Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Tra pensieri


“Quando Rabbi Isacco Meir era bambino, sua madre lo condusse una volta dal Magghid di Kosnitz. Qui qualcuno gli disse: «Isacco Meir ti do un fiorino se mi dici dove abita Dio». Rispose Isacco: «E io ti do due fiorini se mi sai dire dove non abita».”
Martin Buber, I racconti di Chassidim, 1949

Olga(bici di Eleonora Antonioni)

Periodo di felicità placida e rarefatta. Pedalo e leggo, leggo e pedalo. Sulla mia via capitano cose mirabilanti senza che io le chieda e senza che io possa capire come le merito: la cosa più astuta mi pare godermi le primizie e tacere.

Una di queste primizie è Tra pensieri di Guido Ceronetti. È una raccolta di frammenti, ciliegie, squarci. Ceronetti dice nell’introduzione di non leggerlo passivamente, io dico che prima di leggerlo bisogna arrendersi del tutto, magari su un prato. Sentire le braccia cadere e la testa vuota. Le fulminazioni decantano meglio, così, e magari poi le si mette in pratica.


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“Sappiamo la potenza d’urto sulla mente del verso isolato, la forza persuasiva del versetto preso a caso nei testi sacri, la dilatazione infinita delle combinazioni dell’I-Ching, la pregnanza dei ciottoli lasciati dal naufragio dei presocratici, l’indipendenza speculativa del cane semiaffogato ai margini delle Pitture Nere di Goya.
Tutto è dispersione, lacerazione, separazione, rotolare di ruote senza carro, e questo ha nome esilio, o anche mondo”.
(dall’introduzione di Guido Ceronetti)


“Ogni famiglia, quando nasce un figlio
Lo vuole intelligente;
Ma l’intelligenza mia è stata
La rovina di tutta la mia vita.
Io spero che mio figlio
Sia stupidissimo e ignorantissimo:
Coronerà una vita tranquilla
Diventando Ministro”.

Su-Chê, poeta della dinastia Sung (1036-1112 d. C.)

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Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Weekend wars



Questa settimana è stata così densa che non ho scritto un rigo. Quando non scrivo per un po’ mi rendo conto bene di come la scrittura abbia sempre a che vedere col coraggio, col voler fare un passo fuori, sopra la coltre, a rompere la superficie dell’acqua. Almeno per me è sempre stato questo. Respirare non è qualcosa che si sappia fare da sempre, come andare in bicicletta o fare l’amore: il meccanismo teorico è forse impresso identico nella nostra mente — così dicono i manuali di psicologia generale, e chi sono io per mettere in dubbio la blasonata disciplina che ci vuole tutti sotto sotto uguali — ma l’atto ogni volta è diverso. Una volta ho preso dei pesi non miei e me li sono legati in vita, l’acqua mi è entrata nel colletto della mezza muta presa anche lei in prestito appena ho messo il naso sotto, e da lì è stata una cosa a metà tra quello che volevo io e quello che mi chiedeva quell’enorme pozza di un blu troppo scuro, troppo inchiostro, e dentro così cristallino, com’era possibile? In quel momento ho visto di nuovo il fondo di sabbia da cui prendevo un pugnetto a otto anni per mostrare che sapevo andare in apnea, e insieme un’altra acqua mi ha mostrato i pomodori di mare e piccoli pesciolini dall’aria brutta e incattivita, che crescono rapidamente e paiono dei minuscoli scorfani. Alcuni gabbiani passavano indifferenti. La roccia era color del rame e mi tagliava i polpastrelli, ma non potevo fare a meno di appigliarmici quando non potevo più stare sott’acqua e le onde mi spingevano verso la riva che non era affatto come quella che conoscevo. Era fatta di sassi e piena di madri croate senza il reggiseno del bikini, grasse, con i loro uomini tatuati che aprivano birre e i bambini completamente nudi, biondi e neri dal sole. E poi era tutto un fumare e leggere Mishima e far scendere la pressione. Mentre risalivo sentivo il rallentamento dato dai pesi e la sensazione era spaventosa e bellissima insieme, e uno dei miei dubbi tipici è salito a galla nella mia testa: morirò per la pressione? E poi mi sono detta che non avevo bombole con me, e che per il freddo non ero scesa troppo sotto. Morirò? Mi ero data la risposta che era la mia nuova ossessione: sì. Morirò. L’avevo scoperto da poco.

