Altrove, Còre, Nord-est

Giulio

tagliamento

 

Il mio nonno putativo Giulio Livolsi, negli ultimi anni, stava sempre seduto sul cornicione di un bar, davanti al negozio di alimentari che ha tenuto aperto per tutta la vita insieme al fratello Silvano.
Io passavo con la bicicletta, mi sedevo vicino a lui, e parlavamo.

Quando ero piccola andavamo sempre da lui a comprare tutto, e in particolare il San Daniele. Una volta lui ha messo le mani sul bancone e io gli ho detto: «Giulio, ma perché ti manca un dito?» e lui: «Mi hanno torturato, bambina.»

Giulio quando ero più grande mi ha spiegato molte cose: cosa vuol dire decimazione, deportazione, amore.
E gli dicevo: «Giulio, perché non ti fai riprendere? Per favore. Porto una telecamera così rimane tutto quello che mi dici.»
E lui: «No no! Perché se mi scappa un sacramento e finisco in televisione non va bene. No. E poi son cose riservate. Un giorno tirerò fuori il mio diario. Un giorno sì. Adesso non sono pronto.»

Non si ricordava mai cosa studiavo. Quando gli dicevo “Filosofia” lui rispondeva «Sacramento! Con un papà medico. Ma io dico. Filosofia falla in tagliamento, vai a raccogliere le piere!»

Giulio è morto il giorno della mia laurea e oggi, anche se sono lontana, è come se stessi seduta su quel cornicione.

Standard
Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, decima: «Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»

La mia immagine per la fine dei libri è sempre la stessa, è un ricordo che mi sono costruita in adolescenza: io, d’estate, che rimango ferma con il libro chiuso sulla pancia e cerco di ripercorrere mentalmente le ultime pagine pensando a che facevo durante le prime. Ovviamente ci sono state anche fini diverse, fini vicine agli inizi, come Bassotuba non c’è che lessi in un pomeriggio, stesa su un prato in primavera inoltrata, rosa dalla gelosia e con il bisogno forte di una voce amica come quella di Nori. (Che colpo abbiamo preso per Paolo Nori, caro come pochi, e quanto lo pensiamo ancora e sempre, non serve dire).

corcos4

Di tutte le fini, rimanere interdetta una volta spento (non chiuso: spento) Anna Karenina è stata una sensazione inedita e pazzesca. Mille pagine sono durate un mese e mezzo, nei ritagli di tempo e nei viaggi in treno, di notte e la mattina prestissimo, e sono scivolate veloci come non mi era mai successo coi mattoni russi. Di come il formato elettronico mi sia stato propizio in questo ho già parlato altrove, ma un’altra cosa che mi è stata utile dopo la fine sono i ritagli: rileggere le frasi che avevo evidenziato nel libro mi hanno riportata con precisione sorprendente ai momenti in cui le ho lette la prima volta, spesso e volentieri a letto o nel trenino per andare a lavoro. Per questa ragione non ho scritto pagine 26 ultimamente: stavo leggendo come sempre, ma una cosa lunghissima in cui le pagine non c’erano (ho anche pensato di calcolare dalla percentuale il numero di pagine, ma sono morta di noia ancora prima di iniziare). Ho pensato dunque che ora, che non ho più quell’opera gigante a farmi compagnia e sento una solitudine interiore fortissima, le frasi che mi hanno più colpita faranno la pagina 26.

corcos 5

Dovrei dire cosa ne penso, ma non credo di averne molta facoltà. È geniale e terribile, e tutti dovrebbero leggerlo e rifletterci molto (proprio come per l’affine Sonata a Kreutzer). Io penso che lo farò per i prossimi mesi e anni. Altro non riesco a dire; lasciamo parlare Leone.

“«Amare chi ti odia, sì; ma amare quelli che tu odi non si può! »”

“«Ho sentito che le donne amano certi uomini per i loro vizi», cominciò Anna «ma io lo odio per la sua virtù. Io non posso vivere con lui. Capiscimi, il suo aspetto ha un’azione fisica su di me, mi riduce fuori di me. Non posso, non posso vivere con lui. Cosa devo mai fare? Ero infelice e pensavo che non si potesse essere più infelici, ma lo stato orribile che sperimento adesso non potevo immaginarmelo. Ci credi che io, sapendo che egli è buono, ottimo, che io non valgo una sua unghia, tuttavia lo odio? Lo odio per la sua magnanimità. E non mi rimane nulla, eccetto…»”

“La bella balia, che serviva da modello a Vrònskij per la testa d’un suo quadro, era l’unico dolore segreto nella vita di Anna. Vrònskij, dipingendola, ammirava la sua bellezza e medievalità, e Anna non osava confessarsi che aveva paura di essere gelosa di quella balia, e perciò carezzava e viziava particolarmente e lei, e il suo piccolo figlio.”

