Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Tra pensieri


“Quando Rabbi Isacco Meir era bambino, sua madre lo condusse una volta dal Magghid di Kosnitz. Qui qualcuno gli disse: «Isacco Meir ti do un fiorino se mi dici dove abita Dio». Rispose Isacco: «E io ti do due fiorini se mi sai dire dove non abita».”
Martin Buber, I racconti di Chassidim, 1949

Olga(bici di Eleonora Antonioni)

Periodo di felicità placida e rarefatta. Pedalo e leggo, leggo e pedalo. Sulla mia via capitano cose mirabilanti senza che io le chieda e senza che io possa capire come le merito: la cosa più astuta mi pare godermi le primizie e tacere.

Una di queste primizie è Tra pensieri di Guido Ceronetti. È una raccolta di frammenti, ciliegie, squarci. Ceronetti dice nell’introduzione di non leggerlo passivamente, io dico che prima di leggerlo bisogna arrendersi del tutto, magari su un prato. Sentire le braccia cadere e la testa vuota. Le fulminazioni decantano meglio, così, e magari poi le si mette in pratica.


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“Sappiamo la potenza d’urto sulla mente del verso isolato, la forza persuasiva del versetto preso a caso nei testi sacri, la dilatazione infinita delle combinazioni dell’I-Ching, la pregnanza dei ciottoli lasciati dal naufragio dei presocratici, l’indipendenza speculativa del cane semiaffogato ai margini delle Pitture Nere di Goya.
Tutto è dispersione, lacerazione, separazione, rotolare di ruote senza carro, e questo ha nome esilio, o anche mondo”.
(dall’introduzione di Guido Ceronetti)


“Ogni famiglia, quando nasce un figlio
Lo vuole intelligente;
Ma l’intelligenza mia è stata
La rovina di tutta la mia vita.
Io spero che mio figlio
Sia stupidissimo e ignorantissimo:
Coronerà una vita tranquilla
Diventando Ministro”.

Su-Chê, poeta della dinastia Sung (1036-1112 d. C.)

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Berta filava, Matto e disperatissimo, Pagina 26, Rumore, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Pagina 26, settima: i Cure erano un gruppo allegro

Quando Nanni Moretti era molto giovane e aveva appena girato Ecce bombo, ovvero il capolavoro per cui ogni persona ragionevole dovrebbe dichiararsi fieramente morettiana in barba a chi tira fuori Habemus papam e la spocchia del regista, rilasciò un’intervista in cui diceva più o meno che non voleva che il suo film facesse immedesimare la gente. Che l’immedesimazione non è un valore, e anzi è una cosa il più delle volte tragicomica: te la vedi la vecchia che quando esce dal film di Bergman dice «quant’è stato emozionante, come me sò immedesimata signora mia, che sensibilità sopraffina quer regista cor nome strano»?
(Nanni Moretti, per chiarire da che parte sto, può permettersi tutta la spocchia del mondo dopo aver partorito «
faccio cose vedo gente» e «va beene, ciao» e «ma se io mi suicidassi?»)
Quello che il regista suggeriva a tutti era di dirsi le frasi in testa prima di farle uscire, e valutare l’ironia involontaria in esse contenute. Non per dire a tutti che fanno ride, ma per far capire che l’ironia è una bella arma se la riconosci, altrimenti ti si ritorce contro.