Enid Antonioni


Tutte le mattine faccio mezz’ora in bicicletta per andare in casa editrice. A Spilimbergo tornare dal bar su due ruote è qualcosa che si può fare da ubriachi, dondolando sul sellino morbido e frenando solo alla fine. Si può addirittura fare lo slalom sulla linea continua nel mezzo della strada. Qui inizio sempre in salita, per arrivare alla Certosa evitando la Casilina. Poi inizia l’orchestra di clacson. Porta Maggiore mi spaventa, ma anche Piazza Fiume e il tetris di autobus e macchine fuori e dentro le corsie preferenziali non scherzano. Mi si sporcano i capelli più velocemente e se davanti a me al semaforo c’è una motocicletta sono fottuta. È bellissimo e mi sento sveglia come ai tempi della prima ora del liceo, quando a differenza degli altri io avevo già passato un’ora ad ascoltare musica e guardare il sole sorgere prima di iniziare.

Ieri sono stata a una mostra di fotografie inviate al museo sottoforma di cartolina. Ce n’era anche una del mio coinquilino, con dietro scritto “Sbagliando strada… ”
Anche io ne ho lasciata una. Ci ho disegnato una bici, e l’ho fatto male, del resto la bici è un cavallo artificiale: avete mai provato a disegnare un cavallo? Vicino ci ho scritto il reale è la cosa più difficile da rappresentare. È ancora questa la mia ossessione.


Dovrei scrivere una pagina 26 su un libro che vuole parlare di reale ma riesce a illustrare una macchietta di reale. Un libro che mi ha irritata nonostante — e a causa di — tutte le aspettative che avevo nei suoi confronti. Il libro, però, non l’ho ancora finito: la pagina a proposito arriverà presto. Nel frattempo ho venticinque anni, cifra tonda, quarto di secolo, ventisei meno uno. E ho visto Milano: che dire, è bella, strana, imparagonabile a Roma. I giorni di Roland sono stati scintillanti. Certe volte mi sento ancora come quando volevo uscire con i miei cugini più grandi e loro non mi dicevano dove andavano. Solo che ora posso unirmi, mescolarmi a loro, imparare.

Una volta Brezny mi ha detto: quando cavalchi la tigre non puoi scendere.

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Corpo, Sud-est

Bada a come parli

Qualche tempo fa riflettevo sull’espressione “avere le palle”. L’ho usata anch’io, che nella vita reale non ho nessun problema con il francese (quando penso sono molto più manierata di come sono con le altre persone: questo probabilmente accade a tutti). Ho pensato poi all’orrido “avere le ovaie” che qualche ragazza come me vorrebbe usare come corrispettivo. Ho pensato che nel trovare una brutta espressione come sostitutivo di una brutta espressione la bruttezza resta invariata. Poi ho aperto un numero di «Linus» e ho trovato Charlie Brown che diceva a Snoopy: «Voglio dimostrare di avere spina dorsale». In un libro che non ricordo c’era scritto: «Quel ragazzo aveva fegato».
Poi ho pensato: abbiamo le spalle larghe. Certo che hai faccia. Mi ha fatto gli occhi dolci. Ha la faccia di tolla. Ha la faccia come il culo. Ha il cuore di pietra. Ho il pelo sullo stomaco. Ho il travaso di bile.
Sono rimasta sorpresa da quante parti del corpo nascondono un significato secondario.
Mi piacerebbe fare un finto almanacco medico in cui a ogni parte del corpo corrisponde un modo di dire. Potremmo chiamarlo Metafore lombrosiane. Quali espressioni vi vengono in mente?

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Altrove, Berta filava, Corpo, Sud-est

