Còre, Pagina 26

Pagina (quasi) 26: Una stanza all’Einaudi

Se lavoro con i libri è tutta colpa dell’Einaudi. Fin da bambina sono stati quei volumi a formarmi. Per me Einaudi Scuola è stata la scuola. Ho letto tutto. Avevo un conto aperto alla libreria e i miei genitori a fine mese si beccavano delle salassate da capogiro; compravo quasi solo i libretti con la copertina pastello messi nell’esile teca bianca subito dopo la porta, pensavo che se avevano un espositore tutto per loro dovevano essere speciali, e infatti lo erano. Da bambina così ho letto Elsa Morante, Italo Calvino, Mario Lodi (quante infanzie ha toccato un libro come Cipì, ad esempio? Da Einaudi Scuola meriterebbero tutti una medaglia al valore, dico io.)

Da allora non ho mai passato più di un mese senza un libro Einaudi in mano. La mitizzazione consapevole è arrivata dopo un decennio di consunzione dei volumi, quando in adolescenza ho iniziato a guardare bene anche l’oggetto, la copertina bianca, il logo tra la copertina e il dorso (ricordo anche il libro preciso: era Esercizi di stile, il secondo libro letto del mio felicissimo periodo mangiaQueneau), la flessibilità del cartoncino che sembrava leggermente plastificato, con una pellicola – anche i tascabili Feltrinelli ce l’hanno, quello stesso anno iniziai a staccare la pellicola dalle copertine Feltrinelli con le unghie, i colori sul cartoncino diventavano flebili flebili e sulla plastica rimanevano il disegno e le scritte all’incontrario, le conservavo.

Ero al FLEP!, una festa dove c’erano tra le altre cose delle belle magliette da calcio con dietro scritto KAFKA o BOLAÑO. Naturalmente, appena ho visto quel libro tutto bianco sul banchetto, l’ho comprato subito. Il libro si chiama Una stanza all’Einaudi ed è una composizione di testimonianze di Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni, che all’Einaudi hanno lavorato tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80 come redattori. È un libro complesso, iconoclasta, realista. Entrambi i testimoni hanno la prosa netta, precisa e razionale che ho sempre riconosciuto in Levi e Calvino. Da interni alla casa editrice gli autori rivendicano l’importanza dell’esperienza einaudiana, pur sollevando legittimi dubbi – il caso Fofi, la crisi dell’83, le correnti politiche interne alla casa editrice e la precaria condizione economica superata spesso grazie alla storia personale di Einaudi sono solo alcune delle questioni toccate, in modo prudente ma deciso, a rendere una storia così importante nelle sue sfaccettature. Sul sito della casa editrice è riportata una bella intervista a Roberto Cerati che conferma sotterraneamente l’errore che si fa a mitizzare l’Einaudi come qualunque altra esperienza editoriale: l’azienda non si vede quando tieni in mano il libro, ma è fatta di smottamenti, personalismi, gerarchie a tratti rivoluzionari e a tratti scandalosi. È giusto che in un libro l’azienda non entri, per i lettori. È giusto anche che per gli addetti ai lavori o per chiunque abbia pensato a una casa editrice con le palpitazioni l’azienda entri nei libri, invece. La storia editoriale è preziosa per capire come si lavorava e come si può lavorare oggi, e per sapere che le età dell’oro sono invenzioni. La scienza umana non esiste e un’azienda umanista avrà sempre il suo modo e la sua misura. Così pare. Se così era l’Einaudi…

Questa non è la pagina 26, ma uno scambio di battute un po’ più avanti nel libro, il cui incipit mi ha colpita moltissimo perché Saibene solleva la mia visione della Einaudi di bambina, con orgoglio e affezione. Lo scambio successivo spiega bene il punto di vista degli autori. Detto questo, Una stanza all’Einaudi va letto, studiato e pensato bene. È un piccolo fondamentale di cui ogni parte è davvero importante. Soprattutto per noi che dei libri siamo talmente folli da viverci, o provare a farlo.

SAIBENE Mi pare che Davico Bonino utilizzi la parola «progetto» per definire l’esperienza einaudiana.

BARANELLI A me pare una parola un po’ troppo solenne e ideologica.

SAIBENE Io però sono un figlio della pedagogia einaudiana: Bruno Munari, Gianni Rodari, la trilogia di Calvino, le Letture per la scuola media e così via. Non so se sia un progetto, ma è un’idea pedagogica.

BARANELLI Questo è certo ed è un merito di Giulio Einaudi, dei suoi redattori e consulenti e di Roberto Cerati, che già nel 1945 lavorava a Milano per la casa editrice. L’insieme del catalogo è senza dubbio anche un esempio di pedagogia, ma la parola «progetto» non mi suona bene.

CIAFALONI Io direi «egemonia». Anche se è azzardato esprimere opinioni senza essere né testimoni né storici, direi che Giulio Einaudi, e molti della sua generazione e della sua classe sociale, pensassero di essere e restare classe dirigente stando dentro le cose, che possono piacere o non piacere, ma si possono influenzare dall’interno. Si può essere egemoni anche se si vive in un paese governato da una dittatura.

SAIBENE Una classe dirigente? O meglio un’unica classe dirigente?

CIAFALONI Cito un libro emblematico in questo senso: il Doppio diario di Giaime Pintor. Una generazione che poteva essere totalmente contro ma, al tempo stesso, interamente dentro.

BARANELLI Ma Leone Ginzburg era totalmente contro! Giaime Pintor è un esempio perfetto, ma il vero creatore della casa editrice è stato Leone Ginzburg.