“Non si può proibire a un uomo di farsi una gran bambola di cera e baciarla. Ma se quest’uomo con la bambola venisse e si sedesse dinanzi a un innamorato e si ponesse a carezzare la sua bambola, come l’innamorato carezza colei che ama, all’innamorato questo dispiacerebbe.”

“La contessa Lìdija Ivànovna aveva cessato da lungo tempo di essere innamorata del marito, ma da allora non aveva mai cessato d’essere innamorata di qualcuno. Le accadeva d’essere innamorata di parecchi insieme, e di uomini, e di donne; le accadeva d’essere innamorata di tutte le persone che si distinguevano in qualche modo. Era stata innamorata di tutte le nuove principesse e dei principi che s’imparentavano con la famiglia dello zar; era stata innamorata d’un metropolita, di un suffraganeo e di un prete; era stata innamorata d’un giornalista, di tre slavi, di Komisàrov; d’un ministro, d’un dottore, d’un missionario inglese e di Karénin.”

“«Con una moglie si hanno preoccupazioni, con una che non è moglie è peggio ancora.»”

“«No, lo sento e particolarmente adesso: tu sei colpevole se le cose non vanno come vorrei. Lavoro così, alla leggera. Se potessi amare tutta quest’opera come amo te… invece negli ultimi tempi faccio tutto come una lezione assegnata.»”

“«L’uomo deve essere virile» disse Oblònskij, aprendo il portone.
«Cioè cosa, andare a fare la corte alle campagnole?» domandò Lévin.
«E perché non farlo, se è una cosa allegra? Ça ne tire pas à conséquence. Mia moglie per questo non starà peggio, e io mi divertirò. La cosa principale è conservare il sacrario della casa, che in casa non ci sia nulla. E le mani non te le legare.»”

“Come in generale non di rado le donne irreprensibilmente morali, stanche dell’uniformità della vita morale, ella da lontano non solo scusava l’amore colpevole, ma l’invidiava perfino.”

“«N’est-ce pas immoral? » essa disse soltanto, dopo essere stata un poco zitta.
«Perché? Pensa, io ho la scelta fra le due: o essere incinta, cioè malata, o essere l’amico, il compagno di mio marito» disse Anna, con un tono scientemente superficiale e leggero.”

“Un sentimento tormentoso, simile a quella stizzosa impotenza che provi in sogno quando vuoi usare la forza fisica.”

corcos3

Standard
Còre, Da lontano, Memorie di borgata, Nord-est, Testaccia mia, boccaccia mia

The great beyond

I’m pushing an elephant up the stairs
I’m tossing up punch lines that were never there
Over my shoulder a piano falls
Crashing to the ground
I’m breaking through
I’m bending spoons
I’m keeping flowers in full bloom
I’m looking for answers from the great beyond

Il cielo era completamente bianco, tre anni fa: oggi ci sono delle nuvole lunghe e sfilacciate che rendono meno accecante il grigiore.

La mia prima parola dopo che mio zio Umberto mi ha detto «è andato» è stata «cazzo». Ero in pigiama. Poi si sono svegliati i ragazzi, anche a loro l’ha detto lo zio. Mio zio ha un’eleganza e una freddezza d’altri tempi: un Humphrey Bogart che fuma il sigaro, guida macchinoni, fa il chirurgo ed è campione di bridge. Sono stata felice di sentirmelo dire da lui, che ha svelato un’umanità inedita ma senza fronzoli. Non avrei sopportato sviolinate in quel momento. Poi mia madre è arrivata dall’ospedale. 

Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti


come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

Quel giorno di tre anni fa ho scritto su dei fogli molto grandi, da disegno, un discorso che avrei letto il giorno dopo in chiesa. L’ho scritto perché il prete voleva leggerlo per dare il suo imprimatur, e io non sono riuscita a dire che era una pretesa assurda. Gliel’ha detto il generale dei bersaglieri di mio padre. È andato in canonica a litigare con il prete anche per me.