Scrivere, scrivere, scrivere


La temperatura si è abbassata di botto e stamane mi sono svegliata nel piumone senza una goccia di sudore addosso.
Penso a cose così strane, penso alle calze sotto la gonna, alle scarpe chiuse.
Per fortuna devo scrivere e scrivo sempre, seduta al mio tavolo bianco con il palazzo giallo di fronte e il cielo grigio sopra la testa. Ogni tanto mi ricordo di guardare il cielo e il palazzo davanti a me. Non voglio che mi si abbassi la vista come ai carcerati per campo visivo breve. Soprattutto perché quando scrivo mi sento tutt’altro che una carcerata.
Scrivo per conto mio, sul blog di Mal di Libri, scrivo qui, scrivo su Con Altri Mezzi.
Ieri è uscito un pezzo mio sulle maggiorate, per me sono una specie di ossessione. Mia madre ha vissuto sulla sua pelle il cambio di estetica da Silvana Mangano a Twiggy. Ci ho riflettuto su e ho pensato che le cose prima forse non erano comunque del tutto rosee.
Amy Winehouse prima di morire ha detto: «[ho sofferto] un po’ di anoressia, un po’ di bulimia. Non sono del tutto a posto ma credo che nessuna donna lo sia». Nel pezzo parlo anche di lei.
Ho anche spiegato meglio chi sono nella pagina Chi scrive qui? perché ho pensato che forse se pubblico quello che scrivo è cosa buona e giusta presentarmi per bene. Sono una ragazza all’antica.

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Còre, Corpo, Nord-est, Rumore

Utilità alternative dello sport

Per diversi anni, quando ero in Friuli, ho fatto giri in bicicletta nelle campagne attorno casa mia. Il percorso era sempre quello, a spanne quindici chilometri tra i campi di pannocchie, i prati, le strade che diventavano ciottoli e mi facevano vibrare il culo e i parafanghi. La bicicletta è bella e lo sono anche la solitudine e la natura. A volte arrivavo in un parco, mi sedevo sotto un albero e leggevo — una volta in particolare dei numeri di AVAJ trovati a una fiera di fumetto. Una goduria.

In questi giorni, invece, mi sveglio presto e vado a camminare. Faccio un percorso più breve, ma sempre nel verde. Arrivo a una chiesetta dove trovo sempre qualche gatto, per poi infilarmi in una via lunga e curvilinea in mezzo all’erba alta. Ho visto una farfalla gigantesca qualche giorno fa, e un muro di pannocchie verdi che a guardarle a lungo parevano una jungla alla Apocalypse Now. Il motivo principale per cui in questi giorni cammino al posto di andare in bici è che riesco a cantare meglio, con più voce. Finora ho cantato quasi per intero There’s nothing wrong with lovePerfect from now on dei Built to Spill, Sultans of sentiment dei Van Pelt e You’re living all over me dei Dinosaur Jr. Tutto questo per dire che non avete idea di quanto sia bella la faccia degli sportivi mattinieri, dei diffidenti residenti e delle vecchine in bicicletta a incrociarmi mentre urlo con pathos I’ll be doooown, I’ll be aroooound, I’ll be haaanging where eventually you’ll have to beeee.

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Corpo, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

BECAUSE we are angry at a society that tells us Girl=Dumb, Girl=Bad, Girl=Weak.

Porci con le ali

Laura era magra come un chiodo, con i capelli neri liscissimi sempre legati e il reticolo delle vene ben visibile sotto le tempie. Portava sempre i jeans, sempre appesi con una cintura rossa alle ossa dei fianchi – a volte, da sotto la canottiera, affiorava un po’ della pelle tesa attorno all’ombelico, e la parabola stretta e concava del suo addome mi pareva una forma geometrica disegnata con autocad. In quel periodo bazzicavo architetti e lei era tra questi, dalle Canarie allo IUAV: «non ci chiamiamo canarini e neanche spagnoli, siamo canarios».
Il suo aspetto da preadolescente non le impediva di avere una sensualità diretta, forte, proiettata attorno dagli occhi neri a mandorla e da un italiano spagnoleggiante e arrotato. Usava bene le sue armi, e quando fumava sembrava l’unica al mondo con una sigaretta in mano. Mi piaceva da morire, e mi avvicinavo a lei con un po’ di soggezione; era amichevole e a tratti materna con me, in assetto protettivo verso la piccola del gruppo.
Con le mani scavate e le dita lunghe stringeva il bicchierino di bianco e la tartina al baccalà mantecato, quella mattina che con le bollicine nel naso e l’allegria dei compagni di bevute abbiamo avuto una discussione semiseria sulle differenze linguistiche nel vocabolario sessuale tra italiano e spagnolo. È stata lei a sottolineare la differenza di genere tra le due lingue: «ho osservato come voi italiani dite “attaccati al cazzo”, “non rompere i coglioni”, e anche quando dovete imprecare dite “cazzo”. Qui a Venezia è tutto un “t’à sboro”. Noi invece usiamo coño come intercalare: da donna posso dire comeme el coño a chi mi dà fastidio. Si può dire che l’italiano è una lingua fallica mentre noi siamo vulvari? Sarebbe bello uno scambio linguistico per portare un po’ di parità.»
Oggi ho scoperto che c’è anche una pagina wikipedia dedicata alla patata spagnola, che traduce coño in fuck. Gli anglofoni non parteggiano e preferiscono l’azione, insomma.