CIAFALONI Ma Giulio Einaudi non si è fatto ammazzare! Questa è la differenza. Einaudi riusciva a essere e e, non o o. […] L’idea di Einaudi è stata quella di costruire un progetto culturale che passava attraverso i diversi regimi occupando tutti i possibili spazi, dal libro tirato in 2000 copie alle grandi opere, cercando di essere il sansôssi (lo spensierato) ma anche l’ufficialità.
[…] C’è un aneddoto che forse descrive bene Giulio Einaudi. Una volta passò da Torino Joan Robinson, di cui Einaudi aveva molti libri in lista d’attesa. Bisognava spiegarle perché non erano stati pubblicati; ed era ovvio che il compito toccasse, alla presenza di un benevolo Einaudi, a un redattore, cioè a me. Mentre parlavamo arrivò Gerlin, l’usciere, con una sola tazzina di caffè. Einaudi ne ordinò subito un’altra, ma intanto di chi era quel caffè che si freddava? Einaudi aveva voglia di quel caffè, ma Joan Robinson era ospite, era donna ed era uno dei più grandi economisti al mondo. Einaudi mi guardava ed esitava. Poi, mentre la Robinson parlava ed io cercavo di spiegare i ritardi, ammiccò, sorrise e bevve lui il caffè. In fondo, se non si trattava di crediti e di libri, era proprio un sansôssi.

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Pagina 26

Pagina 26, undicesima: Il realismo è l’impossibile

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Arnheim in Arte e percezione visiva faceva una bella osservazione sui disegni dei bambini: i piccoli disegnavano ogni cosa rotonda. In particolare una sega elettrica era disegnata come un cerchio con tanti cerchietti attorno. Questo non perché il bambino non sappia vedere la forma dell’oggetto per quella che è, aguzza; ma perché il cerchio è la prima forma che si riesce a disegnare, la più semplice, mentre la linea spezzata si impara più avanti.
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Questo accade anche quando uno scrittore alle prime armi (o che non si sia fatto certe domande) cerca di descrivere una scena. Ci sono troppe cose a cui pensare, descrizioni di ambienti o circostanze in cui calare i personaggi o le considerazioni, e così si cade nei cliché: la bionda tipica, il bello e impossibile, il buono sfigato, il funerale con la pioggia, il bambino innocente. La richiesta più frequente che un editor possa fare oggi a uno scrittore, mi pare, è dimmi qualcosa che non so, quello che so non scriverlo, non esiste. E troppe persone (mi metto nel gruppo) sono tentate dallo scrivere che il cielo è blu, che la risata dei bambini è rinfrancante, che stendersi su un prato è bello. Quale cielo? Blu come? Il cielo sopra quale città o paese? Che bambino è? Ha tutti i denti? Cosa intendi per bello, il prato è senza cacche o lumache? Perché hai sentito il bisogno di menzionare cose vaghe? Se non sai maneggiare il vago, se non sai essere ellittico, se la tua vaghezza è semplicemente mancanza di argomenti, di parole, di precisione, salta subito all’occhio e tu non hai scritto niente.

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Proprio ieri sera ho visto due editori in pigiama parlare dei loro libri davanti a tante persone. Dopo aver letto gli epistolari di Gramsci, Nietzsche e Baudelaire uno dei due ha detto: «un’autrice che mi ha sempre affascinato è Emily Dickinson, perché aveva il dono, pur essendo rimasta reclusa in una stanza per tutta la sua esistenza, di proiettare un’infinità dettagliata, di vedere il mondo dentro a un piccolo particolare.» Quando si percepisce il reale? Quando bisogna lasciarlo andare?

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Uno scrittore sapiente non deve necessariamente descrivere in modo minuzioso ogni cosa: anche la vertigine della lista così presente in Perec è una cifra stilistica, non una soluzione universale al problema. Perec usa la lista come dimostrazione dell’indocilità del reale, in cui ci si può solo perdere affinando la vista. Mi trovo in un salotto e se fisso lo schermo sento attorno a me solo il beige della carta da parati, ma spingendo lo sguardo verso il tavolo noto per la prima volta che ha delle gambe bizzarre, unite in una colonna che poi si dipana in quattro zampe con i piedi dorati. Le zampe hanno una sottile scanalatura con una foglia in finto oro applicata sopra, sono curve. Il legno è abbastanza lucido, scuro, le venature rossastre mi fanno pensare che sia ciliegio o una cosa simile. Se fisso a lungo quelle gambe penso che potrebbero muoversi e scappare, e che il tavolo sembra un ragno. Potrei descrivere tutta la stanza, potrei descriverla nei particolari e poi riscrivere il pezzo in dieci modi diversi. È una via di scrittura, è una dichiarazione d’intenti che mi fa pensare a quando Wittgenstein diceva che la filosofia non aggiunge nulla alla realtà. La scrittura dovrebbe riuscirci? Per me questo è ancora un grande quesito, e mi sento ancora al bordo della piscina rispetto a chi nuota e scrive senza paura (il fatto che ci pensi sopra non significa che prima o poi mi tufferò, naturalmente).

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Si arriva all’iceberg, che non si rilegge mai abbastanza: «If a writer of prose knows enough of what he is writing about he may omit things that he knows and the reader, if the writer is writing truly enough, will have a feeling of those things as strongly as though the writer had stated them. The dignity of movement of an ice-berg is due to only one-eighth of it being above water. A writer who omits things because he does not know them only makes hollow places in his writing.»


Quindi osservare, scrivere, togliere. Non osservare, scrivere, perdersi (ci si perde consapevolmente, ci si perde fermandosi, o ci si lascia andare quando si ha veramente polso e mano). La scrittura è combattimento e felicità. Tutte queste cose, e molte altre, sono spiegate nel fondamentale Il realismo è l’impossibile di Walter Siti, su cui vorrei scrivere di più senza riuscirci, perché ha toccato una corda profondissima, lasciandomi mezza muta e molto pensosa.

