Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Tra pensieri


“Quando Rabbi Isacco Meir era bambino, sua madre lo condusse una volta dal Magghid di Kosnitz. Qui qualcuno gli disse: «Isacco Meir ti do un fiorino se mi dici dove abita Dio». Rispose Isacco: «E io ti do due fiorini se mi sai dire dove non abita».”
Martin Buber, I racconti di Chassidim, 1949

Olga(bici di Eleonora Antonioni)

Periodo di felicità placida e rarefatta. Pedalo e leggo, leggo e pedalo. Sulla mia via capitano cose mirabilanti senza che io le chieda e senza che io possa capire come le merito: la cosa più astuta mi pare godermi le primizie e tacere.

Una di queste primizie è Tra pensieri di Guido Ceronetti. È una raccolta di frammenti, ciliegie, squarci. Ceronetti dice nell’introduzione di non leggerlo passivamente, io dico che prima di leggerlo bisogna arrendersi del tutto, magari su un prato. Sentire le braccia cadere e la testa vuota. Le fulminazioni decantano meglio, così, e magari poi le si mette in pratica.


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“Sappiamo la potenza d’urto sulla mente del verso isolato, la forza persuasiva del versetto preso a caso nei testi sacri, la dilatazione infinita delle combinazioni dell’I-Ching, la pregnanza dei ciottoli lasciati dal naufragio dei presocratici, l’indipendenza speculativa del cane semiaffogato ai margini delle Pitture Nere di Goya.
Tutto è dispersione, lacerazione, separazione, rotolare di ruote senza carro, e questo ha nome esilio, o anche mondo”.
(dall’introduzione di Guido Ceronetti)


“Ogni famiglia, quando nasce un figlio
Lo vuole intelligente;
Ma l’intelligenza mia è stata
La rovina di tutta la mia vita.
Io spero che mio figlio
Sia stupidissimo e ignorantissimo:
Coronerà una vita tranquilla
Diventando Ministro”.

Su-Chê, poeta della dinastia Sung (1036-1112 d. C.)

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Còre, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, nona: L’Onnipotente gettò un’occhiata

Oggi non sto tanto bene, mi sento come quando alle elementari non andavo a scuola e restavo deboluccia tutta la giornata. Ho recuperato la notte in bianco dormendo tutta la mattina, e poi ho sentito fame di comfort food per la pancia in subbuglio e per la testa annebbiata. Le verdurine bollite con il pane sono venute da sé, e poi ho preso in mano il libro che tengo in bella vista sugli scaffali, lasciando da parte I demoni e La vita agra – quando penso a tutti i classici che mi mancano mi sento felice, piccola e stupida insieme, e mi prende la vertigine della vita troppo breve per le troppe cose indispensabili da leggere, e va sempre a finire che inizio tanti libri importanti insieme, e uno vince sugli altri, e ricomincia la vertigine iniziale.

Il libro che tengo sempre in bella vista sullo scaffale è Il colombre di Dino Buzzati. C’è poco da dire: Buzzati è per me una colonna portante. È un autore infuso di sobrietà e precisione inconfondibili, creatore di quello che mi piace chiamare realismo onirico (più che magico). Se esistono molti romanzi di formazione, Il deserto dei tartari è stato per me il romanzo formativo, ovvero quello che più di tutti gli altri mi ha spinto a diventare adulta, o provare a esserlo: non scherzo quando dico che per me il mondo si divide in chi ha capito Il deserto dei tartari e chi dice che è un libro in cui non succede nulla.

Quando ero molto piccola ho iniziato a leggere Gianni Rodari, che ha accompagnato la mia infanzia rendendola felice come poche. Ricordo che chiedevo sempre a mio padre di portarmi a conoscere Rodari. Me lo immaginavo come un uomo grosso, con gli occhiali, panciuto e con una risata fragorosa – una specie di Babbo Natale in borghese. Papà non riusciva a dirmi che Rodari era morto, e così mi rispondeva sempre che un giorno ci saremmo andati di certo, a conoscerlo. Allora incalzavo chiedendogli dove abitava, e secondo lui cosa faceva tutto il giorno, se scriveva, se camminava nei parchi, se faceva anche qualcos’altro. Sotto sotto pensavo che Rodari, come mio padre e come tutti i padri del mondo, di giorno andasse a lavorare, e non so come mai lo immaginavo come un industriale.