Il giorno dopo il prete mi ha avvicinato il microfono, non voleva che lo prendessi io. Il generale ha attraversato la navata velocemente e gliel’ha strappato di mano. Ha parlato a braccio, com’era giusto che fosse. E poi ha dato il microfono a me, che ho parlato a braccio, com’era giusto che fosse. Ho letto le frasi di qualcun altro e poi ho detto:«non è cambiato niente, ed è cambiato tutto».

A tenere la bara di mio padre, quattro bersaglieri in alta uniforme. Il generale non lo sapeva. Un suo collega mi si è avvicinato e mi ha detto sottovoce: «non lo sapeva nessuno. Abbiamo chiesto un permesso speciale». Gli è scappato da ridere.

Il generale di mio padre, Carlo, mi regalò Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi. Fu un regalo crudelmente giusto. Trovai delle affinità fortissime con mio padre, e con questa figlia che cercava di ricostruire la vita del padre liberandola dal martirio e dalla santificazione che in Italia è un brutto vizietto cucito su tutti i morti.

Oggi è il diciotto novembre duemiladodici e non credevo sarebbe mai arrivato. Credevo che il mondo si sarebbe fermato. Non sto esagerando.

Non ho ancora annullato il battesimo. Oggi vedrò lo stesso prete che il giorno del funerale, prima di fare la scenetta del microfono, sbagliò il mio nome. Mi chiamò Cristina, facendomi ridere quando lo credevo meno possibile. S’incazzarono tutti, io pensai che era giusto così: non mi aveva mai visto in vita sua, poveraccio.

Da allora ho fatto molti lavori pagati e non, mi sono laureata con una tesi sul dolore nella logica che ha incuriosito perfino la mia rigida correlatrice kierkegaardiana (che naturalmente fraintese tutto quello che avevo scritto), ho lasciato Venezia, sono approdata a Roma, ho cambiato tre case, mi sono rasata i capelli, li ho fatti ricrescere, ho scoperto nomi e cose nuove. In questo momento sto cercando di diventare adulta restando umana. Per farlo cerco di liberare dal rancore i miei ricordi e le cose che vivo, e mi ripeto che niente è irreparabile tranne la morte, e quindi non serve fare tanto rumore attorno alle scelte, basta farle e basta. È difficile, a tratti, ma con pazienza ce la si fa.

Parlo ancora con mio padre, anche se è difficile essere più atea di me. Le due cose non mi paiono in contraddizione. Ho avuto modo di capire molto chiaramente che la realtà non è scientifica, o meglio che la scienza non si basa su certezze ma solo su probabilità, come il mondo. Esistono molte cose che non posso vedere. Non sto dicendo che mio padre è come le onde radio: è qualcosa di molto più forte, senza il quale non esisterei, verso il quale sento materialmente la forza di un abbraccio. Una persona che dal primo capello all’ultima unghia del piede riassumeva molti universi che non aveva difficoltà a condividere con noi.

Ho capito in questi anni che cinque meno uno è diverso da quattro, e che noi quattro siamo stati fortunati ad avere una persona così vicina. Che saremo sempre cinque meno uno, e insieme quell’uno c’è ancora molto forte in tutti noi. In questo senso siamo forti, nella debolezza: la morte non ci ha tolto tutto, perché mio padre ha seminato (non in quanto padre ma in quanto persona straordinaria), e noi stiamo crescendo.

Le cose brutte in senso assoluto non esistono. Noi siamo qui, e pensare che oggi sia un giorno triste è un’idea falsa e da baciapile. Nessuno prende peggio la morte di un cattolico osservante, questa è un’altra cosa che ho capito molto bene.

Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.

Avevo ragione, quel pomeriggio di fronte a una chiesa gremita di gente: è cambiato tutto, e non è cambiato niente.

Quanti cavalli hai tu seduto alla porta
tu che sfiori il cielo col tuo dito più corto
la notte non ha bisogno
la notte fa benissimo a meno del tuo concerto
ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo?