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Il realismo è l’impossibile, pagina 26: perché inventare?

«Perché, avendo a disposizione millenni di storia e decenni di cronaca, un narratore sente il bisogno di inventarsi una storia in più, una storia che non è mai accaduta ma sarebbe potuta accadere? Perché questa storia fittizia, per qualche causa oscura, è più esemplare delle storie vere, contiene più significati in un rapporto più coerente e armonioso; perché può ammaestrare e far capire cose che giacciono nell’universo personale e collettivo; perché la realtà così alterata e messa in forma è più buffa, o più tragica o più commovente di quanto la realtà nuda e cruda non sia stata mai. La narrazione fittizia ci offre un cosmo e non un caos, una realtà controllabile e finita, un facsimile di realtà commisurato a quegli dèi minori che crediamo di essere nei nostri deliri di onnipotenza. L’universo alternativo della narrazione è composto da molti meno elementi dell’universo reale; il mondo rappresentato in un racconto fittizio è sempre il frutto di una selezione

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Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, decima: «Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»

La mia immagine per la fine dei libri è sempre la stessa, è un ricordo che mi sono costruita in adolescenza: io, d’estate, che rimango ferma con il libro chiuso sulla pancia e cerco di ripercorrere mentalmente le ultime pagine pensando a che facevo durante le prime. Ovviamente ci sono state anche fini diverse, fini vicine agli inizi, come Bassotuba non c’è che lessi in un pomeriggio, stesa su un prato in primavera inoltrata, rosa dalla gelosia e con il bisogno forte di una voce amica come quella di Nori. (Che colpo abbiamo preso per Paolo Nori, caro come pochi, e quanto lo pensiamo ancora e sempre, non serve dire).

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Di tutte le fini, rimanere interdetta una volta spento (non chiuso: spento) Anna Karenina è stata una sensazione inedita e pazzesca. Mille pagine sono durate un mese e mezzo, nei ritagli di tempo e nei viaggi in treno, di notte e la mattina prestissimo, e sono scivolate veloci come non mi era mai successo coi mattoni russi. Di come il formato elettronico mi sia stato propizio in questo ho già parlato altrove, ma un’altra cosa che mi è stata utile dopo la fine sono i ritagli: rileggere le frasi che avevo evidenziato nel libro mi hanno riportata con precisione sorprendente ai momenti in cui le ho lette la prima volta, spesso e volentieri a letto o nel trenino per andare a lavoro. Per questa ragione non ho scritto pagine 26 ultimamente: stavo leggendo come sempre, ma una cosa lunghissima in cui le pagine non c’erano (ho anche pensato di calcolare dalla percentuale il numero di pagine, ma sono morta di noia ancora prima di iniziare). Ho pensato dunque che ora, che non ho più quell’opera gigante a farmi compagnia e sento una solitudine interiore fortissima, le frasi che mi hanno più colpita faranno la pagina 26.

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Dovrei dire cosa ne penso, ma non credo di averne molta facoltà. È geniale e terribile, e tutti dovrebbero leggerlo e rifletterci molto (proprio come per l’affine Sonata a Kreutzer). Io penso che lo farò per i prossimi mesi e anni. Altro non riesco a dire; lasciamo parlare Leone.

“«Amare chi ti odia, sì; ma amare quelli che tu odi non si può! »”

“«Ho sentito che le donne amano certi uomini per i loro vizi», cominciò Anna «ma io lo odio per la sua virtù. Io non posso vivere con lui. Capiscimi, il suo aspetto ha un’azione fisica su di me, mi riduce fuori di me. Non posso, non posso vivere con lui. Cosa devo mai fare? Ero infelice e pensavo che non si potesse essere più infelici, ma lo stato orribile che sperimento adesso non potevo immaginarmelo. Ci credi che io, sapendo che egli è buono, ottimo, che io non valgo una sua unghia, tuttavia lo odio? Lo odio per la sua magnanimità. E non mi rimane nulla, eccetto…»”

“La bella balia, che serviva da modello a Vrònskij per la testa d’un suo quadro, era l’unico dolore segreto nella vita di Anna. Vrònskij, dipingendola, ammirava la sua bellezza e medievalità, e Anna non osava confessarsi che aveva paura di essere gelosa di quella balia, e perciò carezzava e viziava particolarmente e lei, e il suo piccolo figlio.”

“Non si può proibire a un uomo di farsi una gran bambola di cera e baciarla. Ma se quest’uomo con la bambola venisse e si sedesse dinanzi a un innamorato e si ponesse a carezzare la sua bambola, come l’innamorato carezza colei che ama, all’innamorato questo dispiacerebbe.”

“La contessa Lìdija Ivànovna aveva cessato da lungo tempo di essere innamorata del marito, ma da allora non aveva mai cessato d’essere innamorata di qualcuno. Le accadeva d’essere innamorata di parecchi insieme, e di uomini, e di donne; le accadeva d’essere innamorata di tutte le persone che si distinguevano in qualche modo. Era stata innamorata di tutte le nuove principesse e dei principi che s’imparentavano con la famiglia dello zar; era stata innamorata d’un metropolita, di un suffraganeo e di un prete; era stata innamorata d’un giornalista, di tre slavi, di Komisàrov; d’un ministro, d’un dottore, d’un missionario inglese e di Karénin.”

“«Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»”

“«No, lo sento e particolarmente adesso: tu sei colpevole se le cose non vanno come vorrei. Lavoro così, alla leggera. Se potessi amare tutta quest’opera come amo te… invece negli ultimi tempi faccio tutto come una lezione assegnata.»”

