Còre, Da lontano

P.G.R.

I miracolo di Val Morel

Una serata tra amici in una bella casa dei colli asolani.
Si erano riuniti a scopo di svago invece all’improvviso si sentirono infelici. Forse a motivo dei corvi che sorvolavano le alture lontane, vociando.
Uno disse: «Accidenti, siamo venuti per stare un po’ in allegria, come mai siamo così disperati?». Un altro pensò qui ci vorrebbe Santa Rita, e cortesemente la invocò. Ella subito accorse e, misurata la situazione, esclamò: «Ma non vi vergognate di scomodarmi per queste vostre ridicole angosce letterarie?». E se ne andò indispettita. Ma la sua brevissima comparsa era in qualche modo servita. Infatti tutti si sentirono alquanto sollevati.

Il-pettirosso-gigante

Oggi è Santa Rita da Cascia. Come non pensare al pettirosso magnificato dall’amore, al Gatto Mammone e alle formiche del pensiero?

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Còre, Da lontano

Se fos normâl

Se fos normâl
‘e audarés al vint
a scrîve poesies
sui tiô cjavei.
Descolz
su l’aga de Andrèes
in cercja de la sorgent.
E a la sera
cjocs de luna
cencja mai stufâsse
da gosâ al nostre amour.
E po’ sui arbi
in cercja de nîtz,
sui lavres un vier.
Se fos normâl
e sunarés
dute’ li cjampanes.
E po’ via
pa’ chî prâtz
e deventâ
flours
âs
e
la meil. 

tavan

Se fossi normale

Se fossi normale
aiuterei il vento
a scrivere poesie
sui tuoi capelli.
Scalzo
nell’acqua di Andreis
in cerca della sorgente.
E alla sera,
ubriachi di luna,
senza mai stancarsi
di gridare il nostro amore.
E poi sugli alberi
in cerca di nidi,
sulle labbra un verme.
Se fossi normale
suonerei
tutte le campane.
E poi via
per i prati
a diventare
fiori
api
e
miele.

Federico Tavan, Cràceles cròceles

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Còre, Da lontano, Memorie di borgata, Nord-est, Testaccia mia, boccaccia mia

The great beyond

I’m pushing an elephant up the stairs
I’m tossing up punch lines that were never there
Over my shoulder a piano falls
Crashing to the ground
I’m breaking through
I’m bending spoons
I’m keeping flowers in full bloom
I’m looking for answers from the great beyond

Il cielo era completamente bianco, tre anni fa: oggi ci sono delle nuvole lunghe e sfilacciate che rendono meno accecante il grigiore.

La mia prima parola dopo che mio zio Umberto mi ha detto «è andato» è stata «cazzo». Ero in pigiama. Poi si sono svegliati i ragazzi, anche a loro l’ha detto lo zio. Mio zio ha un’eleganza e una freddezza d’altri tempi: un Humphrey Bogart che fuma il sigaro, guida macchinoni, fa il chirurgo ed è campione di bridge. Sono stata felice di sentirmelo dire da lui, che ha svelato un’umanità inedita ma senza fronzoli. Non avrei sopportato sviolinate in quel momento. Poi mia madre è arrivata dall’ospedale. 

Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti


come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

Quel giorno di tre anni fa ho scritto su dei fogli molto grandi, da disegno, un discorso che avrei letto il giorno dopo in chiesa. L’ho scritto perché il prete voleva leggerlo per dare il suo imprimatur, e io non sono riuscita a dire che era una pretesa assurda. Gliel’ha detto il generale dei bersaglieri di mio padre. È andato in canonica a litigare con il prete anche per me.

Il giorno dopo il prete mi ha avvicinato il microfono, non voleva che lo prendessi io. Il generale ha attraversato la navata velocemente e gliel’ha strappato di mano. Ha parlato a braccio, com’era giusto che fosse. E poi ha dato il microfono a me, che ho parlato a braccio, com’era giusto che fosse. Ho letto le frasi di qualcun altro e poi ho detto:«non è cambiato niente, ed è cambiato tutto».