Prima di parlare di Sofia si veste sempre di nero, il primo romanzo di Paolo Cognetti per cui l’attesa è stata lunga ed emozionante, vorrei specificare che ho diversi aspetti in comune con la protagonista. Non ho la prosopopea di accollarmi il carisma naturale che Sofia emana in ogni pagina del romanzo, ma questa ragazza passa una vita per molti versi simili alla mia: padre malato, mutismo e sensazione di incomunicabilità, lutto, problemi alimentari, emarginazione volontaria. Sono tutte questioni difficili e delicate su cui sovente faccio un umorismo che può sembrare greve. Alcuni problemi non passano e quindi smettono di essere problemi, diventano parti del carattere che a volte emergono e a volte no, e diventare adulti a mio parere è capire che non puoi farli emergere con tutti, e non allo stesso modo: se lo fai diventi una macchietta e fai ridere anche se non vuoi. Certo non facevo ridere i miei amici quando ho perso cinque chili in pochi giorni, di notte sognavo la parola sottopeso e andavo a dormire privandomi della cena dopo aver pranzato con un pezzo di pane secco, ma poi le cose sono cambiate. L’anoressia serve a richiamare l’attenzione su un problema, e a rassicurarsi di poter controllare ogni cosa. In quel momento mi serviva. Allora non l’avrei mai ammesso perché speravo che il mio corpo facesse capire che avevo alle spalle cose troppo pesanti da sopportare per mangiare e altre cose drammatiche di questo tenore, ma ora che ci sono lontana posso dire che mi ha fatto capire diverse cose, a cominciare dal fatto che mangiare è giusto. Ho avuto problemi alimentari, ma d’altronde chi non.

(E poi scusate: sarà la fase storica, sarà la 40 che diventa 38 che diventa 36, sarà La solitudine dei numeri primi, ma da un po’ come ti giri vedi solo Twiggy disturbate. Con questo non voglio dire che mi stanno simpatiche le culone, dio me ne scampi da queste squadre inutili. Un bel gruppo accusato da tutti, come tutti, di spocchiosità, ha messo in un suo pezzo la frase: «anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche che si occupano di moda».)

Tutto questo enorme preambolo per dire che Sofia si veste sempre di nero non mi ha colpita come mi aspettavo, anche se con lei mi ci potevo immedesimare. Il romanzo ricrea la vita di Sofia attraverso diversi punti di vista in diversi periodi, e questo comporta che Sofia sia la protagonista, ma che insieme venga vista come di sbieco in tutto il romanzo. Questa è cosa buona e giusta, come è coinvolgente lo stile del Cognetti che non è sicuramente l’ultimo arrivato — anche se la paratassi a tutti i costi inizia ad annoiarmi. Quello che non mi ha convinto nel libro sta tutto nel mio enorme preambolo: alcune cose mi sono parse psicologismi da macchietta, come vestirsi sempre di nero, il nervoso chain-smoking, l’anoressia, recitare per prendere a prestito le vite altrui. Non ci sono storie ovvie nella misura in cui si può raccontare tutto in modo non ovvio, e in alcune parti la storia di Sofia ha una pasta genuina, vera. Forse è anche per questo che ho sentito molto forti le cadute, ad esempio nel calibrare poco la voce dei personaggi con quella dell’autore. Ho chiuso il libro pensando che dire Sofia si veste sempre di nero è come dire che i Cure sono un gruppo dark: è una frase un po’ paracula, e forse al posto di dire proprio questa si poteva fare una battuta, e usare un’arma che non si pensava di avere, cambiando le carte in tavola.

Sofia si veste sempre di nero, pagina 26: il tumore raccontato a mia figlia
In un altro ricordo Sofia è con sua madre nella vasca da bagno. È seduta alle sue spalle e le strofina la schiena con un guanto ruvido, e intanto Rossana le racconta della visita di oggi in ospedale.
«Cioè», dice Sofia, passando il sapone sul guanto per fare ancora un po’ di schiuma, «non le danno più le medicine?»
«Le medicine che le davano prima erano come un veleno», spiega Rossana. «Servivano a colpire il tumore, però intanto facevano male anche a lei. Ora che non le prende più si sente meglio.»
«Vuol dire che sta guarendo?», chiede Sofia, anche se ha capito benissimo che l’interruzione della chemioterapia vuol dire tutto il contrario. Ma a volte sfrutta i suoi otto anni per ottenere effetti come questo: vedere le spalle di sua madre irrigidirsi, le costole che si dilatano in un sospiro. È curiosa di sapere come le risponderà.
Una notte d’agosto si sveglia sotto un temporale. Non ha mai sentito piovere così forte. A Milano la sua stanza aveva i vetri doppi, un appartamento sopra la testa e un altro sotto i piedi, e anche il temporale era un rumore che si poteva chiudere fuori, come gli allarmi delle automobili e le sirene delle ambulanze. Qui invece i tuoni fanno tremare le finestre. Il vento si infila nei tubi delle grondaie producendo una specie di ululato. La casa intera sembra una barriera che basta appena, e da un momento all’altro potrebbe non bastare più.
Eppure Sofia scopre di non avere paura. Appena ci si abitua, il rumore del temporale comincia a tenerle compagnia.