“«L’uomo deve essere virile» disse Oblònskij, aprendo il portone.
«Cioè cosa, andare a fare la corte alle campagnole?» domandò Lévin.
«E perché non farlo, se è una cosa allegra? Ça ne tire pas à conséquence. Mia moglie per questo non starà peggio, e io mi divertirò. La cosa principale è conservare il sacrario della casa, che in casa non ci sia nulla. E le mani non te le legare.»”

“Come in generale non di rado le donne irreprensibilmente morali, stanche dell’uniformità della vita morale, ella da lontano non solo scusava l’amore colpevole, ma l’invidiava perfino.”

“«N’est-ce pas immoral? » essa disse soltanto, dopo essere stata un poco zitta.
«Perché? Pensa, io ho la scelta fra le due: o essere incinta, cioè malata, o essere l’amico, il compagno di mio marito» disse Anna, con un tono scientemente superficiale e leggero.”

“Un sentimento tormentoso, simile a quella stizzosa impotenza che provi in sogno quando vuoi usare la forza fisica.”

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Còre, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, nona: L’Onnipotente gettò un’occhiata

Oggi non sto tanto bene, mi sento come quando alle elementari non andavo a scuola e restavo deboluccia tutta la giornata. Ho recuperato la notte in bianco dormendo tutta la mattina, e poi ho sentito fame di comfort food per la pancia in subbuglio e per la testa annebbiata. Le verdurine bollite con il pane sono venute da sé, e poi ho preso in mano il libro che tengo in bella vista sugli scaffali, lasciando da parte I demoni e La vita agra – quando penso a tutti i classici che mi mancano mi sento felice, piccola e stupida insieme, e mi prende la vertigine della vita troppo breve per le troppe cose indispensabili da leggere, e va sempre a finire che inizio tanti libri importanti insieme, e uno vince sugli altri, e ricomincia la vertigine iniziale.

Il libro che tengo sempre in bella vista sullo scaffale è Il colombre di Dino Buzzati. C’è poco da dire: Buzzati è per me una colonna portante. È un autore infuso di sobrietà e precisione inconfondibili, creatore di quello che mi piace chiamare realismo onirico (più che magico). Se esistono molti romanzi di formazione, Il deserto dei tartari è stato per me il romanzo formativo, ovvero quello che più di tutti gli altri mi ha spinto a diventare adulta, o provare a esserlo: non scherzo quando dico che per me il mondo si divide in chi ha capito Il deserto dei tartari e chi dice che è un libro in cui non succede nulla.

Quando ero molto piccola ho iniziato a leggere Gianni Rodari, che ha accompagnato la mia infanzia rendendola felice come poche. Ricordo che chiedevo sempre a mio padre di portarmi a conoscere Rodari. Me lo immaginavo come un uomo grosso, con gli occhiali, panciuto e con una risata fragorosa – una specie di Babbo Natale in borghese. Papà non riusciva a dirmi che Rodari era morto, e così mi rispondeva sempre che un giorno ci saremmo andati di certo, a conoscerlo. Allora incalzavo chiedendogli dove abitava, e secondo lui cosa faceva tutto il giorno, se scriveva, se camminava nei parchi, se faceva anche qualcos’altro. Sotto sotto pensavo che Rodari, come mio padre e come tutti i padri del mondo, di giorno andasse a lavorare, e non so come mai lo immaginavo come un industriale.


                               

Ho visto una fotografia di Rodari per la prima volta un paio di anni fa: sono rimasta colpita da quanto fosse piccolino, con quel naso ingombrante e il sopracciglio sempre un po’ alzato. Si somigliano un po’, come tipi umani, Buzzati e Rodari: anche Dino era minuto e con i lineamenti duri, le rughe, la canappia. Solo ora, scrivendo questo brano, mi rendo conto con chiarezza che Buzzati ha continuato a raccontarmi le storie che da bambina mi narrava Rodari, e con un po’ di commozione penso che forse è per questo che Il deserto dei tartari era il libro preferito di mio padre. Buzzati non ha paura di inventare storie e di fare cose poco serie come disegnare, facendo prendere altre forme ancora alle sue idee: la sua mente corre senza briglie e affronta ogni cosa, anche l’amarezza, con una lucidità pungente. Rodari e Buzzati sono diamanti: inscalfibili, dalle mille facce, riflettono facendo splendere anche la più fioca delle luci, e se ci guardi dentro la realtà pare moltiplicata e rivoluzionata nei suoi elementi di sempre. Il colombre è una raccolta di storie in cui il mondo diventa un altro restando lo stesso: proprio come nelle Favole al telefono a Piombino piovevano confetti, nel Colombre il frate Celestino fa l’eremita in una metropoli, nel «deserto delle città fatto di moltitudini». Del resto anche Buzzati ha scritto per i ragazzi, come Rodari ha regalato ai grandi La grammatica della fantasia – anche se non credo ci sia un’età in cui sia giusto smettere di leggere Rodari, o un momento da aspettare prima di iniziare a leggere Buzzati.



Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.

“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.

E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.

Il colombre, pagina 26. Dal racconto La creazione: all’Onnipotente viene presentato il progetto dell’uomo.