A tenere la bara di mio padre, quattro bersaglieri in alta uniforme. Il generale non lo sapeva. Un suo collega mi si è avvicinato e mi ha detto sottovoce: «non lo sapeva nessuno. Abbiamo chiesto un permesso speciale». Gli è scappato da ridere.

Il generale di mio padre, Carlo, mi regalò Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi. Fu un regalo crudelmente giusto. Trovai delle affinità fortissime con mio padre, e con questa figlia che cercava di ricostruire la vita del padre liberandola dal martirio e dalla santificazione che in Italia è un brutto vizietto cucito su tutti i morti.

Oggi è il diciotto novembre duemiladodici e non credevo sarebbe mai arrivato. Credevo che il mondo si sarebbe fermato. Non sto esagerando.

Non ho ancora annullato il battesimo. Oggi vedrò lo stesso prete che il giorno del funerale, prima di fare la scenetta del microfono, sbagliò il mio nome. Mi chiamò Cristina, facendomi ridere quando lo credevo meno possibile. S’incazzarono tutti, io pensai che era giusto così: non mi aveva mai visto in vita sua, poveraccio.

Da allora ho fatto molti lavori pagati e non, mi sono laureata con una tesi sul dolore nella logica che ha incuriosito perfino la mia rigida correlatrice kierkegaardiana (che naturalmente fraintese tutto quello che avevo scritto), ho lasciato Venezia, sono approdata a Roma, ho cambiato tre case, mi sono rasata i capelli, li ho fatti ricrescere, ho scoperto nomi e cose nuove. In questo momento sto cercando di diventare adulta restando umana. Per farlo cerco di liberare dal rancore i miei ricordi e le cose che vivo, e mi ripeto che niente è irreparabile tranne la morte, e quindi non serve fare tanto rumore attorno alle scelte, basta farle e basta. È difficile, a tratti, ma con pazienza ce la si fa.

Parlo ancora con mio padre, anche se è difficile essere più atea di me. Le due cose non mi paiono in contraddizione. Ho avuto modo di capire molto chiaramente che la realtà non è scientifica, o meglio che la scienza non si basa su certezze ma solo su probabilità, come il mondo. Esistono molte cose che non posso vedere. Non sto dicendo che mio padre è come le onde radio: è qualcosa di molto più forte, senza il quale non esisterei, verso il quale sento materialmente la forza di un abbraccio. Una persona che dal primo capello all’ultima unghia del piede riassumeva molti universi che non aveva difficoltà a condividere con noi.

Ho capito in questi anni che cinque meno uno è diverso da quattro, e che noi quattro siamo stati fortunati ad avere una persona così vicina. Che saremo sempre cinque meno uno, e insieme quell’uno c’è ancora molto forte in tutti noi. In questo senso siamo forti, nella debolezza: la morte non ci ha tolto tutto, perché mio padre ha seminato (non in quanto padre ma in quanto persona straordinaria), e noi stiamo crescendo.

Le cose brutte in senso assoluto non esistono. Noi siamo qui, e pensare che oggi sia un giorno triste è un’idea falsa e da baciapile. Nessuno prende peggio la morte di un cattolico osservante, questa è un’altra cosa che ho capito molto bene.

Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.

Avevo ragione, quel pomeriggio di fronte a una chiesa gremita di gente: è cambiato tutto, e non è cambiato niente.

Quanti cavalli hai tu seduto alla porta
tu che sfiori il cielo col tuo dito più corto
la notte non ha bisogno
la notte fa benissimo a meno del tuo concerto
ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo?

Ed arrivò un bambino con le mani in tasca
ed un oceano verde dietro le spalle
disse “Vorrei sapere, quanto è grande il verde
come è bello il mare, quanto dura una stanza
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male”

Prova a lasciare le campane al loro cerchio di rondini
e non ficcare il naso negli affari miei
e non venirmi a dire “Preferisco un poeta,
preferisco un poeta ad un poeta sconfitto”

Ma se ci tieni tanto poi baciarmi ogni volta che vuoi.