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Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Weekend wars



Questa settimana è stata così densa che non ho scritto un rigo. Quando non scrivo per un po’ mi rendo conto bene di come la scrittura abbia sempre a che vedere col coraggio, col voler fare un passo fuori, sopra la coltre, a rompere la superficie dell’acqua. Almeno per me è sempre stato questo. Respirare non è qualcosa che si sappia fare da sempre, come andare in bicicletta o fare l’amore: il meccanismo teorico è forse impresso identico nella nostra mente — così dicono i manuali di psicologia generale, e chi sono io per mettere in dubbio la blasonata disciplina che ci vuole tutti sotto sotto uguali — ma l’atto ogni volta è diverso. Una volta ho preso dei pesi non miei e me li sono legati in vita, l’acqua mi è entrata nel colletto della mezza muta presa anche lei in prestito appena ho messo il naso sotto, e da lì è stata una cosa a metà tra quello che volevo io e quello che mi chiedeva quell’enorme pozza di un blu troppo scuro, troppo inchiostro, e dentro così cristallino, com’era possibile? In quel momento ho visto di nuovo il fondo di sabbia da cui prendevo un pugnetto a otto anni per mostrare che sapevo andare in apnea, e insieme un’altra acqua mi ha mostrato i pomodori di mare e piccoli pesciolini dall’aria brutta e incattivita, che crescono rapidamente e paiono dei minuscoli scorfani. Alcuni gabbiani passavano indifferenti. La roccia era color del rame e mi tagliava i polpastrelli, ma non potevo fare a meno di appigliarmici quando non potevo più stare sott’acqua e le onde mi spingevano verso la riva che non era affatto come quella che conoscevo. Era fatta di sassi e piena di madri croate senza il reggiseno del bikini, grasse, con i loro uomini tatuati che aprivano birre e i bambini completamente nudi, biondi e neri dal sole. E poi era tutto un fumare e leggere Mishima e far scendere la pressione. Mentre risalivo sentivo il rallentamento dato dai pesi e la sensazione era spaventosa e bellissima insieme, e uno dei miei dubbi tipici è salito a galla nella mia testa: morirò per la pressione? E poi mi sono detta che non avevo bombole con me, e che per il freddo non ero scesa troppo sotto. Morirò? Mi ero data la risposta che era la mia nuova ossessione: sì. Morirò. L’avevo scoperto da poco.

Enid Antonioni


Tutte le mattine faccio mezz’ora in bicicletta per andare in casa editrice. A Spilimbergo tornare dal bar su due ruote è qualcosa che si può fare da ubriachi, dondolando sul sellino morbido e frenando solo alla fine. Si può addirittura fare lo slalom sulla linea continua nel mezzo della strada. Qui inizio sempre in salita, per arrivare alla Certosa evitando la Casilina. Poi inizia l’orchestra di clacson. Porta Maggiore mi spaventa, ma anche Piazza Fiume e il tetris di autobus e macchine fuori e dentro le corsie preferenziali non scherzano. Mi si sporcano i capelli più velocemente e se davanti a me al semaforo c’è una motocicletta sono fottuta. È bellissimo e mi sento sveglia come ai tempi della prima ora del liceo, quando a differenza degli altri io avevo già passato un’ora ad ascoltare musica e guardare il sole sorgere prima di iniziare.

Ieri sono stata a una mostra di fotografie inviate al museo sottoforma di cartolina. Ce n’era anche una del mio coinquilino, con dietro scritto “Sbagliando strada… ”
Anche io ne ho lasciata una. Ci ho disegnato una bici, e l’ho fatto male, del resto la bici è un cavallo artificiale: avete mai provato a disegnare un cavallo? Vicino ci ho scritto il reale è la cosa più difficile da rappresentare. È ancora questa la mia ossessione.