Ed arrivò un bambino con le mani in tasca
ed un oceano verde dietro le spalle
disse “Vorrei sapere, quanto è grande il verde
come è bello il mare, quanto dura una stanza
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male”

Prova a lasciare le campane al loro cerchio di rondini
e non ficcare il naso negli affari miei
e non venirmi a dire “Preferisco un poeta,
preferisco un poeta ad un poeta sconfitto”

Ma se ci tieni tanto poi baciarmi ogni volta che vuoi.


(Le immagini sono di Hundterwasser, che progettò il cimitero giardino a cui penso tutte le volte che cammino sulla ghiaia ostile e tocco le lapidi fredde.)

Standard
Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, ottava: O Brother, where art thou?

Lo so, lo so: non scrivo qui quasi da un mese qui, ed è una cosa bruttissima. Per scrivere ho bisogno di tempo e rilassatezza, lo prendo sempre come un atto piuttosto giocoso, anche se poi può succedere che gli argomenti siano seri. In questo quasi-mese le mie giornate sono state assorbite dallo stage , mentre la sera mi fiondavo in bicicletta a casa di qualche amico per fare lunghe cene e chiacchierate. A mezzanotte, più che addormentarmi, cadevo in coma. Le cose serie in orario lavorativo, quelle allegre fuori: lo spazio per tutta l’ambiguità dello scrivere era difficile da trovare.

Ho pensato spesso a dei post da scrivere, soprattutto a pagine ventisei: la casa editrice mi sta offrendo grandi letture e la gran parte dei miei weekend è assorbita da voci nuove e vive. L’ultimo dei libri che ho rubato dagli scaffali dell’ufficio – ieri a pranzo, prima di partire per il Friuli – mi sta colpendo così tanto che la pagina a lui dedicata mi è apparsa chiara in testa stamattina, dopo il viaggio in treno di ieri pomeriggio passato a ridere da sola con gli occhi fissi sulle pagine. E mi sembra giusto che questo libro scavalchi gli altri anche perché sono a casa, con le montagne azzurrine fuori dalla finestra e la camera dei miei fratelli inzuppata di sole a due passi: il libro che mi ha tanto colpita s’intitola La famiglia Fang, parla di una famiglia assurda e di due fratelli che cercano di trovare un verso alla loro vita, e fa di me quello che hanno fatto Franny & Zooey e Il treno per il Darjeeling. Oggi ho tempo, ho bevuto l’aperitivo e sto ascoltando soul pimpante, quindi posso parlarne procedendo per gradi.

Il treno per il darjeeling parla di un control-freak che organizza un viaggio in treno per riavvicinarsi ai suoi due fratelli, a un anno dalla perdita dal padre. Il viaggio sarà un’esperienza vivida e insieme naif in cui i tre percorreranno in lungo e in largo l’India. Il control-freak, Francis Whitman, è mio fratello Luciano, che sarebbe perfettamente capace di prenotare un treno solo per noi, preparare un programma plastificato in triplice copia per ogni giornata da distribuire tutte le mattine, tenere per sé i biglietti di tutti perché si ritiene più affidabile. Io, modestie a parte, sono Adrien Brody (Peter): anche se il lutto mi ha portata ad avere dei periodi di rigidezza, ho una tendenza molto forte a prendermela con la gente più grossa di me, fare cose nocive per la salute, mettermi nei casini per vedere cosa succede. E rubo i vestiti a tutti. Jack, il minore, è Felice: taciturno ma intimamente casinaro, è emotivo e tuttocuore, e ha una una facilità invidiabile a provarci con le ragazze. Quando parla ha un che di sapienziale e insieme ingenuo, come se scendesse ogni volta dalle nuvole. Mia madre, come la madre dei fratelli Whitman, in un convento disperso tra i monti ci starebbe benissimo: quando parla del prozio che si chiuse nella Certosa di Serra San Bruno le si illuminano gli occhi in modo preoccupante, e io commento sempre “ma quei fratacci la fanno la birra, almeno?”

Un altro film a cui La famiglia Fang mi fa pensare è Little miss Sunshine: i genitori dei poveri Annie e Buster, protagonisti del libro, sono due artisti che coinvolgono i figli in performance pirotecniche atte a smuovere le coscienze addormentate della gente. Caleb e Camilla fanno fare di tutto a quelli che chiamano bambina A e bambino B: in una di queste occasioni Buster inganna il pubblico di un concorso di bellezza sfilando truccato da bambina, vince e subito dopo aver indossato la coroncina fa cadere la parrucca creando lo scompiglio generale – una scena molto simile all’indimenticabile esibizione di Olive nel film. In entrambi i casi l’atmosfera è tesa tra il disastro e la risata, un argomento altrimenti spinoso è descritto con grande acutezza e lievità – insomma, si ride bene, di pancia e di testa.