Erano i disegni di un animale dall’aspetto decisamente sgradevole, se non addirittura repellente, che tuttavia colpiva per la diversità da tutto ciò che si era visto fino allora. Da una parte era raffigurato il maschio, dall’altra la femmina. Come tante altre bestie, aveva quattro arti ma, almeno a giudicare dai disegni, ne adoperava, per camminare, solo due. Di pelo non aveva che qualche ciuffo qua e là, e specialmente sopra la testa, a guisa di criniera. I due arti anteriori penzolavano ai lati in modo buffo. Il muso assomigliava a quello delle scimmie, già sottoposte con successo all’esame. La sagoma, non già fluida, armonica e compatta come gli uccelli, i pesci, i coleotteri, bensì sconnessa, goffa e in un certo modo indecisa, quasi che il disegnatore, al momento buono, si fosse sentito sfiduciato e stanco.
L’Onnipotente gettò un’occhiata. « Bello, non lo direi » osservò, addolcendo con l’amabilità del tono la durezza della sentenza « ma forse presenta qualche utilità particolare. » « Sì, o Signore » confermò il noioso. « Si tratta, modestia a parte, di una invenzione formidabile. Questo sarebbe l’uomo, e questa la donna. A parte le fattezze esteriori, che ammetto siano discutibili, io ho cercato di farli, in certo qual modo, se mi è perdonato l’ardire, a somiglianza di te, o Eccelso. Sarà, in tutto il creato, l’unico essere dotato di ragione, l’unico che potrà rendersi conto della tua esistenza, l’unico che ti saprà adorate. In tuo onore erigerà templi grandiosi e combatterà guerre sanguinosissime. »
« Ahi, ahi! Un intellettuale vuoi dire? » fece l’Onnipotente. « Dà retta a me, figliolo. Alla larga dagli intellettuali. L’universo ne è esente, per fortuna, finora. E mi auguro che resti tale fino alla consumazione dei millenni. Non nego, ragazzo, che la tua invenzione sia ingegnosa. Ma sai tu dirmi la eventuale riuscita? Dotato di qualità eccezionali, può darsi. Eppure, a giudicare dall’aspetto, mi ha l’aria che sarebbe fonte di una quantità di grane a non finire. Mi compiaccio insomma della tua bravura. Sarò anzi lieto di darti una medaglia. Ma mi sembra prudente rinunciare. Questo tipo, se appena gli dessi un po’ di corda, sarebbe capace, un giorno o l’altro, di combinarmi l’anima dei guai. No, no, lasciamo perdere. » E lo congedò con un gesto paterno.
Se ne andò, l’inventore dell’uomo, col muso lungo, fra i sorrisetti dei colleghi. A volere troppo, si finisce sempre così. E si fece avanti il progettista dei tetraonidi.

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Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, ottava: O Brother, where art thou?

Lo so, lo so: non scrivo qui quasi da un mese qui, ed è una cosa bruttissima. Per scrivere ho bisogno di tempo e rilassatezza, lo prendo sempre come un atto piuttosto giocoso, anche se poi può succedere che gli argomenti siano seri. In questo quasi-mese le mie giornate sono state assorbite dallo stage , mentre la sera mi fiondavo in bicicletta a casa di qualche amico per fare lunghe cene e chiacchierate. A mezzanotte, più che addormentarmi, cadevo in coma. Le cose serie in orario lavorativo, quelle allegre fuori: lo spazio per tutta l’ambiguità dello scrivere era difficile da trovare.

Ho pensato spesso a dei post da scrivere, soprattutto a pagine ventisei: la casa editrice mi sta offrendo grandi letture e la gran parte dei miei weekend è assorbita da voci nuove e vive. L’ultimo dei libri che ho rubato dagli scaffali dell’ufficio – ieri a pranzo, prima di partire per il Friuli – mi sta colpendo così tanto che la pagina a lui dedicata mi è apparsa chiara in testa stamattina, dopo il viaggio in treno di ieri pomeriggio passato a ridere da sola con gli occhi fissi sulle pagine. E mi sembra giusto che questo libro scavalchi gli altri anche perché sono a casa, con le montagne azzurrine fuori dalla finestra e la camera dei miei fratelli inzuppata di sole a due passi: il libro che mi ha tanto colpita s’intitola La famiglia Fang, parla di una famiglia assurda e di due fratelli che cercano di trovare un verso alla loro vita, e fa di me quello che hanno fatto Franny & Zooey e Il treno per il Darjeeling. Oggi ho tempo, ho bevuto l’aperitivo e sto ascoltando soul pimpante, quindi posso parlarne procedendo per gradi.

Il treno per il darjeeling parla di un control-freak che organizza un viaggio in treno per riavvicinarsi ai suoi due fratelli, a un anno dalla perdita dal padre. Il viaggio sarà un’esperienza vivida e insieme naif in cui i tre percorreranno in lungo e in largo l’India. Il control-freak, Francis Whitman, è mio fratello Luciano, che sarebbe perfettamente capace di prenotare un treno solo per noi, preparare un programma plastificato in triplice copia per ogni giornata da distribuire tutte le mattine, tenere per sé i biglietti di tutti perché si ritiene più affidabile. Io, modestie a parte, sono Adrien Brody (Peter): anche se il lutto mi ha portata ad avere dei periodi di rigidezza, ho una tendenza molto forte a prendermela con la gente più grossa di me, fare cose nocive per la salute, mettermi nei casini per vedere cosa succede. E rubo i vestiti a tutti. Jack, il minore, è Felice: taciturno ma intimamente casinaro, è emotivo e tuttocuore, e ha una una facilità invidiabile a provarci con le ragazze. Quando parla ha un che di sapienziale e insieme ingenuo, come se scendesse ogni volta dalle nuvole. Mia madre, come la madre dei fratelli Whitman, in un convento disperso tra i monti ci starebbe benissimo: quando parla del prozio che si chiuse nella Certosa di Serra San Bruno le si illuminano gli occhi in modo preoccupante, e io commento sempre “ma quei fratacci la fanno la birra, almeno?”