                               

Ho visto una fotografia di Rodari per la prima volta un paio di anni fa: sono rimasta colpita da quanto fosse piccolino, con quel naso ingombrante e il sopracciglio sempre un po’ alzato. Si somigliano un po’, come tipi umani, Buzzati e Rodari: anche Dino era minuto e con i lineamenti duri, le rughe, la canappia. Solo ora, scrivendo questo brano, mi rendo conto con chiarezza che Buzzati ha continuato a raccontarmi le storie che da bambina mi narrava Rodari, e con un po’ di commozione penso che forse è per questo che Il deserto dei tartari era il libro preferito di mio padre. Buzzati non ha paura di inventare storie e di fare cose poco serie come disegnare, facendo prendere altre forme ancora alle sue idee: la sua mente corre senza briglie e affronta ogni cosa, anche l’amarezza, con una lucidità pungente. Rodari e Buzzati sono diamanti: inscalfibili, dalle mille facce, riflettono facendo splendere anche la più fioca delle luci, e se ci guardi dentro la realtà pare moltiplicata e rivoluzionata nei suoi elementi di sempre. Il colombre è una raccolta di storie in cui il mondo diventa un altro restando lo stesso: proprio come nelle Favole al telefono a Piombino piovevano confetti, nel Colombre il frate Celestino fa l’eremita in una metropoli, nel «deserto delle città fatto di moltitudini». Del resto anche Buzzati ha scritto per i ragazzi, come Rodari ha regalato ai grandi La grammatica della fantasia – anche se non credo ci sia un’età in cui sia giusto smettere di leggere Rodari, o un momento da aspettare prima di iniziare a leggere Buzzati.



Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.

“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.

E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.

Il colombre, pagina 26. Dal racconto La creazione: all’Onnipotente viene presentato il progetto dell’uomo.

Erano i disegni di un animale dall’aspetto decisamente sgradevole, se non addirittura repellente, che tuttavia colpiva per la diversità da tutto ciò che si era visto fino allora. Da una parte era raffigurato il maschio, dall’altra la femmina. Come tante altre bestie, aveva quattro arti ma, almeno a giudicare dai disegni, ne adoperava, per camminare, solo due. Di pelo non aveva che qualche ciuffo qua e là, e specialmente sopra la testa, a guisa di criniera. I due arti anteriori penzolavano ai lati in modo buffo. Il muso assomigliava a quello delle scimmie, già sottoposte con successo all’esame. La sagoma, non già fluida, armonica e compatta come gli uccelli, i pesci, i coleotteri, bensì sconnessa, goffa e in un certo modo indecisa, quasi che il disegnatore, al momento buono, si fosse sentito sfiduciato e stanco.
L’Onnipotente gettò un’occhiata. « Bello, non lo direi » osservò, addolcendo con l’amabilità del tono la durezza della sentenza « ma forse presenta qualche utilità particolare. » « Sì, o Signore » confermò il noioso. « Si tratta, modestia a parte, di una invenzione formidabile. Questo sarebbe l’uomo, e questa la donna. A parte le fattezze esteriori, che ammetto siano discutibili, io ho cercato di farli, in certo qual modo, se mi è perdonato l’ardire, a somiglianza di te, o Eccelso. Sarà, in tutto il creato, l’unico essere dotato di ragione, l’unico che potrà rendersi conto della tua esistenza, l’unico che ti saprà adorate. In tuo onore erigerà templi grandiosi e combatterà guerre sanguinosissime. »
« Ahi, ahi! Un intellettuale vuoi dire? » fece l’Onnipotente. « Dà retta a me, figliolo. Alla larga dagli intellettuali. L’universo ne è esente, per fortuna, finora. E mi auguro che resti tale fino alla consumazione dei millenni. Non nego, ragazzo, che la tua invenzione sia ingegnosa. Ma sai tu dirmi la eventuale riuscita? Dotato di qualità eccezionali, può darsi. Eppure, a giudicare dall’aspetto, mi ha l’aria che sarebbe fonte di una quantità di grane a non finire. Mi compiaccio insomma della tua bravura. Sarò anzi lieto di darti una medaglia. Ma mi sembra prudente rinunciare. Questo tipo, se appena gli dessi un po’ di corda, sarebbe capace, un giorno o l’altro, di combinarmi l’anima dei guai. No, no, lasciamo perdere. » E lo congedò con un gesto paterno.
Se ne andò, l’inventore dell’uomo, col muso lungo, fra i sorrisetti dei colleghi. A volere troppo, si finisce sempre così. E si fece avanti il progettista dei tetraonidi.