I coniugi Glass, come Caleb e Camilla, sono artisti di lungo corso; e Franny e Zooey, come Annie e Buster, sentono tutto il peso di essere figli d’arte, che può voler dire semplicemente essere figli di due scoppiati. Annie e Buster non sanno come affrontare la vita da adulti e si rifugiano nella casa dei genitori, proprio come Franny sprofondata nel divano e Zooey immerso nella vasca da bagno. Annie è diventata un’attrice che non sa se recitare a seno nudo, mentre Buster non riesce a ricominciare a scrivere dopo il fallimento del suo secondo romanzo: due destini bizzarri, un po’ come quelli di Franny, Zooey, Olive, e i fratelli Whitman, e di noi tre.

La famiglia Fang, pagina ventisei: la decisione di Annie

Una volta dentro la roulotte, con gli scuri abbassati e il rumore bianco che sibilava alla radio, Annie si sedette sul divano e chiuse gli occhi. A ogni respiro profondo, misurato, immaginò che alcune parti del suo corpo stessero lentamente diventando insensibili: prima le dita, poi le mani, i polsi, le spalle, fino a rievocare il più possibile la sensazione di essere morta. Era una vecchia tecnica della famiglia Fang, da utilizzare prima di fare qualcosa di disastroso. Immaginavi di essere morta, e quando uscivi da quella condizione, nulla, per quanto spaventoso, sembrava avere più importanza. Annie ricordò loro quattro seduti in silenzio dentro il furgone, ciascuno intento a morire e tornare alla vita: quei pochi minuti prima di spalancare le porte e irrompere con violenza nelle vite di tutti gli abitanti della zona.
Dopo mezz’ora Annie tornò nel suo corpo e si alzò in piedi. Si tolse la maglietta e si slacciò il reggiseno, lasciandolo cadere sul pavimento. Si piazzo davanti allo specchio e osservò la propria immagine mentre pronunciava le battute della scena.«Non sono l’angelo custode di mia sorella», disse, resistendo all’impulso di incrociare le braccia sul petto. Recitò l’ultima frase: «Temo non mi interessi proprio, dottor Nesbitt», e poi, sempre senza maglietta, spalancò la porta della roulotte e percorse i cinquanta metri che la separavano dal set, ignorando gli assistenti di produzione e lo staff che la fissavano mentre gli passava accanto. Trovò Freeman seduto sulla sedia da regista, ancora intento a divorare il suo panino, e gli disse: «Avanti, giriamo questa scena del cazzo». Freeman sorrise. «Questo è l’atteggiamento giusto», disse. «Usa la tua rabbia per la scena».
Immobile, nuda dalla vita in su, mentre le comparse, lo staff, il suo partner nella scena e tutti coloro che avevano a che fare col film la fissavano con gli occhi sgranati, Annie disse a se stessa che era tutta una questione di controllo. Era lei che controllava la situazione. Aveva il totale, assoluto controllo. 

Standard
Còre, Da lontano, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, sesta: è bello raccontare i guai passati