Dovrei scrivere una pagina 26 su un libro che vuole parlare di reale ma riesce a illustrare una macchietta di reale. Un libro che mi ha irritata nonostante — e a causa di — tutte le aspettative che avevo nei suoi confronti. Il libro, però, non l’ho ancora finito: la pagina a proposito arriverà presto. Nel frattempo ho venticinque anni, cifra tonda, quarto di secolo, ventisei meno uno. E ho visto Milano: che dire, è bella, strana, imparagonabile a Roma. I giorni di Roland sono stati scintillanti. Certe volte mi sento ancora come quando volevo uscire con i miei cugini più grandi e loro non mi dicevano dove andavano. Solo che ora posso unirmi, mescolarmi a loro, imparare.

Una volta Brezny mi ha detto: quando cavalchi la tigre non puoi scendere.

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Altrove, Matto e disperatissimo, Sud-est

Téééc



Sembra che non potrò dire  «Sono stata un quarto di secolo senza vedere Milano» come pensavo: oggi ci vado, per Roland, e ho pensato che sarebbe bello trovare un incontro così in ogni città in cui non sono mai stata e che in questo settembre ho infilato due weekend letterario-editoriali trovando amici miei romani e conoscendo persone nuove e belle in altri posti e altri spazi, e ciò mi garba molto, e che se fosse per me andrei avanti a feste così, che mi sembrano qualcosa a metà tra le gite delle superiori e le uscite con gli amici di quando sei un po’ più grande.



Non so come sarà la città e mi emoziona molto l’idea di vederla per la prima volta. L’ho sempre immaginata come il doppio di Roma, con alcune caratteristiche simili e altre opposte: gigante, tentacolare, ma ordinata e precisa. Con un’ironia molto diversa dalla caciaronaggine romana, una specie di wit, un’acutezza. E poi i Navigli sono un grande mistero per me. Mi chiedo come saranno e se è vero che alcuni si sono prosciugati, se si sono ridotti a rigagnoli o se conservano ancora una loro forza. Prevedibilmente i canali d’acqua restano il massimo punto d’interesse che una città può avere per me, infatti qui a Roma mi piace un posto che ha una terrazza da cui si vede l’Aniene, più modesto e umano del Tevere (e poi mi fa pensare a Guzzanti).

Un paio di sere fa bevevo con un gruppo di amici romani e uno m’ha detto «Non sei mai stata a Milano. Embè? Manco io. Che je devo dì ai milanesi? Ciao brutti?» e ho pensato alla silenziosa querelle sulla vera capitale italiana, e che i romani hanno un senso della superiorità misto a menefreghismo inconfondibile — lo dico perché mio padre era il primo a fare battute sulla bellezza indiscutibile della capitale (quando gli dicevo, da bambina, che Roma puzzava ed era grigia e non mi piaceva andare a trovare la nonna lui rispondeva sempre che il contrario di Roma è Amor, tutte le strade portano a Roma, Roma caput mundi, eccetera). I romani sono stanziali. La maggior parte di loro non lascerebbe mai questo posto, anche se si lamentano del traffico e della vita passata sui mezzi pubblici: è solo un vezzo, ogni romano è sotto sotto convinto di stare da re nella sua città. Un po’ come molti milanesi che ho conosciuto hanno esordito dicendomi «È brutta, ma non tanto quanto dicono. Si può stare bene a Milano. Non è così grigia come tutti pensano.» Forse è la città grande a fare questo effetto, ma da campagnola che ha passato anni a lamentarsi delle verdi colline friulane per poi sognare le scampagnate in bicicletta e i bicchieri di vino a ottanta centesimi penso che sia semplicemente normale per tutti trovare qualcosa di cui lamentarsi. A Venezia mi è capitato di pensare «Darei un braccio adesso per prendere un autobus e risparmiarmi questa camminata.» Tutto questo per dire che forse nessuno ha una casa, se per casa s’intende il posto dove stare del tutto a proprio agio, e questo va bene, per dirla alla romana è giusto avere il pepe al culo, è qualcosa di vitale. Avere il pepe al culo. Questa la metto nelle Metafore lombrosiane.