Un altro film a cui La famiglia Fang mi fa pensare è Little miss Sunshine: i genitori dei poveri Annie e Buster, protagonisti del libro, sono due artisti che coinvolgono i figli in performance pirotecniche atte a smuovere le coscienze addormentate della gente. Caleb e Camilla fanno fare di tutto a quelli che chiamano bambina A e bambino B: in una di queste occasioni Buster inganna il pubblico di un concorso di bellezza sfilando truccato da bambina, vince e subito dopo aver indossato la coroncina fa cadere la parrucca creando lo scompiglio generale – una scena molto simile all’indimenticabile esibizione di Olive nel film. In entrambi i casi l’atmosfera è tesa tra il disastro e la risata, un argomento altrimenti spinoso è descritto con grande acutezza e lievità – insomma, si ride bene, di pancia e di testa.

I coniugi Glass, come Caleb e Camilla, sono artisti di lungo corso; e Franny e Zooey, come Annie e Buster, sentono tutto il peso di essere figli d’arte, che può voler dire semplicemente essere figli di due scoppiati. Annie e Buster non sanno come affrontare la vita da adulti e si rifugiano nella casa dei genitori, proprio come Franny sprofondata nel divano e Zooey immerso nella vasca da bagno. Annie è diventata un’attrice che non sa se recitare a seno nudo, mentre Buster non riesce a ricominciare a scrivere dopo il fallimento del suo secondo romanzo: due destini bizzarri, un po’ come quelli di Franny, Zooey, Olive, e i fratelli Whitman, e di noi tre.

La famiglia Fang, pagina ventisei: la decisione di Annie

Una volta dentro la roulotte, con gli scuri abbassati e il rumore bianco che sibilava alla radio, Annie si sedette sul divano e chiuse gli occhi. A ogni respiro profondo, misurato, immaginò che alcune parti del suo corpo stessero lentamente diventando insensibili: prima le dita, poi le mani, i polsi, le spalle, fino a rievocare il più possibile la sensazione di essere morta. Era una vecchia tecnica della famiglia Fang, da utilizzare prima di fare qualcosa di disastroso. Immaginavi di essere morta, e quando uscivi da quella condizione, nulla, per quanto spaventoso, sembrava avere più importanza. Annie ricordò loro quattro seduti in silenzio dentro il furgone, ciascuno intento a morire e tornare alla vita: quei pochi minuti prima di spalancare le porte e irrompere con violenza nelle vite di tutti gli abitanti della zona.
Dopo mezz’ora Annie tornò nel suo corpo e si alzò in piedi. Si tolse la maglietta e si slacciò il reggiseno, lasciandolo cadere sul pavimento. Si piazzo davanti allo specchio e osservò la propria immagine mentre pronunciava le battute della scena.«Non sono l’angelo custode di mia sorella», disse, resistendo all’impulso di incrociare le braccia sul petto. Recitò l’ultima frase: «Temo non mi interessi proprio, dottor Nesbitt», e poi, sempre senza maglietta, spalancò la porta della roulotte e percorse i cinquanta metri che la separavano dal set, ignorando gli assistenti di produzione e lo staff che la fissavano mentre gli passava accanto. Trovò Freeman seduto sulla sedia da regista, ancora intento a divorare il suo panino, e gli disse: «Avanti, giriamo questa scena del cazzo». Freeman sorrise. «Questo è l’atteggiamento giusto», disse. «Usa la tua rabbia per la scena».
Immobile, nuda dalla vita in su, mentre le comparse, lo staff, il suo partner nella scena e tutti coloro che avevano a che fare col film la fissavano con gli occhi sgranati, Annie disse a se stessa che era tutta una questione di controllo. Era lei che controllava la situazione. Aveva il totale, assoluto controllo. 

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Berta filava, Matto e disperatissimo, Pagina 26, Rumore, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Pagina 26, settima: i Cure erano un gruppo allegro

Quando Nanni Moretti era molto giovane e aveva appena girato Ecce bombo, ovvero il capolavoro per cui ogni persona ragionevole dovrebbe dichiararsi fieramente morettiana in barba a chi tira fuori Habemus papam e la spocchia del regista, rilasciò un’intervista in cui diceva più o meno che non voleva che il suo film facesse immedesimare la gente. Che l’immedesimazione non è un valore, e anzi è una cosa il più delle volte tragicomica: te la vedi la vecchia che quando esce dal film di Bergman dice «quant’è stato emozionante, come me sò immedesimata signora mia, che sensibilità sopraffina quer regista cor nome strano»?
(Nanni Moretti, per chiarire da che parte sto, può permettersi tutta la spocchia del mondo dopo aver partorito «
faccio cose vedo gente» e «va beene, ciao» e «ma se io mi suicidassi?»)
Quello che il regista suggeriva a tutti era di dirsi le frasi in testa prima di farle uscire, e valutare l’ironia involontaria in esse contenute. Non per dire a tutti che fanno ride, ma per far capire che l’ironia è una bella arma se la riconosci, altrimenti ti si ritorce contro.


Prima di parlare di Sofia si veste sempre di nero, il primo romanzo di Paolo Cognetti per cui l’attesa è stata lunga ed emozionante, vorrei specificare che ho diversi aspetti in comune con la protagonista. Non ho la prosopopea di accollarmi il carisma naturale che Sofia emana in ogni pagina del romanzo, ma questa ragazza passa una vita per molti versi simili alla mia: padre malato, mutismo e sensazione di incomunicabilità, lutto, problemi alimentari, emarginazione volontaria. Sono tutte questioni difficili e delicate su cui sovente faccio un umorismo che può sembrare greve. Alcuni problemi non passano e quindi smettono di essere problemi, diventano parti del carattere che a volte emergono e a volte no, e diventare adulti a mio parere è capire che non puoi farli emergere con tutti, e non allo stesso modo: se lo fai diventi una macchietta e fai ridere anche se non vuoi. Certo non facevo ridere i miei amici quando ho perso cinque chili in pochi giorni, di notte sognavo la parola sottopeso e andavo a dormire privandomi della cena dopo aver pranzato con un pezzo di pane secco, ma poi le cose sono cambiate. L’anoressia serve a richiamare l’attenzione su un problema, e a rassicurarsi di poter controllare ogni cosa. In quel momento mi serviva. Allora non l’avrei mai ammesso perché speravo che il mio corpo facesse capire che avevo alle spalle cose troppo pesanti da sopportare per mangiare e altre cose drammatiche di questo tenore, ma ora che ci sono lontana posso dire che mi ha fatto capire diverse cose, a cominciare dal fatto che mangiare è giusto. Ho avuto problemi alimentari, ma d’altronde chi non.