Non so come sia successo la prima volta, non lo ricordo più con precisione. Se ricordo bene ero a Trieste, avevo al massimo diciassette anni e in una bella libreria dal nome altisonante — la Minerva, vicino a una chiesa in cui hanno ucciso delle persone, a un’altra chiesa ortodossa e azzurrina e a un viale di marmo levigato e malinconico con il mare rosato alla fine — mia cugina Chiara mi aveva regalato un libro che volevo tanto, dopo che Rita mi aveva donato L’Altrui Mestiere, scatola di gemme. Il libro era I racconti, in cui venivano raccolti Storie naturali,Vizio di Forma Lilìt. Curioso come i libri con cui ho conosciuto Primo Levi fossero tutti nordestini e regalati, freschi di bora e netti come le geometrie della città, così imponenti e precise.
Impossibile dire quanto, come, quei libri mi abbiano cambiata. Non avevo letto Se questo è un uomo e l’ho fatto molti anni più tardi, quando nella mia tesi ho parlato di Primo Levi come testimone del dolore inimmaginabile per definizione, e ho analizzato ogni pagina di quel libro e della Tregua segnandomi le molte osservazioni linguistiche, fressen contro essen, pater optime, ubi est mensa pauperorum?, e le questioni stilistiche su cui Levi torna continuamente:  come narrare l’inenarrabile? Dov’è il bene in un campo di concentramento, com’è il male, come la fame, come si racconta tutto questo fuori dal campo? Il campo come luogo di cortocircuito concettuale, quello che accade al protagonista di Versamina che confonde dolore a piacere, e non dimenticherò mai.
Un testimone dev’essere lucido, altrimenti è una vittima. Un testimone insegna, una vittima lamenta. Penso di essere stata fortunata a non leggere Primo Levi alle elementari come molte persone che lo hanno rinchiuso nel ruolo del narratore dell’Olocausto. Ruolo che è stato per lui primario, ma in modo molto più profondo di quanto possa apparire a una prima occhiata. Primo Levi è narratore dell’Olocausto ma anche chimico, e come chimico vuole capire le cose intorno a lui, e unisce le due cose per poi non fermare la sua curiosità precisissima. Non sono stata affatto sorpresa quando ho scoperto che è stato Italo Calvino tra i primi ad amare Primo Levi, e ad insistere perché venisse considerato dalla Einaudi.

Veniamo al libro, che è l’autore più che in tanti altri casi. Il sistema periodico è un’autobiografia per elementi in cui azoto, piombo, oro e zinco sono viatici per significati molto più grandi, o forse sarebbe meglio dire che questi elementi attraverso Levi rivelano anche ai nostri occhi inesperti quanto siano dappertutto, nascosti, sopiti ma indispensabili; quanto poco conosciamo il mondo attorno a noi e quanto la realtà sia misteriosa e nascosta, e noi piccoli, miopi e umili. Calvino, un illustratore e un’editrice di mia conoscenza sarebbero perfettamente d’accordo. È insieme, questo libro, una raccolta di racconti magistrali, scritti con una nettezza rara e ricche di brevi precisissime inconfondibili descrizioni: «Giulia era una ragazza bruna, minuta ed espedita; aveva sopraccigli dall’arco elegante, un viso liscio ed aguzzo, movenze vivaci ma precise. Era più aperta alla pratica che alla teoria, piena di calore umano, cattolica senza rigidezza, generosa ed arruffona; parlava con voce velata e svagata, come se fosse definitivamente stanca di vivere, il che non era affatto.»
Vorrei che la maestrìa di Primo Levi, la prima maestrìa che gli venisse riconosciuta, fosse quella di narratore straordinario e necessario, non solo per la straordinarietà della sua vita, ma anche per quella dei suoi occhi e della sua mente. Ma c’è una parte di me che crede che l’autore per primo non vorrebbe che andasse così.

Due persone sono mie complici in questo amore: Giulionga, che ha fatto del Sistema Periodico il suo libro-guida, quello inesauribile da leggere una volta l’anno, e Stefano, che mi ha regalato questo libro in una delle sue prime edizioni — la quinta, quando Levi era ancora in vita e c’era Escher in copertina –, tendendomi un piccolo tranello per sapere se l’avevo già letto e perpetuando la tradizione dei libri di Levi dati in dono.
Ieri ho visto per la prima volta un’intervista a Levi, ho voluto rifletterci un po’ prima di scrivere qualcosa su di lui, perché la sua viva voce così coerente con la sua mente acuta e aguzza mi hanno sconvolta in modo sommesso e profondo, come del resto lui ha sempre fatto con me.