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Berta filava, Matto e disperatissimo, Pagina 26, Rumore, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Pagina 26, settima: i Cure erano un gruppo allegro

Quando Nanni Moretti era molto giovane e aveva appena girato Ecce bombo, ovvero il capolavoro per cui ogni persona ragionevole dovrebbe dichiararsi fieramente morettiana in barba a chi tira fuori Habemus papam e la spocchia del regista, rilasciò un’intervista in cui diceva più o meno che non voleva che il suo film facesse immedesimare la gente. Che l’immedesimazione non è un valore, e anzi è una cosa il più delle volte tragicomica: te la vedi la vecchia che quando esce dal film di Bergman dice «quant’è stato emozionante, come me sò immedesimata signora mia, che sensibilità sopraffina quer regista cor nome strano»?
(Nanni Moretti, per chiarire da che parte sto, può permettersi tutta la spocchia del mondo dopo aver partorito «
faccio cose vedo gente» e «va beene, ciao» e «ma se io mi suicidassi?»)
Quello che il regista suggeriva a tutti era di dirsi le frasi in testa prima di farle uscire, e valutare l’ironia involontaria in esse contenute. Non per dire a tutti che fanno ride, ma per far capire che l’ironia è una bella arma se la riconosci, altrimenti ti si ritorce contro.


Prima di parlare di Sofia si veste sempre di nero, il primo romanzo di Paolo Cognetti per cui l’attesa è stata lunga ed emozionante, vorrei specificare che ho diversi aspetti in comune con la protagonista. Non ho la prosopopea di accollarmi il carisma naturale che Sofia emana in ogni pagina del romanzo, ma questa ragazza passa una vita per molti versi simili alla mia: padre malato, mutismo e sensazione di incomunicabilità, lutto, problemi alimentari, emarginazione volontaria. Sono tutte questioni difficili e delicate su cui sovente faccio un umorismo che può sembrare greve. Alcuni problemi non passano e quindi smettono di essere problemi, diventano parti del carattere che a volte emergono e a volte no, e diventare adulti a mio parere è capire che non puoi farli emergere con tutti, e non allo stesso modo: se lo fai diventi una macchietta e fai ridere anche se non vuoi. Certo non facevo ridere i miei amici quando ho perso cinque chili in pochi giorni, di notte sognavo la parola sottopeso e andavo a dormire privandomi della cena dopo aver pranzato con un pezzo di pane secco, ma poi le cose sono cambiate. L’anoressia serve a richiamare l’attenzione su un problema, e a rassicurarsi di poter controllare ogni cosa. In quel momento mi serviva. Allora non l’avrei mai ammesso perché speravo che il mio corpo facesse capire che avevo alle spalle cose troppo pesanti da sopportare per mangiare e altre cose drammatiche di questo tenore, ma ora che ci sono lontana posso dire che mi ha fatto capire diverse cose, a cominciare dal fatto che mangiare è giusto. Ho avuto problemi alimentari, ma d’altronde chi non.