(Le immagini sono di Hundterwasser, che progettò il cimitero giardino a cui penso tutte le volte che cammino sulla ghiaia ostile e tocco le lapidi fredde.)

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Còre, Da lontano, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, sesta: è bello raccontare i guai passati

Non so come sia successo la prima volta, non lo ricordo più con precisione. Se ricordo bene ero a Trieste, avevo al massimo diciassette anni e in una bella libreria dal nome altisonante — la Minerva, vicino a una chiesa in cui hanno ucciso delle persone, a un’altra chiesa ortodossa e azzurrina e a un viale di marmo levigato e malinconico con il mare rosato alla fine — mia cugina Chiara mi aveva regalato un libro che volevo tanto, dopo che Rita mi aveva donato L’Altrui Mestiere, scatola di gemme. Il libro era I racconti, in cui venivano raccolti Storie naturali,Vizio di Forma Lilìt. Curioso come i libri con cui ho conosciuto Primo Levi fossero tutti nordestini e regalati, freschi di bora e netti come le geometrie della città, così imponenti e precise.
Impossibile dire quanto, come, quei libri mi abbiano cambiata. Non avevo letto Se questo è un uomo e l’ho fatto molti anni più tardi, quando nella mia tesi ho parlato di Primo Levi come testimone del dolore inimmaginabile per definizione, e ho analizzato ogni pagina di quel libro e della Tregua segnandomi le molte osservazioni linguistiche, fressen contro essen, pater optime, ubi est mensa pauperorum?, e le questioni stilistiche su cui Levi torna continuamente:  come narrare l’inenarrabile? Dov’è il bene in un campo di concentramento, com’è il male, come la fame, come si racconta tutto questo fuori dal campo? Il campo come luogo di cortocircuito concettuale, quello che accade al protagonista di Versamina che confonde dolore a piacere, e non dimenticherò mai.
Un testimone dev’essere lucido, altrimenti è una vittima. Un testimone insegna, una vittima lamenta. Penso di essere stata fortunata a non leggere Primo Levi alle elementari come molte persone che lo hanno rinchiuso nel ruolo del narratore dell’Olocausto. Ruolo che è stato per lui primario, ma in modo molto più profondo di quanto possa apparire a una prima occhiata. Primo Levi è narratore dell’Olocausto ma anche chimico, e come chimico vuole capire le cose intorno a lui, e unisce le due cose per poi non fermare la sua curiosità precisissima. Non sono stata affatto sorpresa quando ho scoperto che è stato Italo Calvino tra i primi ad amare Primo Levi, e ad insistere perché venisse considerato dalla Einaudi.

Veniamo al libro, che è l’autore più che in tanti altri casi. Il sistema periodico è un’autobiografia per elementi in cui azoto, piombo, oro e zinco sono viatici per significati molto più grandi, o forse sarebbe meglio dire che questi elementi attraverso Levi rivelano anche ai nostri occhi inesperti quanto siano dappertutto, nascosti, sopiti ma indispensabili; quanto poco conosciamo il mondo attorno a noi e quanto la realtà sia misteriosa e nascosta, e noi piccoli, miopi e umili. Calvino, un illustratore e un’editrice di mia conoscenza sarebbero perfettamente d’accordo. È insieme, questo libro, una raccolta di racconti magistrali, scritti con una nettezza rara e ricche di brevi precisissime inconfondibili descrizioni: «Giulia era una ragazza bruna, minuta ed espedita; aveva sopraccigli dall’arco elegante, un viso liscio ed aguzzo, movenze vivaci ma precise. Era più aperta alla pratica che alla teoria, piena di calore umano, cattolica senza rigidezza, generosa ed arruffona; parlava con voce velata e svagata, come se fosse definitivamente stanca di vivere, il che non era affatto.»
Vorrei che la maestrìa di Primo Levi, la prima maestrìa che gli venisse riconosciuta, fosse quella di narratore straordinario e necessario, non solo per la straordinarietà della sua vita, ma anche per quella dei suoi occhi e della sua mente. Ma c’è una parte di me che crede che l’autore per primo non vorrebbe che andasse così.