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Còre, Matto e disperatissimo, Sud-est

What I’m about to offer isn’t really a short story at all but a sort of prose home movie


Ieri ho avuto una bella notizia. Una bella notizia che mi porterà, se tutto va bene, a stare in un posto dove si fanno libri per tre mesi a partire dalla settimana prossima. In tutto quest’anno passato su un rollercoaster, la cosa che più mi è mancata è stare dentro a una casa editrice, dentro fisicamente. Vedere come diverse persone orchestrino il lavoro per arrivare a un libro finito, vederlo con i miei occhi, ché teoricamente lo so bene quanto conosco le mansioni, i tempi, e conosco persone che fanno tutti i compiti che una casa editrice richiede. Si tratterà di un’esperienza che peserà sul mio curriculum e mi farà le ossa forti per poi dire «Eccomi, ho fatto tante cose varie, e sono anche stata dentro a una casa editrice, ora prendetemi.» Si tratterà di un passetto in più, spero quello definitivo, per pormi come adulta in questo mondo di persone poco più grandi di me con diversi anni d’esperienza in più di me. Questa cosa di essere troppo giovane è il mio stigma da quando avevo quindici anni e frequentavo i venticinquenni che ora sono la mia compagnia di trentacinquenni, e mia madre mi chiedeva i cognomi dei miei amici, e che lavori facessero, per evitare di chiedermi precisamente perché girassi con loro e non con i miei compagni di classe. Stigmate ben peggiori possono essere trasformate in una forza, e questo caso in particolare si presta bene alla conversione.

Il weekend l’ho passato a Pordenonelegge, dove ho conosciuto persone nuove e ho visto incontri interessanti e ho pensato che la forma del mio amore si basa sempre e solo sulla lettura matta e incessante, e anche la sfilettatura del testo come fosse un pesce da rendere morbido e senza spine. Ho anche spiegato a mia madre cosa voglia dire editor: è stato divertente.

Ieri mentre camminavo ho ripensato a una cosa che avevo scritto anni fa, nei momenti più bui della mia vita. Avevo scritto che non esiste un senso generale alle cose, ed è giusto così. Ognuno prende la via che meglio crede: è chi prende la via che non gli si attaglia ad aver perso davvero il senso. Ci sono persone che decidono di guardare le stelle ed altre che curano i malati, persone che mettono in pratica la legge e altre che la stabiliscono. L’avevo pensato dopo aver visto una bottiglia con sopra scritto AIACE, e avevo pensato alla morte di Aiace e ai personaggi mitici. Perché Aiace si uccide? Perché anche dal suo sangue nasce un fiore? Perché questa storia continua ad essere tramandata fino ad oggi? Poco dopo aver visto quella bottiglia avevo parlato con un mio amico che fa il veterinario, ed ero tornata a casa ancora più confusa. Curare gli animali. Non capivo.

Tutto era sotto ai miei occhi, come sempre: e sotto ai miei occhi c’ero io a quattro anni che aprivo i giornali e recitavo ad alta voce notizie e oroscopi inventati, e mi facevo regalare i fumetti prima di imparare a leggere, e correggevo chi si confondeva nel raccontarmi le fiabe. Sotto ai miei occhi c’era il libro che a lungo ho detto essere il mio preferito e che anche ora definirei così, anche se ce ne sono moltissimi altri che ho amato almeno quanto questo, e anche se per molti il miglior libro di Salinger sono i Nove racconti (chissenefrega delle moltitudini). Franny and Zooey è stata la cura più grande, il libro-vita che ho incontrato in quei mesi nerissimi e che ha toccato le corde che in me parevano spezzate, per riallacciarle e accordarle di nuovo. Il libro-vita che ieri pomeriggio, mentre camminavo, mi ha fatto vedere di nuovo il cerchio che si chiudeva: il cerchio che mostrava con chiarezza come la mia vita stia prendendo una forma coerente alla me di quattro anni, e questa è la felicità, questo è il senso, per me.

