Berta filava

Ci vediamo a Mantova?

Lo so, lo so: è un po’ di tempo che non mi faccio vedere qui, ma ora non importa. Ho una bella notizia: venerdì 6 settembre sarò al Festivaletteratura di Mantova. Parteciperò a una sfida tra blogger a tema letterario: l’incontro è stato organizzato da Finzioni, saremo in tanti e ci saranno ricchi premi e cotillon! (sarebbe da partecipare solo per vedere finalmente come sono fatti i cotillon). Scherzi a parte, ovviamente sono molto emozionata e pressocché certa di fare una serie di clamorose figure di merda, che sono sicura saranno divertentissime. Venite? Ecco la versione di Finzioni sull’evento, che si intitolerà Blogger VS Blogger. Sfida all’ultimo libro!

BLOGGERS-VS-BLOGGER-fronte

Si tratta di una vera e propria competizione letteraria per mettere alla prova le nostre conoscenze, ma anche per chiacchierare tra di noi e con il pubblico su tutti i temi cari a noi amanti dei libri e della lettura (creativa!). Ci sarà pure una giuria finzionica di qualità e alla fine ricchi premi e cotillon.

Il tutto ovviamente senza agonismo e con una buona dose di di leggerezza e di ironia, per promuovere la diffusione della letteratura come forma d’intrattenimento e, perché no, come una cosa con cui si può anche giocare.

Saliranno sul ring (in ordine rigorosamente alfabetico):

L’evento è inserito nel progetto denominato The Reading Circle “che vuole essere una sorta di celebrazione della lettura non soltanto come esperienza solitaria, ma anche come momento di condivisione…” (cit.)

Perciò vi aspettiamo numerosi venerdì 6 settembre alle 18.00 presso il Palazzo del Consorzio di Bonifica dei Territori del Mincio.

Contattate il vostro allibratore di fiducia e scommettete sul vostro blogger preferito!

Ah, e se non potete venire a Mantova, seguiteci su twitter conl’hashtag #bloggerVSblogger

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Berta filava, Matto e disperatissimo, Pagina 26, Rumore, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Pagina 26, settima: i Cure erano un gruppo allegro

Quando Nanni Moretti era molto giovane e aveva appena girato Ecce bombo, ovvero il capolavoro per cui ogni persona ragionevole dovrebbe dichiararsi fieramente morettiana in barba a chi tira fuori Habemus papam e la spocchia del regista, rilasciò un’intervista in cui diceva più o meno che non voleva che il suo film facesse immedesimare la gente. Che l’immedesimazione non è un valore, e anzi è una cosa il più delle volte tragicomica: te la vedi la vecchia che quando esce dal film di Bergman dice «quant’è stato emozionante, come me sò immedesimata signora mia, che sensibilità sopraffina quer regista cor nome strano»?
(Nanni Moretti, per chiarire da che parte sto, può permettersi tutta la spocchia del mondo dopo aver partorito «
faccio cose vedo gente» e «va beene, ciao» e «ma se io mi suicidassi?»)
Quello che il regista suggeriva a tutti era di dirsi le frasi in testa prima di farle uscire, e valutare l’ironia involontaria in esse contenute. Non per dire a tutti che fanno ride, ma per far capire che l’ironia è una bella arma se la riconosci, altrimenti ti si ritorce contro.


Prima di parlare di Sofia si veste sempre di nero, il primo romanzo di Paolo Cognetti per cui l’attesa è stata lunga ed emozionante, vorrei specificare che ho diversi aspetti in comune con la protagonista. Non ho la prosopopea di accollarmi il carisma naturale che Sofia emana in ogni pagina del romanzo, ma questa ragazza passa una vita per molti versi simili alla mia: padre malato, mutismo e sensazione di incomunicabilità, lutto, problemi alimentari, emarginazione volontaria. Sono tutte questioni difficili e delicate su cui sovente faccio un umorismo che può sembrare greve. Alcuni problemi non passano e quindi smettono di essere problemi, diventano parti del carattere che a volte emergono e a volte no, e diventare adulti a mio parere è capire che non puoi farli emergere con tutti, e non allo stesso modo: se lo fai diventi una macchietta e fai ridere anche se non vuoi. Certo non facevo ridere i miei amici quando ho perso cinque chili in pochi giorni, di notte sognavo la parola sottopeso e andavo a dormire privandomi della cena dopo aver pranzato con un pezzo di pane secco, ma poi le cose sono cambiate. L’anoressia serve a richiamare l’attenzione su un problema, e a rassicurarsi di poter controllare ogni cosa. In quel momento mi serviva. Allora non l’avrei mai ammesso perché speravo che il mio corpo facesse capire che avevo alle spalle cose troppo pesanti da sopportare per mangiare e altre cose drammatiche di questo tenore, ma ora che ci sono lontana posso dire che mi ha fatto capire diverse cose, a cominciare dal fatto che mangiare è giusto. Ho avuto problemi alimentari, ma d’altronde chi non.