Due persone sono mie complici in questo amore: Giulionga, che ha fatto del Sistema Periodico il suo libro-guida, quello inesauribile da leggere una volta l’anno, e Stefano, che mi ha regalato questo libro in una delle sue prime edizioni — la quinta, quando Levi era ancora in vita e c’era Escher in copertina –, tendendomi un piccolo tranello per sapere se l’avevo già letto e perpetuando la tradizione dei libri di Levi dati in dono.
Ieri ho visto per la prima volta un’intervista a Levi, ho voluto rifletterci un po’ prima di scrivere qualcosa su di lui, perché la sua viva voce così coerente con la sua mente acuta e aguzza mi hanno sconvolta in modo sommesso e profondo, come del resto lui ha sempre fatto con me.

Pagina 26, Il sistema periodico: piccoli chimici crescono

Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva. Il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di capriccio. È simile in questo all’acqua, che pure non ha congeneri: ma l’acqua è legata all’uomo, anzi alla vita, da una consuetudine di sempre, da un rapporto di necessità molteplice, per cui la sua unicità si nasconde sotto la veste dell’abitudine. Il vetro, invece, è opera dell’uomo e ha storia più recente. Fu la prima nostra vittima, o meglio il primo nostro avversario. Nel laboratorio della Crocetta c’era tubo di vetro da lavoro, di vari diametri, in mozziconi lunghi e corti, tutti coperti di polvere: accendemmo un becco Bunsen e ci mettemmo a lavorare.
Piegare il tubo era facile. Bastava tenere fermo uno spezzone sulla fiamma: dopo un certo tempo la fiamma diventava gialla, e simultaneamente il vetro si poteva piegare: la curva che si otteneva era ben lontana dalla perfezione, ma in sostanza qualcosa avveniva, si poteva creare una forma nuova, arbitraria; una potenza diventava atto, non era questo che intendeva Aristotele?
Ora, anche un tubo di rame o di piombo si può piegare, ma ci accorgemmo presto che il tubo di vetro arroventato possedeva una virtù unica: quando era diventato cedevole si poteva, allontanando rapidamente i due tronconi freddi, tirarlo in filamenti molto sottili, anzi, sottili oltre ogni limite, tali da essere trascinati verso l’alto dalla corrente d’aria calda che saliva dalla fiamma. Sottili e flessibili, come la seta. Ma allora, dov’era scomparsa la rigidità spietata del vetro massiccio? Allora anche la seta, anche il cotone, se si potessero ottenere in forma massiccia, sarebbero inflessibili come il vetro? Enrico mi raccontò che al paese di suo nonno i pescatori usano prendere i bachi da seta, quando sono già grossi, e, desiderosi di imbozzolarsi, si sforzano ciechi e goffi di inerpicarsi su per i rami; li prendono, li spezzano in due con le dita, e tirando i tronconi ottengono un filo di seta, grosso e rozzo, resistentissimo, che usano poi come lenza. Il fatto, a cui non esitai a credere, mi appariva ad un tempo abominevole e affascinante: abominevole per il modo crudele di quella morte, e per il futile uso di un portento naturale; affascinante per lo spregiudicato e audace atto d’ingegno che esso presupponeva da parte del suo mitico inventore.

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Còre, Da lontano, Nord-est, Sud-est

E la rigilla rigilla rigira


Mio padre, quando ero piccola, cantava spesso uno stornello socialista che diceva:
E quando muoio io
non voglio preti
non voglio preti e frati alla mia barella,
non voglio preti e frati alla mia barella
io voglio il socialista con la sua bella!
E la rigilla rigilla rigira,
la rigira e la fa trentuno,
evviva i socialisti, Garibaldi e Giordano Bruno!

