qualche causa oscura, è più esemplare delle storie vere, contiene più significati in un rapporto più coerente e armonioso; perché può ammaestrare e far capire cose che giacciono nell’universo personale e collettivo; perché la realtà così alterata e messa in forma è più buffa, o più tragica o più commovente di quanto la realtà nuda e cruda non sia stata mai. La narrazione fittizia ci offre un cosmo e non un caos, una realtà controllabile e finita, un facsimile di realtà commisurato a quegli dèi minori che crediamo di essere nei nostri deliri di onnipotenza. L’universo alternativo della narrazione è composto da molti meno elementi dell’universo reale; il mondo rappresentato in un racconto fittizio è sempre il frutto di una selezione

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Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, decima: «Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»

La mia immagine per la fine dei libri è sempre la stessa, è un ricordo che mi sono costruita in adolescenza: io, d’estate, che rimango ferma con il libro chiuso sulla pancia e cerco di ripercorrere mentalmente le ultime pagine pensando a che facevo durante le prime. Ovviamente ci sono state anche fini diverse, fini vicine agli inizi, come Bassotuba non c’è che lessi in un pomeriggio, stesa su un prato in primavera inoltrata, rosa dalla gelosia e con il bisogno forte di una voce amica come quella di Nori. (Che colpo abbiamo preso per Paolo Nori, caro come pochi, e quanto lo pensiamo ancora e sempre, non serve dire).

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Di tutte le fini, rimanere interdetta una volta spento (non chiuso: spento) Anna Karenina è stata una sensazione inedita e pazzesca. Mille pagine sono durate un mese e mezzo, nei ritagli di tempo e nei viaggi in treno, di notte e la mattina prestissimo, e sono scivolate veloci come non mi era mai successo coi mattoni russi. Di come il formato elettronico mi sia stato propizio in questo ho già parlato altrove, ma un’altra cosa che mi è stata utile dopo la fine sono i ritagli: rileggere le frasi che avevo evidenziato nel libro mi hanno riportata con precisione sorprendente ai momenti in cui le ho lette la prima volta, spesso e volentieri a letto o nel trenino per andare a lavoro. Per questa ragione non ho scritto pagine 26 ultimamente: stavo leggendo come sempre, ma una cosa lunghissima in cui le pagine non c’erano (ho anche pensato di calcolare dalla percentuale il numero di pagine, ma sono morta di noia ancora prima di iniziare). Ho pensato dunque che ora, che non ho più quell’opera gigante a farmi compagnia e sento una solitudine interiore fortissima, le frasi che mi hanno più colpita faranno la pagina 26.

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Dovrei dire cosa ne penso, ma non credo di averne molta facoltà. È geniale e terribile, e tutti dovrebbero leggerlo e rifletterci molto (proprio come per l’affine Sonata a Kreutzer). Io penso che lo farò per i prossimi mesi e anni. Altro non riesco a dire; lasciamo parlare Leone.

“«Amare chi ti odia, sì; ma amare quelli che tu odi non si può! »”

“«Ho sentito che le donne amano certi uomini per i loro vizi», cominciò Anna «ma io lo odio per la sua virtù. Io non posso vivere con lui. Capiscimi, il suo aspetto ha un’azione fisica su di me, mi riduce fuori di me. Non posso, non posso vivere con lui. Cosa devo mai fare? Ero infelice e pensavo che non si potesse essere più infelici, ma lo stato orribile che sperimento adesso non potevo immaginarmelo. Ci credi che io, sapendo che egli è buono, ottimo, che io non valgo una sua unghia, tuttavia lo odio? Lo odio per la sua magnanimità. E non mi rimane nulla, eccetto…»”

“La bella balia, che serviva da modello a Vrònskij per la testa d’un suo quadro, era l’unico dolore segreto nella vita di Anna. Vrònskij, dipingendola, ammirava la sua bellezza e medievalità, e Anna non osava confessarsi che aveva paura di essere gelosa di quella balia, e perciò carezzava e viziava particolarmente e lei, e il suo piccolo figlio.”

“Non si può proibire a un uomo di farsi una gran bambola di cera e baciarla. Ma se quest’uomo con la bambola venisse e si sedesse dinanzi a un innamorato e si ponesse a carezzare la sua bambola, come l’innamorato carezza colei che ama, all’innamorato questo dispiacerebbe.”

“La contessa Lìdija Ivànovna aveva cessato da lungo tempo di essere innamorata del marito, ma da allora non aveva mai cessato d’essere innamorata di qualcuno. Le accadeva d’essere innamorata di parecchi insieme, e di uomini, e di donne; le accadeva d’essere innamorata di tutte le persone che si distinguevano in qualche modo. Era stata innamorata di tutte le nuove principesse e dei principi che s’imparentavano con la famiglia dello zar; era stata innamorata d’un metropolita, di un suffraganeo e di un prete; era stata innamorata d’un giornalista, di tre slavi, di Komisàrov; d’un ministro, d’un dottore, d’un missionario inglese e di Karénin.”