(E poi scusate: sarà la fase storica, sarà la 40 che diventa 38 che diventa 36, sarà La solitudine dei numeri primi, ma da un po’ come ti giri vedi solo Twiggy disturbate. Con questo non voglio dire che mi stanno simpatiche le culone, dio me ne scampi da queste squadre inutili. Un bel gruppo accusato da tutti, come tutti, di spocchiosità, ha messo in un suo pezzo la frase: «anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche che si occupano di moda».)

Tutto questo enorme preambolo per dire che Sofia si veste sempre di nero non mi ha colpita come mi aspettavo, anche se con lei mi ci potevo immedesimare. Il romanzo ricrea la vita di Sofia attraverso diversi punti di vista in diversi periodi, e questo comporta che Sofia sia la protagonista, ma che insieme venga vista come di sbieco in tutto il romanzo. Questa è cosa buona e giusta, come è coinvolgente lo stile del Cognetti che non è sicuramente l’ultimo arrivato — anche se la paratassi a tutti i costi inizia ad annoiarmi. Quello che non mi ha convinto nel libro sta tutto nel mio enorme preambolo: alcune cose mi sono parse psicologismi da macchietta, come vestirsi sempre di nero, il nervoso chain-smoking, l’anoressia, recitare per prendere a prestito le vite altrui. Non ci sono storie ovvie nella misura in cui si può raccontare tutto in modo non ovvio, e in alcune parti la storia di Sofia ha una pasta genuina, vera. Forse è anche per questo che ho sentito molto forti le cadute, ad esempio nel calibrare poco la voce dei personaggi con quella dell’autore. Ho chiuso il libro pensando che dire Sofia si veste sempre di nero è come dire che i Cure sono un gruppo dark: è una frase un po’ paracula, e forse al posto di dire proprio questa si poteva fare una battuta, e usare un’arma che non si pensava di avere, cambiando le carte in tavola.

Sofia si veste sempre di nero, pagina 26: il tumore raccontato a mia figlia
In un altro ricordo Sofia è con sua madre nella vasca da bagno. È seduta alle sue spalle e le strofina la schiena con un guanto ruvido, e intanto Rossana le racconta della visita di oggi in ospedale.
«Cioè», dice Sofia, passando il sapone sul guanto per fare ancora un po’ di schiuma, «non le danno più le medicine?»
«Le medicine che le davano prima erano come un veleno», spiega Rossana. «Servivano a colpire il tumore, però intanto facevano male anche a lei. Ora che non le prende più si sente meglio.»
«Vuol dire che sta guarendo?», chiede Sofia, anche se ha capito benissimo che l’interruzione della chemioterapia vuol dire tutto il contrario. Ma a volte sfrutta i suoi otto anni per ottenere effetti come questo: vedere le spalle di sua madre irrigidirsi, le costole che si dilatano in un sospiro. È curiosa di sapere come le risponderà.
Una notte d’agosto si sveglia sotto un temporale. Non ha mai sentito piovere così forte. A Milano la sua stanza aveva i vetri doppi, un appartamento sopra la testa e un altro sotto i piedi, e anche il temporale era un rumore che si poteva chiudere fuori, come gli allarmi delle automobili e le sirene delle ambulanze. Qui invece i tuoni fanno tremare le finestre. Il vento si infila nei tubi delle grondaie producendo una specie di ululato. La casa intera sembra una barriera che basta appena, e da un momento all’altro potrebbe non bastare più.
Eppure Sofia scopre di non avere paura. Appena ci si abitua, il rumore del temporale comincia a tenerle compagnia.

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Còre, Da lontano, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, sesta: è bello raccontare i guai passati

Non so come sia successo la prima volta, non lo ricordo più con precisione. Se ricordo bene ero a Trieste, avevo al massimo diciassette anni e in una bella libreria dal nome altisonante — la Minerva, vicino a una chiesa in cui hanno ucciso delle persone, a un’altra chiesa ortodossa e azzurrina e a un viale di marmo levigato e malinconico con il mare rosato alla fine — mia cugina Chiara mi aveva regalato un libro che volevo tanto, dopo che Rita mi aveva donato L’Altrui Mestiere, scatola di gemme. Il libro era I racconti, in cui venivano raccolti Storie naturali,Vizio di Forma Lilìt. Curioso come i libri con cui ho conosciuto Primo Levi fossero tutti nordestini e regalati, freschi di bora e netti come le geometrie della città, così imponenti e precise.
Impossibile dire quanto, come, quei libri mi abbiano cambiata. Non avevo letto Se questo è un uomo e l’ho fatto molti anni più tardi, quando nella mia tesi ho parlato di Primo Levi come testimone del dolore inimmaginabile per definizione, e ho analizzato ogni pagina di quel libro e della Tregua segnandomi le molte osservazioni linguistiche, fressen contro essen, pater optime, ubi est mensa pauperorum?, e le questioni stilistiche su cui Levi torna continuamente:  come narrare l’inenarrabile? Dov’è il bene in un campo di concentramento, com’è il male, come la fame, come si racconta tutto questo fuori dal campo? Il campo come luogo di cortocircuito concettuale, quello che accade al protagonista di Versamina che confonde dolore a piacere, e non dimenticherò mai.
Un testimone dev’essere lucido, altrimenti è una vittima. Un testimone insegna, una vittima lamenta. Penso di essere stata fortunata a non leggere Primo Levi alle elementari come molte persone che lo hanno rinchiuso nel ruolo del narratore dell’Olocausto. Ruolo che è stato per lui primario, ma in modo molto più profondo di quanto possa apparire a una prima occhiata. Primo Levi è narratore dell’Olocausto ma anche chimico, e come chimico vuole capire le cose intorno a lui, e unisce le due cose per poi non fermare la sua curiosità precisissima. Non sono stata affatto sorpresa quando ho scoperto che è stato Italo Calvino tra i primi ad amare Primo Levi, e ad insistere perché venisse considerato dalla Einaudi.