Oggi è il terzo compleanno di mio padre dalla sua morte. Compirebbe cinquantotto anni. Si chiamava Giorgio, era aquilano, faceva il medico ed era una persona eccezionale. Per festeggiare io e Stefano siamo andati a pranzo con il generale dei bersaglieri di mio padre e la moglie, Carlo e Graziella. Sono amici e figure tutelari per me. Anche lo scorso anno siamo andati a pranzo insieme, e Grazia ha fatto il primo brindisi, dicendo: «È bello che tu voglia festeggiare il giorno che Giorgio è arrivato.» Oggi mi ha detto: «Giorgio ti trattava come un’adulta fin da quando eri piccola. Mi ricordo una volta che litigavate perché tu non capivi il motivo di un suo divieto. Ti aveva abituato a discutere su tutto finché non avevi chiaro il motivo delle cose, però in questo modo il più delle volte lo mandavi ai matti. Nonostante questo si cimentava sempre nelle discussioni con te. Giorgio era un uomo meraviglioso.» Anche in Friuli credo stasera andranno a cena fuori, a mangiare il baccalà probabilmente. A mio padre piaceva mangiare e bere. Ci portava sempre a bere l’aperitivo verso le sette di sera, arrivavamo tardi a cena e la mamma s’incazzava. Ci andavamo anche quando era malato, e una volta ha detto: «Beh, anche se muoio almeno mi sono divertito.»
Un’altra canzone che mi cantava sempre e che mi ammazzava dal ridere era 
Goganga di Gaber. Faceva il fischio benissimo.

Tanti auguri, papà.

 

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Còre, Da lontano, Nord-est

Non capisco perché

Stavo facendo il bagno a Sistiana con mio fratello Felice. Lui ha preso una cozza da uno scoglio e mi ha detto: «C’è una cosa che non capisco. Da bambino pensavo che le gondole si chiamassero così perché somigliavano alle vongole. Poi mi sono reso conto che confondevo le vongole con le cozze, e che le gondole somigliano alle cozze, non alle vongole. La mia domanda quindi è: perché le gondole non si chiamano gozze?»

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Berta filava, Da lontano, Matto e disperatissimo, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Le ricordanze

Pistrice

Qualche anno fa – era il 2006 e io avrei dovuto studiare per l’orale della maturità – sono stata invitata a un matrimonio all’Aquila. Si sposava una persona che avevo visto due volte in vita mia, ma con cui ero intima abbastanza da essere tra gli invitati, e ben felice di percorrere seicento chilometri per baciarla. È stata una giornata bellissima durata quarantotto ore. Il matrimonio era di Manuela, Mardin. Al tavolo con me c’era Stark e abbiamo riso tutto il tempo. Poi c’era Silvana con cui ho fatto il viaggio e diviso la stanza: kabbalah&cabbages. E tra i tavoli, aerea con i suoi ricci neri corti e gli occhi azzurro ghiaccio, c’era Sara, cioè Frieda; e anche Omar, cioè MullahOmar, che si è sposato tre anni dopo a Brescia (c’ero, ho anche pianto). Oltre a questi, che già facevano parte di una mia cricca mentale, c’erano Dadaumpa, Jtheo, Buffapersonazeta, nnoia e un sacco di altre persone che mi ripetevano «hai solo diciotto anni: domani sarai l’unica a svegliarsi come un fiore, mentre noi saremo uccisi dai postumi». Ed effettivamente così è andata, anche se ci avevo dato decisamente dentro fregandomene dei gradi alcolici da non mescolare.