Pagina 26, Il sistema periodico: piccoli chimici crescono

Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva. Il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di capriccio. È simile in questo all’acqua, che pure non ha congeneri: ma l’acqua è legata all’uomo, anzi alla vita, da una consuetudine di sempre, da un rapporto di necessità molteplice, per cui la sua unicità si nasconde sotto la veste dell’abitudine. Il vetro, invece, è opera dell’uomo e ha storia più recente. Fu la prima nostra vittima, o meglio il primo nostro avversario. Nel laboratorio della Crocetta c’era tubo di vetro da lavoro, di vari diametri, in mozziconi lunghi e corti, tutti coperti di polvere: accendemmo un becco Bunsen e ci mettemmo a lavorare.
Piegare il tubo era facile. Bastava tenere fermo uno spezzone sulla fiamma: dopo un certo tempo la fiamma diventava gialla, e simultaneamente il vetro si poteva piegare: la curva che si otteneva era ben lontana dalla perfezione, ma in sostanza qualcosa avveniva, si poteva creare una forma nuova, arbitraria; una potenza diventava atto, non era questo che intendeva Aristotele?
Ora, anche un tubo di rame o di piombo si può piegare, ma ci accorgemmo presto che il tubo di vetro arroventato possedeva una virtù unica: quando era diventato cedevole si poteva, allontanando rapidamente i due tronconi freddi, tirarlo in filamenti molto sottili, anzi, sottili oltre ogni limite, tali da essere trascinati verso l’alto dalla corrente d’aria calda che saliva dalla fiamma. Sottili e flessibili, come la seta. Ma allora, dov’era scomparsa la rigidità spietata del vetro massiccio? Allora anche la seta, anche il cotone, se si potessero ottenere in forma massiccia, sarebbero inflessibili come il vetro? Enrico mi raccontò che al paese di suo nonno i pescatori usano prendere i bachi da seta, quando sono già grossi, e, desiderosi di imbozzolarsi, si sforzano ciechi e goffi di inerpicarsi su per i rami; li prendono, li spezzano in due con le dita, e tirando i tronconi ottengono un filo di seta, grosso e rozzo, resistentissimo, che usano poi come lenza. Il fatto, a cui non esitai a credere, mi appariva ad un tempo abominevole e affascinante: abominevole per il modo crudele di quella morte, e per il futile uso di un portento naturale; affascinante per lo spregiudicato e audace atto d’ingegno che esso presupponeva da parte del suo mitico inventore.

Standard
Còre, Da lontano, Nord-est, Sud-est

E la rigilla rigilla rigira


Mio padre, quando ero piccola, cantava spesso uno stornello socialista che diceva:
E quando muoio io
non voglio preti
non voglio preti e frati alla mia barella,
non voglio preti e frati alla mia barella
io voglio il socialista con la sua bella!
E la rigilla rigilla rigira,
la rigira e la fa trentuno,
evviva i socialisti, Garibaldi e Giordano Bruno!

Oggi è il terzo compleanno di mio padre dalla sua morte. Compirebbe cinquantotto anni. Si chiamava Giorgio, era aquilano, faceva il medico ed era una persona eccezionale. Per festeggiare io e Stefano siamo andati a pranzo con il generale dei bersaglieri di mio padre e la moglie, Carlo e Graziella. Sono amici e figure tutelari per me. Anche lo scorso anno siamo andati a pranzo insieme, e Grazia ha fatto il primo brindisi, dicendo: «È bello che tu voglia festeggiare il giorno che Giorgio è arrivato.» Oggi mi ha detto: «Giorgio ti trattava come un’adulta fin da quando eri piccola. Mi ricordo una volta che litigavate perché tu non capivi il motivo di un suo divieto. Ti aveva abituato a discutere su tutto finché non avevi chiaro il motivo delle cose, però in questo modo il più delle volte lo mandavi ai matti. Nonostante questo si cimentava sempre nelle discussioni con te. Giorgio era un uomo meraviglioso.» Anche in Friuli credo stasera andranno a cena fuori, a mangiare il baccalà probabilmente. A mio padre piaceva mangiare e bere. Ci portava sempre a bere l’aperitivo verso le sette di sera, arrivavamo tardi a cena e la mamma s’incazzava. Ci andavamo anche quando era malato, e una volta ha detto: «Beh, anche se muoio almeno mi sono divertito.»
Un’altra canzone che mi cantava sempre e che mi ammazzava dal ridere era 
Goganga di Gaber. Faceva il fischio benissimo.

Tanti auguri, papà.

 

Standard
Còre, Nord-est

De fonseca

Stamattina la mamma mi parlava dello sbilanciamento fra maschi e femmine della sua generazione. A un certo punto si è fermata e mi ha detto: «Il fatto è che gli uomini, alla fine, cercano una donna che gli metta le pantofole. E le donne cercano un uomo che gliele tolga.»

Standard