(E poi scusate: sarà la fase storica, sarà la 40 che diventa 38 che diventa 36, sarà La solitudine dei numeri primi, ma da un po’ come ti giri vedi solo Twiggy disturbate. Con questo non voglio dire che mi stanno simpatiche le culone, dio me ne scampi da queste squadre inutili. Un bel gruppo accusato da tutti, come tutti, di spocchiosità, ha messo in un suo pezzo la frase: «anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche che si occupano di moda».)

Tutto questo enorme preambolo per dire che Sofia si veste sempre di nero non mi ha colpita come mi aspettavo, anche se con lei mi ci potevo immedesimare. Il romanzo ricrea la vita di Sofia attraverso diversi punti di vista in diversi periodi, e questo comporta che Sofia sia la protagonista, ma che insieme venga vista come di sbieco in tutto il romanzo. Questa è cosa buona e giusta, come è coinvolgente lo stile del Cognetti che non è sicuramente l’ultimo arrivato — anche se la paratassi a tutti i costi inizia ad annoiarmi. Quello che non mi ha convinto nel libro sta tutto nel mio enorme preambolo: alcune cose mi sono parse psicologismi da macchietta, come vestirsi sempre di nero, il nervoso chain-smoking, l’anoressia, recitare per prendere a prestito le vite altrui. Non ci sono storie ovvie nella misura in cui si può raccontare tutto in modo non ovvio, e in alcune parti la storia di Sofia ha una pasta genuina, vera. Forse è anche per questo che ho sentito molto forti le cadute, ad esempio nel calibrare poco la voce dei personaggi con quella dell’autore. Ho chiuso il libro pensando che dire Sofia si veste sempre di nero è come dire che i Cure sono un gruppo dark: è una frase un po’ paracula, e forse al posto di dire proprio questa si poteva fare una battuta, e usare un’arma che non si pensava di avere, cambiando le carte in tavola.

Sofia si veste sempre di nero, pagina 26: il tumore raccontato a mia figlia
In un altro ricordo Sofia è con sua madre nella vasca da bagno. È seduta alle sue spalle e le strofina la schiena con un guanto ruvido, e intanto Rossana le racconta della visita di oggi in ospedale.
«Cioè», dice Sofia, passando il sapone sul guanto per fare ancora un po’ di schiuma, «non le danno più le medicine?»
«Le medicine che le davano prima erano come un veleno», spiega Rossana. «Servivano a colpire il tumore, però intanto facevano male anche a lei. Ora che non le prende più si sente meglio.»
«Vuol dire che sta guarendo?», chiede Sofia, anche se ha capito benissimo che l’interruzione della chemioterapia vuol dire tutto il contrario. Ma a volte sfrutta i suoi otto anni per ottenere effetti come questo: vedere le spalle di sua madre irrigidirsi, le costole che si dilatano in un sospiro. È curiosa di sapere come le risponderà.
Una notte d’agosto si sveglia sotto un temporale. Non ha mai sentito piovere così forte. A Milano la sua stanza aveva i vetri doppi, un appartamento sopra la testa e un altro sotto i piedi, e anche il temporale era un rumore che si poteva chiudere fuori, come gli allarmi delle automobili e le sirene delle ambulanze. Qui invece i tuoni fanno tremare le finestre. Il vento si infila nei tubi delle grondaie producendo una specie di ululato. La casa intera sembra una barriera che basta appena, e da un momento all’altro potrebbe non bastare più.
Eppure Sofia scopre di non avere paura. Appena ci si abitua, il rumore del temporale comincia a tenerle compagnia.

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Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Weekend wars