Penso che sia giusto sollevare la questione della violenza sulle donne. Mi sento in difficoltà tutti i giorni, quando esco di casa e vengo apostrofata da uno o più trogloditi, e so che più farà caldo peggio andranno le cose. Ho pensato davvero spesso che mi piacerebbe saper menare le mani: a volte ho avuto paura, e come giustamente sottolinea Bordone potrei raccontare molti episodi di invasione indebita di campo da parte di sconosciuti, e per “invasione indebita di campo” intendo anche l’esibizionista che mi ha mostrato i gioielli quando stavo tornando dal ginnasio, a mezzogiorno, in una strada deserta del mio paesello di diecimila anime. Non avevo mai visto un pene a parte quelli dei miei fratellini al mare, e lui mi disse «lo vuoi?» mentre io capivo cosa mi stava facendo vedere e diventavo di sale.
So che non è questo il punto, ma quanto era probabile che io rispondessi «Certo che lo voglio. Adesso salgo nella tua macchina e me lo prendo»? Quante possibilità ci sono, oggi, che io risponda a un uomo che mi fischia per strada cose che non siano male parole? No, non rispondo agli scimmioni, faccio sempre la parte della giovane donna sorda. Ma solo perché sono piccolina e ho paura. Altrimenti farei volare un sacco di pizze – ovvero il film mentale con cui mi consolo tutte le volte che qualcuno mi fa vergognare di essere una ragazza.
Ecco, il punto è questo: la vergogna che si prova dopo e che mi fa ingobbire e coprire con lo scialle che mi porto sempre dietro e pensare «perché ho messo questo vestito oggi?», anche se solo per un secondo.

A quattordici anni (poco dopo la piazzata del maniaco) ho avuto uno screzio con i miei genitori: non volevano che leggessi Porci con le ali. Li ho chiamati Torquemada e mi sono finita il libro in un pomeriggio. Ho sempre portato le minigonne, anche quando non ero magra come oggi; e penso sia tanto maschilista chi mi fischia per strada quanto chi mi tratta in modo affettato per questo. La minigonna non l’ho messa per te, l’ho messa perché mi piace e sono cosciente di essere carina. Se ti piaccio ci puoi provare con me, rifiuterò con garbo. Tutto il resto è sforare, tanto quanto sforano le bacchettone per cui minigonna=donna vittima del mercimonio capitalistico — credo il mondo sia pieno di donne maschiliste, e tra queste ci sono alcune femministe coi baffi che mi hanno trattato con sufficienza perché mi trucco, mi piace comprare vestiti e porto scarpe alte. Ora scusate, vado a trasformare i miei jeans in un bel paio di shorts.

Alcuni miei amici correggono le bozze per una casa editrice che, tra le altre cose, pubblica harmony a tinte forti per donne sole. Si sono rovinati gli occhi a furia di alabarde che sfondano portoni, fiori bagnati di rugiada, cavalli possenti che s’imbizzarriscono. Ora, posto che queste metafore sono così trite che fuori da Trieste il termine “alabarda” significa solo “cazzo”, mi chiedo perché ci siano donne che abbiano bisogno di questo sesso, e credo che la cosa sia legata alle riflessioni qua sopra. A me piace il sesso fatto e descritto in un certo modo: mi piace Tondelli e Porci con le ali, mi piacciono le donne di Fellini e lo sguardo marpione di Tognazzi. Mi piace il realismo, anche sboccato, se gestito bene. Ad Anaïs Nin e Miller ho preferito il caro Ginsberg. Naturalmente per me, su tutti, il romanzo erotico per eccellenza resta Lolita. Quello che voglio dire è che è giusto parlare di sesso: è giusto farlo chiamando le cose con il loro nome, o anche scherzandoci sopra, ma metterci un velo – che sia una polemica sulla minigonna o una similitudine orripilante – è stupido e controproducente, soprattutto per noi donne che siamo sempre puttane o suore. Non parlarne, non affrontarlo e non vederlo come una parte bella e divertente della vita è sintomo di quella vergogna strisciante che permette ad alcuni uomini di urlarci «A’ fata» per strada e sentirsi perfettamente normali. Parlare di sesso, viverlo serenamente e gioiosamente, è quello che può permetterci di zittire con un comeme el coño chi ci infastidisce, senza farci scalfire.