Non ricordo quando ho letto per la prima volta il blog di Manuela. Ricordo però che era la roba più fresca che si potesse trovare su internet, e io avevo fame. Una volta in un post parlò di parrozzi e ne promise uno ai lettori tra i commenti, io le ho mandato il mio indirizzo e ho ricevuto un libro. Il suo. Mi ha sfamata molto più del dolce. Mardin era sveglia, sfaccettata, sfrontata, fuori dai denti. Aspettavo i suoi brani fremendo. Dai commenti, poi, ho conosciuto tutti, a pioggia: Omar, Silvana, Sara, persone che (come Manu) ancora sento e vedo e che mi sono care, che ho incontrato per le loro parole, i loro pensieri – su cui ancora si basano i nostri rapporti. Lo stesso vale per Gianmatteo, che fa parte di un’altra cricca di blogger – ho addirittura diverse compagnie di quel periodo splendido che credo dovrei mettere sotto l’etichetta 2.0, o anche adolescenza.

Le cose sono un po’ cambiate, dal 2006. Alcuni – la maggior parte – hanno chiuso il blog alla spicciolata, o l’hanno lasciato lì, aperto e fermo — così ha fatto Mardin. L’ultimo post si chiama in cor mi regna l’antico amor e spiega perché ha deciso di fermare uno spazio caleidoscopico e vivissimo, con mio grande dispiacere. Penso che Manu abbia sollevato molti problemi seri – come riusciva a fare in ogni suo scritto – in quest’ultimo pezzo; ma c’è anche la parte di me che è rimasta su Internet, e che la pensa in modo leggermente diverso.

solo per dirvi che ultimamente ho difficoltà a riconoscere la rete e tutta l’intelligenza che ci scorreva prima. nel frattempo la mia vita è cambiata ma io ho resistito, sono stata più forte e sono come prima, più di prima. non ho perso le parole. non me ne faccio niente di cento caratteri. io sono ancora per la lunghezza, per l’approfondimento, per la rilettura. non m’importa sapere se ti piace quello che ho scritto, mi importa sapere che ne pensi. non mi interessa sapere se sei al terzo caffé, né dove hai mangiato a pranzo. io vorrei sapere chi sei e un tot di marche e una decina di abitudini (tipicamente così mainstream da spingere alla misantropia) non aggiungeranno niente. certo: per dirmi chi sei occorrerebbe saperlo. occorrerebbe, soprattutto, avere la voglia di chiederselo. e proprio quella, credo, sia ormai scomparsa. l’importante è essere riconoscibile agli occhi di quelli sulla giostra: mangiare negli stessi posti degli altri, con ai piedi le stesse scarpe, con la stessa vacanza prenotata a fine luglio e far finta che basti. a me non basta. ed è sempre più difficile incontrare delle persone. a me piace perdermi. andare in una nuova città e girare. fermarmi dove mi va e non dove centinaia di persone che non sanno niente di me mi hanno detto di andare. il piacere, la felicità, anche nei viaggi, viene ridotto a una lista di cose da fare, di cose da avere. e il senso stesso dell’esperienza non esiste più.

La storia, in spicci, è questa: dopo l’apertura di tanti e vari social network, c’è stato l’esodo dei blogger sulle nuove piattaforme veloci e immediate. Morìa delle blog-vacche. Io stessa ho diminuito mostruosamente il numero di post, anche se ero approdata su Facebook a nome Cate Ventisei, pensando che così avrei mantenuto chiare le priorità. Poi ha chiuso splinder, e io non ho trasferito cinque anni di blog da nessuna parte, rendendomi conto che era il momento di decidere che farmene della scrittura online. Ho aperto questo blog e l’ho fatto diverso da quelli precedenti. Mi sono anche iscritta a twitter: siccome sono la prima a stare con il piede in due scarpe, penso che la situazione sia un po’ più complessa di un semplice passaggio da blogopalla a socialpalla.