Questa settimana è stata così densa che non ho scritto un rigo. Quando non scrivo per un po’ mi rendo conto bene di come la scrittura abbia sempre a che vedere col coraggio, col voler fare un passo fuori, sopra la coltre, a rompere la superficie dell’acqua. Almeno per me è sempre stato questo. Respirare non è qualcosa che si sappia fare da sempre, come andare in bicicletta o fare l’amore: il meccanismo teorico è forse impresso identico nella nostra mente — così dicono i manuali di psicologia generale, e chi sono io per mettere in dubbio la blasonata disciplina che ci vuole tutti sotto sotto uguali — ma l’atto ogni volta è diverso. Una volta ho preso dei pesi non miei e me li sono legati in vita, l’acqua mi è entrata nel colletto della mezza muta presa anche lei in prestito appena ho messo il naso sotto, e da lì è stata una cosa a metà tra quello che volevo io e quello che mi chiedeva quell’enorme pozza di un blu troppo scuro, troppo inchiostro, e dentro così cristallino, com’era possibile? In quel momento ho visto di nuovo il fondo di sabbia da cui prendevo un pugnetto a otto anni per mostrare che sapevo andare in apnea, e insieme un’altra acqua mi ha mostrato i pomodori di mare e piccoli pesciolini dall’aria brutta e incattivita, che crescono rapidamente e paiono dei minuscoli scorfani. Alcuni gabbiani passavano indifferenti. La roccia era color del rame e mi tagliava i polpastrelli, ma non potevo fare a meno di appigliarmici quando non potevo più stare sott’acqua e le onde mi spingevano verso la riva che non era affatto come quella che conoscevo. Era fatta di sassi e piena di madri croate senza il reggiseno del bikini, grasse, con i loro uomini tatuati che aprivano birre e i bambini completamente nudi, biondi e neri dal sole. E poi era tutto un fumare e leggere Mishima e far scendere la pressione. Mentre risalivo sentivo il rallentamento dato dai pesi e la sensazione era spaventosa e bellissima insieme, e uno dei miei dubbi tipici è salito a galla nella mia testa: morirò per la pressione? E poi mi sono detta che non avevo bombole con me, e che per il freddo non ero scesa troppo sotto. Morirò? Mi ero data la risposta che era la mia nuova ossessione: sì. Morirò. L’avevo scoperto da poco.

Enid Antonioni


Tutte le mattine faccio mezz’ora in bicicletta per andare in casa editrice. A Spilimbergo tornare dal bar su due ruote è qualcosa che si può fare da ubriachi, dondolando sul sellino morbido e frenando solo alla fine. Si può addirittura fare lo slalom sulla linea continua nel mezzo della strada. Qui inizio sempre in salita, per arrivare alla Certosa evitando la Casilina. Poi inizia l’orchestra di clacson. Porta Maggiore mi spaventa, ma anche Piazza Fiume e il tetris di autobus e macchine fuori e dentro le corsie preferenziali non scherzano. Mi si sporcano i capelli più velocemente e se davanti a me al semaforo c’è una motocicletta sono fottuta. È bellissimo e mi sento sveglia come ai tempi della prima ora del liceo, quando a differenza degli altri io avevo già passato un’ora ad ascoltare musica e guardare il sole sorgere prima di iniziare.

Ieri sono stata a una mostra di fotografie inviate al museo sottoforma di cartolina. Ce n’era anche una del mio coinquilino, con dietro scritto “Sbagliando strada… ”
Anche io ne ho lasciata una. Ci ho disegnato una bici, e l’ho fatto male, del resto la bici è un cavallo artificiale: avete mai provato a disegnare un cavallo? Vicino ci ho scritto il reale è la cosa più difficile da rappresentare. È ancora questa la mia ossessione.


Dovrei scrivere una pagina 26 su un libro che vuole parlare di reale ma riesce a illustrare una macchietta di reale. Un libro che mi ha irritata nonostante — e a causa di — tutte le aspettative che avevo nei suoi confronti. Il libro, però, non l’ho ancora finito: la pagina a proposito arriverà presto. Nel frattempo ho venticinque anni, cifra tonda, quarto di secolo, ventisei meno uno. E ho visto Milano: che dire, è bella, strana, imparagonabile a Roma. I giorni di Roland sono stati scintillanti. Certe volte mi sento ancora come quando volevo uscire con i miei cugini più grandi e loro non mi dicevano dove andavano. Solo che ora posso unirmi, mescolarmi a loro, imparare.

Una volta Brezny mi ha detto: quando cavalchi la tigre non puoi scendere.