“«Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»”

“«No, lo sento e particolarmente adesso: tu sei colpevole se le cose non vanno come vorrei. Lavoro così, alla leggera. Se potessi amare tutta quest’opera come amo te… invece negli ultimi tempi faccio tutto come una lezione assegnata.»”

“«L’uomo deve essere virile» disse Oblònskij, aprendo il portone.
«Cioè cosa, andare a fare la corte alle campagnole?» domandò Lévin.
«E perché non farlo, se è una cosa allegra? Ça ne tire pas à conséquence. Mia moglie per questo non starà peggio, e io mi divertirò. La cosa principale è conservare il sacrario della casa, che in casa non ci sia nulla. E le mani non te le legare.»”

“Come in generale non di rado le donne irreprensibilmente morali, stanche dell’uniformità della vita morale, ella da lontano non solo scusava l’amore colpevole, ma l’invidiava perfino.”

“«N’est-ce pas immoral? » essa disse soltanto, dopo essere stata un poco zitta.
«Perché? Pensa, io ho la scelta fra le due: o essere incinta, cioè malata, o essere l’amico, il compagno di mio marito» disse Anna, con un tono scientemente superficiale e leggero.”

“Un sentimento tormentoso, simile a quella stizzosa impotenza che provi in sogno quando vuoi usare la forza fisica.”

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Còre, Rumore

Approfittando di non essere fragilissimi di cuore

Ho già detto che sono l’anima della festa, non vi stupirà dunque sapere che la canzone che mi ha accompagnato per tutto il 2012 parla di morte. Avrei potuto parlarne ieri, avrei potuto parlarne in tutti i giorni del 2012; avrei potuto esordire con sì, so che è una cover, infatti amo molto Brassens, lo stesso dicasi per Le passanti; avrei potuto condividere questa canzone su Facebook con una frasetta ironica in testa; avrei potuto schiaffarla sulla pagina di un gruppo musicale che canta «We just wanna die» e m’infastidisce. Avrei potuto fare tante cose con questa canzone: ho preferito rimanere sola con lei, e cantarla per strada. Per me è la salita di via Giolitti e il passo preciso e un po’ ansante con cui ho cercato di arrivare ai bassi di De André.

Cose che mi hanno confortata in questa canzone: sottolineare come sia facile parlare della morte senza ragione, invocarla senza mai metterla in atto, tanto per fare i gradassi. La morte è qualcosa di cui non si smette mai di appropriarsi, soprattutto se non la si è vista da vicino. E l’ironia perfetta che mi ha portata ad ascoltare per tutto lo scorso anno questo pezzo chiedendomi quale fosse il segreto di frasi così nette e ferocemente dissacranti. Ridere della morte come unica attestazione sincera della sua esistenza – l’altra canzone dello scorso anno, non a caso, è stata Il testamento: “ed è per questo che io mi onoro di consegnarle la vanga d’oro”. E poi gli ideali, gli ideali: quanti tavolini di bar sono stati il centro della rivoluzione, solo nel 2012…

La scorsa estate ho visitato Erto e Casso, i due paesi devastati dalla tragedia del Vajont. Il cimitero dei due paesi è l’ultima linea umana prima dello strapiombo della montagna, ma c’è comunque un inspiegabile cancello con delle scalette ricavate dalla parete del monte, per chi volesse arrivare non si sa dove. Proprio lì accanto una montagna grigia è quello che resta dell’inondazione: tutta la ghiaia e il fango spostati dallo tsunami di mano umana si sono solidificati e sono rimasti lì.

Sulla diga ho trovato una lapide che diceva:
Diga funesta
per negligenza
e sete d’oro altrui
persi la vita
che insepolta resta.

Andandomene ho riascoltato Morire per delle idee, come ho fatto per il resto dell’anno.

Morire per delle idee, l’idea è affascinante
per poco io morivo senza averla mai avuta,
perché chi ce l’aveva, una folla di gente,
gridando “viva la morte” proprio addosso mi è caduta.

Mi avevano convinto e la mia musa insolente
abiurando i suoi errori, aderì alla loro fede
dicendomi peraltro in separata sede
moriamo per delle idee, va be’, ma di morte lenta, va be’
ma di morte lenta.

Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
andiamo all’altro mondo bighellonando un poco
perché forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.

Ora se c’è una cosa amara, desolante
è quella di capire all’ultimo momento
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento
moriamo per delle idee, va be’, ma di morte lenta
ma di morte lenta.

Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio
lo predicano spesso per novant’anni almeno.

Morire per delle idee, sarà il caso di dirlo,
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno.

E sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon Matusalemme nella longevità
per conto mio si dicono in tutta intimità
moriamo per delle idee, va be’, ma di morte lenta, va be’,
ma di morte lenta.

A chi va poi cercando verità meno fittizie
ogni tipo di setta offre moventi originali
e la scelta è imbarazzante per le vittime novizie
morire per delle idee è molto bello, ma per quali?