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Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Rumore, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere.

Qualche tempo fa un uomo dai capelli impomatati ha citato Tondelli al microfono. Aveva in testa delle ondine brizzolate che rimandavano più a un Fitzgerald malvestito che a Pier Vittorio, ma lui voleva proprio parlare di Under 25 e dell’idea che un ragazzo, girata la boa del quarto di secolo, avesse già dentro di sé tutte le esperienze fondative necessarie a un essere umano. Un venticinquenne come la versione senza rughe e fresca di un cinquantenne. Curioso che lo dicesse un uomo attorno ai quarantacinque anni, ma magari no: forse in questa prospettiva i grandi (no, i grandi sono i venticinquenni: i cinquantenni li chiamiamo vecchi?) servono a guardare i giovani con ammirazione, a tenerli su come bastoni per le piante e a farsi avviluppare dalle loro forze fresche e piene di nuova saggezza, ad esaltare la ricchezza che questi adulti appena fatti rappresentano.

Io, da stagista acusmatica ventiquattrenne, ho avuto uno sbotto di riso spaventato e disilluso. Chissà quanti come me quel quarantacinquenne tiene dentro alla sua impresa culturale, quanti piccoli scrigni di saggezza autocompiuta non percepiscono uno stipendio per permettere a lui di comprarsi la gelatina per i capelli e di lodarli al microfono di fronte a una platea adorante. È la legge Treu, è l’ironia della sorte, è la mia gastrite che mi fa vedere tutto così. Qualche settimana fa ho lasciato qui uno sfogo bilioso che poi ho cancellato per evitarmi litigi. Ma visto che non di solo pane vive l’uomo (come se sul pane si potesse soprassedere), visto che non di solo pane vive l’uomo… sì che non vive di solo pane. Vive anche di libri, da sfogliare e leggere (soprattutto se si trova il modo di averli senza pagare), di parole da appuntare, di notti insonni perché ha litigato con un amico, vive anche di morti vicine da raccontare solo a qualcuno, e di conseguente selezione delle persone amate e confidenti; vive di errori e di parole troppo assolutiste e di drammi di cui vergognarsi, vive anche di abbassare la testa e di non accettare accorgimenti troppo accorti e di scappare appena sente puzza di bruciato. Di questo vive un uomo, o meglio di questo vivo io, e secondo Tondelli mi manca meno di un anno per essere una donna compiuta, e a me francamente Tondelli sta molto simpatico, soprattutto quello più sboccato e forte: oh la preghiera al cazzo di Bibo, «Metticela tutta Bibo, lo senti?» Pier Vittorio, ma da dove ti è uscita? Penso che quella breve invocazione sia così superba che l’ho difesa a spada tratta con chi è più rigido, e spesso più giovane, di me.

Oh certo, forse fossi una donna compiuta, effettivamente manca ancora qualche mese, dico fossi una donna compiuta capirei anche che la visione oppositiva ha fatto il suo tempo, e che lo spazio per poter parlare lo si deve rosicchiare anche e soprattutto con chi ti loda. Questo lo so solo a tratti. Sono una persona molto precoce in tante cose che non sto qui a elencare per quella frasetta qui sopra sulla selezione, anche se si tratta non di maturità ma solo di esperienze fatte troppo presto, per il fato avverso o perché da ragazzina volevo tutto subito. Ci sono alcune cose però che non faccio solo a tratti: mangiar niente e poi riempirmi di quello che c’è, riso bianco e verdura congelata; scrivere; tornare in posti che potrebbero essere dolorosi e sentirmi squarciata nel bene e nel male; proiettare tutto lontano e riportarmelo poi nel mio letto sbilenco e azzurro. Sentirmi come un cane disegnato steso e far sgocciolare le ore nella fame crescente che è la mia esistenza ora.

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