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Altrove, Matto e disperatissimo, Sud-est

Téééc



Sembra che non potrò dire  «Sono stata un quarto di secolo senza vedere Milano» come pensavo: oggi ci vado, per Roland, e ho pensato che sarebbe bello trovare un incontro così in ogni città in cui non sono mai stata e che in questo settembre ho infilato due weekend letterario-editoriali trovando amici miei romani e conoscendo persone nuove e belle in altri posti e altri spazi, e ciò mi garba molto, e che se fosse per me andrei avanti a feste così, che mi sembrano qualcosa a metà tra le gite delle superiori e le uscite con gli amici di quando sei un po’ più grande.



Non so come sarà la città e mi emoziona molto l’idea di vederla per la prima volta. L’ho sempre immaginata come il doppio di Roma, con alcune caratteristiche simili e altre opposte: gigante, tentacolare, ma ordinata e precisa. Con un’ironia molto diversa dalla caciaronaggine romana, una specie di wit, un’acutezza. E poi i Navigli sono un grande mistero per me. Mi chiedo come saranno e se è vero che alcuni si sono prosciugati, se si sono ridotti a rigagnoli o se conservano ancora una loro forza. Prevedibilmente i canali d’acqua restano il massimo punto d’interesse che una città può avere per me, infatti qui a Roma mi piace un posto che ha una terrazza da cui si vede l’Aniene, più modesto e umano del Tevere (e poi mi fa pensare a Guzzanti).

Un paio di sere fa bevevo con un gruppo di amici romani e uno m’ha detto «Non sei mai stata a Milano. Embè? Manco io. Che je devo dì ai milanesi? Ciao brutti?» e ho pensato alla silenziosa querelle sulla vera capitale italiana, e che i romani hanno un senso della superiorità misto a menefreghismo inconfondibile — lo dico perché mio padre era il primo a fare battute sulla bellezza indiscutibile della capitale (quando gli dicevo, da bambina, che Roma puzzava ed era grigia e non mi piaceva andare a trovare la nonna lui rispondeva sempre che il contrario di Roma è Amor, tutte le strade portano a Roma, Roma caput mundi, eccetera). I romani sono stanziali. La maggior parte di loro non lascerebbe mai questo posto, anche se si lamentano del traffico e della vita passata sui mezzi pubblici: è solo un vezzo, ogni romano è sotto sotto convinto di stare da re nella sua città. Un po’ come molti milanesi che ho conosciuto hanno esordito dicendomi «È brutta, ma non tanto quanto dicono. Si può stare bene a Milano. Non è così grigia come tutti pensano.» Forse è la città grande a fare questo effetto, ma da campagnola che ha passato anni a lamentarsi delle verdi colline friulane per poi sognare le scampagnate in bicicletta e i bicchieri di vino a ottanta centesimi penso che sia semplicemente normale per tutti trovare qualcosa di cui lamentarsi. A Venezia mi è capitato di pensare «Darei un braccio adesso per prendere un autobus e risparmiarmi questa camminata.» Tutto questo per dire che forse nessuno ha una casa, se per casa s’intende il posto dove stare del tutto a proprio agio, e questo va bene, per dirla alla romana è giusto avere il pepe al culo, è qualcosa di vitale. Avere il pepe al culo. Questa la metto nelle Metafore lombrosiane.

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Còre, Matto e disperatissimo, Sud-est

What I’m about to offer isn’t really a short story at all but a sort of prose home movie


Ieri ho avuto una bella notizia. Una bella notizia che mi porterà, se tutto va bene, a stare in un posto dove si fanno libri per tre mesi a partire dalla settimana prossima. In tutto quest’anno passato su un rollercoaster, la cosa che più mi è mancata è stare dentro a una casa editrice, dentro fisicamente. Vedere come diverse persone orchestrino il lavoro per arrivare a un libro finito, vederlo con i miei occhi, ché teoricamente lo so bene quanto conosco le mansioni, i tempi, e conosco persone che fanno tutti i compiti che una casa editrice richiede. Si tratterà di un’esperienza che peserà sul mio curriculum e mi farà le ossa forti per poi dire «Eccomi, ho fatto tante cose varie, e sono anche stata dentro a una casa editrice, ora prendetemi.» Si tratterà di un passetto in più, spero quello definitivo, per pormi come adulta in questo mondo di persone poco più grandi di me con diversi anni d’esperienza in più di me. Questa cosa di essere troppo giovane è il mio stigma da quando avevo quindici anni e frequentavo i venticinquenni che ora sono la mia compagnia di trentacinquenni, e mia madre mi chiedeva i cognomi dei miei amici, e che lavori facessero, per evitare di chiedermi precisamente perché girassi con loro e non con i miei compagni di classe. Stigmate ben peggiori possono essere trasformate in una forza, e questo caso in particolare si presta bene alla conversione.