Veniamo al libro, che è l’autore più che in tanti altri casi. Il sistema periodico è un’autobiografia per elementi in cui azoto, piombo, oro e zinco sono viatici per significati molto più grandi, o forse sarebbe meglio dire che questi elementi attraverso Levi rivelano anche ai nostri occhi inesperti quanto siano dappertutto, nascosti, sopiti ma indispensabili; quanto poco conosciamo il mondo attorno a noi e quanto la realtà sia misteriosa e nascosta, e noi piccoli, miopi e umili. Calvino, un illustratore e un’editrice di mia conoscenza sarebbero perfettamente d’accordo. È insieme, questo libro, una raccolta di racconti magistrali, scritti con una nettezza rara e ricche di brevi precisissime inconfondibili descrizioni: «Giulia era una ragazza bruna, minuta ed espedita; aveva sopraccigli dall’arco elegante, un viso liscio ed aguzzo, movenze vivaci ma precise. Era più aperta alla pratica che alla teoria, piena di calore umano, cattolica senza rigidezza, generosa ed arruffona; parlava con voce velata e svagata, come se fosse definitivamente stanca di vivere, il che non era affatto.»
Vorrei che la maestrìa di Primo Levi, la prima maestrìa che gli venisse riconosciuta, fosse quella di narratore straordinario e necessario, non solo per la straordinarietà della sua vita, ma anche per quella dei suoi occhi e della sua mente. Ma c’è una parte di me che crede che l’autore per primo non vorrebbe che andasse così.

Due persone sono mie complici in questo amore: Giulionga, che ha fatto del Sistema Periodico il suo libro-guida, quello inesauribile da leggere una volta l’anno, e Stefano, che mi ha regalato questo libro in una delle sue prime edizioni — la quinta, quando Levi era ancora in vita e c’era Escher in copertina –, tendendomi un piccolo tranello per sapere se l’avevo già letto e perpetuando la tradizione dei libri di Levi dati in dono.
Ieri ho visto per la prima volta un’intervista a Levi, ho voluto rifletterci un po’ prima di scrivere qualcosa su di lui, perché la sua viva voce così coerente con la sua mente acuta e aguzza mi hanno sconvolta in modo sommesso e profondo, come del resto lui ha sempre fatto con me.

Pagina 26, Il sistema periodico: piccoli chimici crescono

Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva. Il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di capriccio. È simile in questo all’acqua, che pure non ha congeneri: ma l’acqua è legata all’uomo, anzi alla vita, da una consuetudine di sempre, da un rapporto di necessità molteplice, per cui la sua unicità si nasconde sotto la veste dell’abitudine. Il vetro, invece, è opera dell’uomo e ha storia più recente. Fu la prima nostra vittima, o meglio il primo nostro avversario. Nel laboratorio della Crocetta c’era tubo di vetro da lavoro, di vari diametri, in mozziconi lunghi e corti, tutti coperti di polvere: accendemmo un becco Bunsen e ci mettemmo a lavorare.
Piegare il tubo era facile. Bastava tenere fermo uno spezzone sulla fiamma: dopo un certo tempo la fiamma diventava gialla, e simultaneamente il vetro si poteva piegare: la curva che si otteneva era ben lontana dalla perfezione, ma in sostanza qualcosa avveniva, si poteva creare una forma nuova, arbitraria; una potenza diventava atto, non era questo che intendeva Aristotele?
Ora, anche un tubo di rame o di piombo si può piegare, ma ci accorgemmo presto che il tubo di vetro arroventato possedeva una virtù unica: quando era diventato cedevole si poteva, allontanando rapidamente i due tronconi freddi, tirarlo in filamenti molto sottili, anzi, sottili oltre ogni limite, tali da essere trascinati verso l’alto dalla corrente d’aria calda che saliva dalla fiamma. Sottili e flessibili, come la seta. Ma allora, dov’era scomparsa la rigidità spietata del vetro massiccio? Allora anche la seta, anche il cotone, se si potessero ottenere in forma massiccia, sarebbero inflessibili come il vetro? Enrico mi raccontò che al paese di suo nonno i pescatori usano prendere i bachi da seta, quando sono già grossi, e, desiderosi di imbozzolarsi, si sforzano ciechi e goffi di inerpicarsi su per i rami; li prendono, li spezzano in due con le dita, e tirando i tronconi ottengono un filo di seta, grosso e rozzo, resistentissimo, che usano poi come lenza. Il fatto, a cui non esitai a credere, mi appariva ad un tempo abominevole e affascinante: abominevole per il modo crudele di quella morte, e per il futile uso di un portento naturale; affascinante per lo spregiudicato e audace atto d’ingegno che esso presupponeva da parte del suo mitico inventore.

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