Il paragone tra libri e blog che fa Manu, l’idea che un libro necessiti di una riflessione simile a quella di un post, mentre centoquaranta caratteri siano necessariamente frivoli e stupidini, mi ha ricordato la diatriba tra callimachei e poeti epici. Io, manco a dirlo, ho sempre tifato per i callimachei – e lo facevo già ai tempi del 2.0, quando i giornali tuonavano che i post avrebbero stravolto la lettura, impigrito le menti, ucciso il romanzo. Non è andata così: è andata che si è scoperto che su Internet  è meglio scrivere brani brevi (grazie al cazzo, aggiungerei col mio solito francese). E su cosa significhi “breve” si può discettare a lungo (passatemi il pun): la rete se n’è accorta, perché di posti dove lasciare note, pensieri, status o vattelappesca sono spuntati come funghi negli ultimi anni. Tra l’altro, coincidenza ironica, quando mi sono iscritta su Twitter i primi contatti che ho aggiunto sono stati quelli delle case editrici: o meglio, delle case editrici che non si sono fatte spaventare dallo schermo (le stesse, penso, che non percepiscono l’e-book come uno spauracchio). Einaudi è un’eminenza grigia anche in questo campo, e ricordando come le short-short stories arrivino da molto prima dell’uccellino azzurro ha lanciato la sfida #storiebrevi. I risultati, quando non sono capolavori, sono perle d’ingegno a volte meta-narrativo o meta-editoriale: Provò a scrivere #storiebrevi ma facevano tutte schifo; alla fine partorì un mattone, che faceva schifo pure lui, ma divenne un bestseller. (Margherita Dolcevita)

Insomma, un tweet può servire anche a parlare di cose diverse dal proprio pranzo. Anche se molti lo usano così: è la grossa fetta di internet che ribattezzerei “esticazzi”, che non comunica niente ma è convinta di sì. Al di là di questo, non credo che un pezzo “a misura di schermo” sia soltanto una frase su twitter – la prova è che spesso si cinguettano link ad altre pagine, incipit, indizi. O si twittano gli status di facebook – per me che vedo internet ancora come un gioco, questo è barare, o se non altro provare che al multitasking c’è un limite.

E ora veniamo all’altro orrore, fb. Osservavo con Gianmatteo una cosa: l’epoca dei blog è segnata dai nickname. Gianmatteo, per me e per un sacco di altra gente, era trentamarlboro. Io sono stata lacate, catecatecat, cateoctopuss. Facebook ha accolto nel web chi un blog non ce l’aveva, chi di nome aveva solo quello vero – e l’ha usato perché i profili sono aperti solo agli amici. Ci sono due conseguenze correlate e più o meno spaventose a questa cosa: la natura chiusa del giro faccialibresco annulla l’horror vacui che nel 2.0 portava a non usare il proprio nome vero e a non firmare i commenti minatori (i troll! ne avevo uno persino io); e oggi tutti hanno una pagina in cui fanno gli opinionisti usando nome e cognome. I “mi piace” che ricevono sono quelli degli amici: gente che, a vario titolo, già conoscono. È un circolo chiuso, non è come quando avevo diciassette anni e scoprivo schifezze e meraviglie vagolando a caso. È un circolo chiuso in cui l’intimità con gli “amici” è molto diversa da quella che avevo con i compagni di blog: ma perché sto parlando al passato? Per me la situazione è ben diversa. Su facebook ora ci sto col nome vero, come la gran parte dei miei amici blogger. Alcuni di questi scrivono ancora. Scrivono cose diverse o simili ai vecchi tempi, ma restando fedeli all’idea che internet serva a comunicare qualcosa. Ammetto che sono vittima della curiosità morbosetta che facebook può metterti addosso – andare a spulciare i cazzi degli altri pur sapendo che su quella pagina non ti sarà rivelato nulla di trascendentale; e mi rendo conto dell’idea falsata di vicinanza che questo social network può trasmettere. Non ritengo che sia il male assoluto, e ne faccio un uso frivolo, perché penso che sia una trovata intimamente frivola: ci scrivo frasi a effetto su cose stupide, ci carico sopra fotografie di cose curiose che vedo, e nella gran parte del tempo commento chi ne fa un uso intelligente o punzecchio amici che non vedo da tanto (Vipensiero, sto parlando di te). Percepisco facebook come un aggregatore in cui uno può piazzare le cose che fa e mostrarsi: le cose in sé si trovano su altre pagine. Anche in questo caso ci sono molte sfaccettature possibili, e anche se il mezzo è il messaggio chi sta dietro allo schermo ha una testa sola, e la responsabilità di comunicare qualcosa di sensato (o almeno divertente) è solo sua. Per “sensato” intendo “coerente al mezzo” – scrivere «oggi sono triste, il mondo è contro di me, la gente non capisce perché è cattiva» su facebook non ha senso. Per quello si va al bar e ci si ‘mbriaca con gli amici (provando, tra l’altro, che non si è soli al mondo: tutti hanno amici, anche la gente più odiosa).