E il vecchio che si porta già i fiori sulla tomba
vedendole venire dietro il grande stendardo
pensa “speriamo bene che arrivino in ritardo”
moriamo per delle idee, va be’, ma di morte lenta, va be’,
ma di morte lenta.

E voi gli sputafuoco, e voi i nuovi santi
crepate pure per primi noi vi cediamo il passo
però per gentilezza lasciate vivere gli altri
la vita è grosso modo il loro unico lusso
tanto più che la carogna è già abbastanza attenta
non c’è nessun bisogno di reggerle la falce
basta con le garrote in nome della pace
moriamo per delle idee, va be’, ma di morte lenta,
ma di morte lenta.

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Un piccolo ricordo

Sono al lavoro e leggo una frase. Nella frase c’è un nome che mi è familiare. Dal nome appare un viso che conosco. Non ci credo. Chiedo una conferma a chi è vicino a me sperando che mi dica che mi sono sbagliata, e chi è vicino a me mi risponde che non mi sbaglio. Che è Paolo Zanotti ad essersene andato, anche se era troppo presto.

Ho visto Paolo Zanotti una sera a Libri Come, un paio di anni fa. Lui e Vincenzo Ostuni, insieme ad altri due scrittori con i loro editor, parlavano del rapporto strano che si può creare tra chi scrive e chi consiglia. Mi sembrò una persona umile e acutissima, e già allora sapevo che è molto raro essere entrambe le cose.

Anche se quella sera mi colpì, non pensavo di aver mai letto niente di suo – tranne quella volta che da Borri Books lessi una decina di pagine del suo Bambini bonsai, di cui parlò all’incontro. Dieci pagine rubate perché non avevo soldi, lette a precipizio controllando con la coda dell’occhio che nessun commesso indispettito si avvicinasse a ricordarmi che Borri Books è una libreria, non una biblioteca. Non si legge bene così, e infatti di quelle poche pagine ricordo pochissimo.

Ricordavo lui a quell’incontro e camminando fuori dalla casa editrice, ballonzolando su via Piave e schivando tutti, mi sono venute fuori delle lacrime rabbiose perché – perdonatemi la retorica, ma era così che mi sentivo e non so altre parole per dirlo – non è giusto che la vita sia ingiusta e rapace, non è giusto che sia aggressiva e improvvisa, non è giusto che si possa morire.

E poi sul trenino che mi sballottava ho pensato che uno scrittore bravo non muore perché resta nelle sue pagine e insieme muore due volte, perché si apre il rimpianto di un messaggio che non potrà più essere espresso. E insieme pensavo che non potevo pensare questo per Paolo Zanotti se gli avevo solo rubato dieci pagine che non ricordavo, e che il mio era umano dispiacere.

A una bancarella di pordenonelegge, due anni fa, comprai best off 2005, un’antologia di racconti curata da minimum fax. La lessi nello strascico estivo lunghissimo di quell’ottobrata romana così calda e afosa. Ricollego gli episodi del libro a episodi miei: ad esempio L’idea di equilibrio di Andrea Falegnami così feroce e vero nel ricordarmi certe cose accadute troppo poco tempo prima, letto con velocità e voracità prima di entrare al mio vecchio lavoro, seduta nel cortile assolato e pieno di ghiaino regolare del MAXXI, e quelle quattro ore di lavoro successive passate a fingere di essere presente mentre tornavo col pensiero su quelle frasi.

Apro minima&moralia e leggo la prima frase ed è uno schiaffo e sono di nuovo sul tram, a ottobre e leggo di Santa Margherita di nuovo, e strizzo gli occhi di nuovo per colpa del sole e di nuovo mi trafigge la delicatezza con cui nel racconto si parla di qualcosa che ho vissuto, che ha vissuto mia madre, che nella mia famiglia è uno stigma generazionale, ma quanto posso essere pesante se voglio parlare di queste cose, e invece nel racconto c’è il mare, il primo mare e la prima estate, e le telefonate e gli incisivi lunghi e lo stomaco che s’incava, e io avevo capito subito, lo avevo capito che si parlava di questo, si parlava di quando ci si condanna alla leggerezza, e insieme mai avevo letto qualcosa su questo che fosse non leggero ma lieve, una carezza su quelle ossa malconce, quelle che ci portiamo dietro anche quando passa.

«Pizzerie e pizzerie inavvicinabili e i giardini uniscono Corte a Pescino. Ai giardini il sole è un bel guaio, fa salire la rabbia. Le mattine di primavera la gente cammina per i giardini con i cani e i bambini al guinzaglio, e io li odiavo, santa anoressia che ci fai sentire puri, alle volte compiangevo la signora di mezza età, ma i maschi li odiavo, e le signore grasse, e i ragazzi, ma sole sole sole per favore fai un po’ l’alchimia, sii cristallo e giallo e verde e immobilizzali tutti e fa’ che mi sembrino un quadro di Seurat (l’avevo pensato) – così non se ne parla più, non odio più così.
Ho fatto delle foto con Camilla, lì.»

Vorrei che la terra fosse lieve per questo scrittore almeno quanto sono stati lievi i suoi occhi e la sua mente.

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