«In my opinion, if you really want to know, half the nastiness in the world is stirred up by people who aren’t using their true egos. Take your Professor Tupper. From what you say about him, anyway, I’d lay almost any odds that this thing he’s using, the thing you think is his ego, isn’t his ego at all but some other, much dirtier, much less basic faculty. My God, you’ve been around schools long enough to know the score. Scratch an incompetent schoolteacher — or, for that matter, college professor — and half the time you find a displaced first-class automobile mechanic or a goddam stonemason. Take LeSage, for instance — my friend, my employer, my Rose of Madison Avenue. You think it was his ego that got him into television? Like hell it was! He has no ego any more — if ever he had one. He’s split it up into hobbies. He has at least three hobbies that I know of — and they all have to do with a big, ten-thousand-dollar workroom in his basement, full of power tools an vises and God knows what else. Nobody who’s really using his ego, his real ego, has any time for any goddam hobbies.»

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Còre, Da lontano, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, sesta: è bello raccontare i guai passati

Non so come sia successo la prima volta, non lo ricordo più con precisione. Se ricordo bene ero a Trieste, avevo al massimo diciassette anni e in una bella libreria dal nome altisonante — la Minerva, vicino a una chiesa in cui hanno ucciso delle persone, a un’altra chiesa ortodossa e azzurrina e a un viale di marmo levigato e malinconico con il mare rosato alla fine — mia cugina Chiara mi aveva regalato un libro che volevo tanto, dopo che Rita mi aveva donato L’Altrui Mestiere, scatola di gemme. Il libro era I racconti, in cui venivano raccolti Storie naturali,Vizio di Forma Lilìt. Curioso come i libri con cui ho conosciuto Primo Levi fossero tutti nordestini e regalati, freschi di bora e netti come le geometrie della città, così imponenti e precise.
Impossibile dire quanto, come, quei libri mi abbiano cambiata. Non avevo letto Se questo è un uomo e l’ho fatto molti anni più tardi, quando nella mia tesi ho parlato di Primo Levi come testimone del dolore inimmaginabile per definizione, e ho analizzato ogni pagina di quel libro e della Tregua segnandomi le molte osservazioni linguistiche, fressen contro essen, pater optime, ubi est mensa pauperorum?, e le questioni stilistiche su cui Levi torna continuamente:  come narrare l’inenarrabile? Dov’è il bene in un campo di concentramento, com’è il male, come la fame, come si racconta tutto questo fuori dal campo? Il campo come luogo di cortocircuito concettuale, quello che accade al protagonista di Versamina che confonde dolore a piacere, e non dimenticherò mai.
Un testimone dev’essere lucido, altrimenti è una vittima. Un testimone insegna, una vittima lamenta. Penso di essere stata fortunata a non leggere Primo Levi alle elementari come molte persone che lo hanno rinchiuso nel ruolo del narratore dell’Olocausto. Ruolo che è stato per lui primario, ma in modo molto più profondo di quanto possa apparire a una prima occhiata. Primo Levi è narratore dell’Olocausto ma anche chimico, e come chimico vuole capire le cose intorno a lui, e unisce le due cose per poi non fermare la sua curiosità precisissima. Non sono stata affatto sorpresa quando ho scoperto che è stato Italo Calvino tra i primi ad amare Primo Levi, e ad insistere perché venisse considerato dalla Einaudi.