Il weekend l’ho passato a Pordenonelegge, dove ho conosciuto persone nuove e ho visto incontri interessanti e ho pensato che la forma del mio amore si basa sempre e solo sulla lettura matta e incessante, e anche la sfilettatura del testo come fosse un pesce da rendere morbido e senza spine. Ho anche spiegato a mia madre cosa voglia dire editor: è stato divertente.

Ieri mentre camminavo ho ripensato a una cosa che avevo scritto anni fa, nei momenti più bui della mia vita. Avevo scritto che non esiste un senso generale alle cose, ed è giusto così. Ognuno prende la via che meglio crede: è chi prende la via che non gli si attaglia ad aver perso davvero il senso. Ci sono persone che decidono di guardare le stelle ed altre che curano i malati, persone che mettono in pratica la legge e altre che la stabiliscono. L’avevo pensato dopo aver visto una bottiglia con sopra scritto AIACE, e avevo pensato alla morte di Aiace e ai personaggi mitici. Perché Aiace si uccide? Perché anche dal suo sangue nasce un fiore? Perché questa storia continua ad essere tramandata fino ad oggi? Poco dopo aver visto quella bottiglia avevo parlato con un mio amico che fa il veterinario, ed ero tornata a casa ancora più confusa. Curare gli animali. Non capivo.

Tutto era sotto ai miei occhi, come sempre: e sotto ai miei occhi c’ero io a quattro anni che aprivo i giornali e recitavo ad alta voce notizie e oroscopi inventati, e mi facevo regalare i fumetti prima di imparare a leggere, e correggevo chi si confondeva nel raccontarmi le fiabe. Sotto ai miei occhi c’era il libro che a lungo ho detto essere il mio preferito e che anche ora definirei così, anche se ce ne sono moltissimi altri che ho amato almeno quanto questo, e anche se per molti il miglior libro di Salinger sono i Nove racconti (chissenefrega delle moltitudini). Franny and Zooey è stata la cura più grande, il libro-vita che ho incontrato in quei mesi nerissimi e che ha toccato le corde che in me parevano spezzate, per riallacciarle e accordarle di nuovo. Il libro-vita che ieri pomeriggio, mentre camminavo, mi ha fatto vedere di nuovo il cerchio che si chiudeva: il cerchio che mostrava con chiarezza come la mia vita stia prendendo una forma coerente alla me di quattro anni, e questa è la felicità, questo è il senso, per me.

«In my opinion, if you really want to know, half the nastiness in the world is stirred up by people who aren’t using their true egos. Take your Professor Tupper. From what you say about him, anyway, I’d lay almost any odds that this thing he’s using, the thing you think is his ego, isn’t his ego at all but some other, much dirtier, much less basic faculty. My God, you’ve been around schools long enough to know the score. Scratch an incompetent schoolteacher — or, for that matter, college professor — and half the time you find a displaced first-class automobile mechanic or a goddam stonemason. Take LeSage, for instance — my friend, my employer, my Rose of Madison Avenue. You think it was his ego that got him into television? Like hell it was! He has no ego any more — if ever he had one. He’s split it up into hobbies. He has at least three hobbies that I know of — and they all have to do with a big, ten-thousand-dollar workroom in his basement, full of power tools an vises and God knows what else. Nobody who’s really using his ego, his real ego, has any time for any goddam hobbies.»

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