Carlo M. Cipolla, che non era esattamente uno sprovveduto, ha scritto nel 1988 un piacevolissimo saggio breve intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana. Si può trovare pubblicato dal Mulino insieme al pamphlet Allegro ma non troppo, oppure in formato pdf qui. Teniamo conto delle prime tre leggi della stupidità:

Prima legge: Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

Seconda legge: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.

A questo proposito, la Natura sembra veramente aver superato se stessa. E risaputo che la Natura, piuttosto misteriosamente, fa in modo di mantenere costante la frequenza relativa di certi fenomeni naturali. Per esempio, che gli uomini proliferino al Polo Nord od all’Equatore, che le coppie che si uniscono siano progredite o sottosviluppate, che siano nere, rosse, bianche, o gialle, il rapporto maschio-femmina tra i nuovi nati è costante, con una leggera prevalenza dei maschi. Noi non sappiamo come la Natura ottenga questo straordinario risultato, ma sappiamo che per ottenerlo deve operare con grandi numeri. Il fatto straordinario circa la frequenza della stupidità è che la Natura riesca a fare in modo che tale frequenza sia sempre e dovunque uguale alla probabilità a indipendentemente dalla dimensione del gruppo, tanto che si ritrova la stessa percentuale di persone stupide sia che si prendano in considerazione gruppi molto ampi o gruppi molto ristretti. Nessun altro genere di fenomeni oggetto di osservazione offre una prova così singolare del potere della Natura.

La terza legge (aurea) della stupidità recita: una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.

Sebbene Cipolla abbia definito il suo studio un gioco, credo possa essere una buona guida anche per il caso dei social network. Il cruccio mio e di Gianmatteo era: perché alcune persone non sono intimidite dalla presenza del loro nome e cognome sulla loro bacheca facebook? Perché pubblicano foto di madre Teresa, citazioni di Fabio Volo, o peggio ancora esternazioni di profondissimi sentimenti, senza pensare che esiste anche una reputazione virtuale? Fanno un danno a sé stessi e agli altri, quindi fanno qualcosa di stupido. Appartengono, verosimilmente, a tutte le classi sociali, tenendo fede alla percentuale σ costante di stupidità. E sono sempre più di quanto una persona intelligente possa aspettarsi: infatti, tra tacere ed evitare una figuraccia e scrivere una cazzata vicino al proprio nome e cognome, un numero drammaticamente alto di persone sceglierà la seconda opzione. Sempre per la percentuale σ, Facebook svela questo meccanismo in chi aveva un blog stupido anche prima di affacciarsi sul mondo social e in chi non si sa regolare – che spesso è sinonimo di stupidità. Bisogna scremare sempre, anche se è più facile rimanere impantanati quando il cerchio si stringe: cercare di portare quello che di buono c’era nel 2.0 anche nel 3.0, comunicare qualcosa a più livelli (veloce, medio, lungo), avere la pazienza di leggere un post interessante e di riconoscere una frase che, per quanto breve, può portare da qualche parte (Giorgio Jannis si occupa di tutto questo – fa illuminante semiologia del web). E non dimenticarsi dei buoni libri, che non sono tutti i libri e che sono fatti di parole tanto quanto i post e i tweet, quasi a riconfermare che le parole giuste le si annusa volta a volta.

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