Veniamo al libro, che è l’autore più che in tanti altri casi. Il sistema periodico è un’autobiografia per elementi in cui azoto, piombo, oro e zinco sono viatici per significati molto più grandi, o forse sarebbe meglio dire che questi elementi attraverso Levi rivelano anche ai nostri occhi inesperti quanto siano dappertutto, nascosti, sopiti ma indispensabili; quanto poco conosciamo il mondo attorno a noi e quanto la realtà sia misteriosa e nascosta, e noi piccoli, miopi e umili. Calvino, un illustratore e un’editrice di mia conoscenza sarebbero perfettamente d’accordo. È insieme, questo libro, una raccolta di racconti magistrali, scritti con una nettezza rara e ricche di brevi precisissime inconfondibili descrizioni: «Giulia era una ragazza bruna, minuta ed espedita; aveva sopraccigli dall’arco elegante, un viso liscio ed aguzzo, movenze vivaci ma precise. Era più aperta alla pratica che alla teoria, piena di calore umano, cattolica senza rigidezza, generosa ed arruffona; parlava con voce velata e svagata, come se fosse definitivamente stanca di vivere, il che non era affatto.»
Vorrei che la maestrìa di Primo Levi, la prima maestrìa che gli venisse riconosciuta, fosse quella di narratore straordinario e necessario, non solo per la straordinarietà della sua vita, ma anche per quella dei suoi occhi e della sua mente. Ma c’è una parte di me che crede che l’autore per primo non vorrebbe che andasse così.

Due persone sono mie complici in questo amore: Giulionga, che ha fatto del Sistema Periodico il suo libro-guida, quello inesauribile da leggere una volta l’anno, e Stefano, che mi ha regalato questo libro in una delle sue prime edizioni — la quinta, quando Levi era ancora in vita e c’era Escher in copertina –, tendendomi un piccolo tranello per sapere se l’avevo già letto e perpetuando la tradizione dei libri di Levi dati in dono.
Ieri ho visto per la prima volta un’intervista a Levi, ho voluto rifletterci un po’ prima di scrivere qualcosa su di lui, perché la sua viva voce così coerente con la sua mente acuta e aguzza mi hanno sconvolta in modo sommesso e profondo, come del resto lui ha sempre fatto con me.

Pagina 26, Il sistema periodico: piccoli chimici crescono

Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva. Il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di capriccio. È simile in questo all’acqua, che pure non ha congeneri: ma l’acqua è legata all’uomo, anzi alla vita, da una consuetudine di sempre, da un rapporto di necessità molteplice, per cui la sua unicità si nasconde sotto la veste dell’abitudine. Il vetro, invece, è opera dell’uomo e ha storia più recente. Fu la prima nostra vittima, o meglio il primo nostro avversario. Nel laboratorio della Crocetta c’era tubo di vetro da lavoro, di vari diametri, in mozziconi lunghi e corti, tutti coperti di polvere: accendemmo un becco Bunsen e ci mettemmo a lavorare.
Piegare il tubo era facile. Bastava tenere fermo uno spezzone sulla fiamma: dopo un certo tempo la fiamma diventava gialla, e simultaneamente il vetro si poteva piegare: la curva che si otteneva era ben lontana dalla perfezione, ma in sostanza qualcosa avveniva, si poteva creare una forma nuova, arbitraria; una potenza diventava atto, non era questo che intendeva Aristotele?
Ora, anche un tubo di rame o di piombo si può piegare, ma ci accorgemmo presto che il tubo di vetro arroventato possedeva una virtù unica: quando era diventato cedevole si poteva, allontanando rapidamente i due tronconi freddi, tirarlo in filamenti molto sottili, anzi, sottili oltre ogni limite, tali da essere trascinati verso l’alto dalla corrente d’aria calda che saliva dalla fiamma. Sottili e flessibili, come la seta. Ma allora, dov’era scomparsa la rigidità spietata del vetro massiccio? Allora anche la seta, anche il cotone, se si potessero ottenere in forma massiccia, sarebbero inflessibili come il vetro? Enrico mi raccontò che al paese di suo nonno i pescatori usano prendere i bachi da seta, quando sono già grossi, e, desiderosi di imbozzolarsi, si sforzano ciechi e goffi di inerpicarsi su per i rami; li prendono, li spezzano in due con le dita, e tirando i tronconi ottengono un filo di seta, grosso e rozzo, resistentissimo, che usano poi come lenza. Il fatto, a cui non esitai a credere, mi appariva ad un tempo abominevole e affascinante: abominevole per il modo crudele di quella morte, e per il futile uso di un portento naturale; affascinante per lo spregiudicato e audace atto d’ingegno che esso presupponeva da parte del suo mitico inventore.

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