(E poi scusate: sarà la fase storica, sarà la 40 che diventa 38 che diventa 36, sarà La solitudine dei numeri primi, ma da un po’ come ti giri vedi solo Twiggy disturbate. Con questo non voglio dire che mi stanno simpatiche le culone, dio me ne scampi da queste squadre inutili. Un bel gruppo accusato da tutti, come tutti, di spocchiosità, ha messo in un suo pezzo la frase: «anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche che si occupano di moda».)

Tutto questo enorme preambolo per dire che Sofia si veste sempre di nero non mi ha colpita come mi aspettavo, anche se con lei mi ci potevo immedesimare. Il romanzo ricrea la vita di Sofia attraverso diversi punti di vista in diversi periodi, e questo comporta che Sofia sia la protagonista, ma che insieme venga vista come di sbieco in tutto il romanzo. Questa è cosa buona e giusta, come è coinvolgente lo stile del Cognetti che non è sicuramente l’ultimo arrivato — anche se la paratassi a tutti i costi inizia ad annoiarmi. Quello che non mi ha convinto nel libro sta tutto nel mio enorme preambolo: alcune cose mi sono parse psicologismi da macchietta, come vestirsi sempre di nero, il nervoso chain-smoking, l’anoressia, recitare per prendere a prestito le vite altrui. Non ci sono storie ovvie nella misura in cui si può raccontare tutto in modo non ovvio, e in alcune parti la storia di Sofia ha una pasta genuina, vera. Forse è anche per questo che ho sentito molto forti le cadute, ad esempio nel calibrare poco la voce dei personaggi con quella dell’autore. Ho chiuso il libro pensando che dire Sofia si veste sempre di nero è come dire che i Cure sono un gruppo dark: è una frase un po’ paracula, e forse al posto di dire proprio questa si poteva fare una battuta, e usare un’arma che non si pensava di avere, cambiando le carte in tavola.

Sofia si veste sempre di nero, pagina 26: il tumore raccontato a mia figlia
In un altro ricordo Sofia è con sua madre nella vasca da bagno. È seduta alle sue spalle e le strofina la schiena con un guanto ruvido, e intanto Rossana le racconta della visita di oggi in ospedale.
«Cioè», dice Sofia, passando il sapone sul guanto per fare ancora un po’ di schiuma, «non le danno più le medicine?»
«Le medicine che le davano prima erano come un veleno», spiega Rossana. «Servivano a colpire il tumore, però intanto facevano male anche a lei. Ora che non le prende più si sente meglio.»
«Vuol dire che sta guarendo?», chiede Sofia, anche se ha capito benissimo che l’interruzione della chemioterapia vuol dire tutto il contrario. Ma a volte sfrutta i suoi otto anni per ottenere effetti come questo: vedere le spalle di sua madre irrigidirsi, le costole che si dilatano in un sospiro. È curiosa di sapere come le risponderà.
Una notte d’agosto si sveglia sotto un temporale. Non ha mai sentito piovere così forte. A Milano la sua stanza aveva i vetri doppi, un appartamento sopra la testa e un altro sotto i piedi, e anche il temporale era un rumore che si poteva chiudere fuori, come gli allarmi delle automobili e le sirene delle ambulanze. Qui invece i tuoni fanno tremare le finestre. Il vento si infila nei tubi delle grondaie producendo una specie di ululato. La casa intera sembra una barriera che basta appena, e da un momento all’altro potrebbe non bastare più.
Eppure Sofia scopre di non avere paura. Appena ci si abitua, il rumore del temporale comincia a tenerle compagnia.

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Altrove, Berta filava, Corpo, Sud-est

Scrivere, scrivere, scrivere


La temperatura si è abbassata di botto e stamane mi sono svegliata nel piumone senza una goccia di sudore addosso.
Penso a cose così strane, penso alle calze sotto la gonna, alle scarpe chiuse.
Per fortuna devo scrivere e scrivo sempre, seduta al mio tavolo bianco con il palazzo giallo di fronte e il cielo grigio sopra la testa. Ogni tanto mi ricordo di guardare il cielo e il palazzo davanti a me. Non voglio che mi si abbassi la vista come ai carcerati per campo visivo breve. Soprattutto perché quando scrivo mi sento tutt’altro che una carcerata.
Scrivo per conto mio, sul blog di Mal di Libri, scrivo qui, scrivo su Con Altri Mezzi.
Ieri è uscito un pezzo mio sulle maggiorate, per me sono una specie di ossessione. Mia madre ha vissuto sulla sua pelle il cambio di estetica da Silvana Mangano a Twiggy. Ci ho riflettuto su e ho pensato che le cose prima forse non erano comunque del tutto rosee.
Amy Winehouse prima di morire ha detto: «[ho sofferto] un po’ di anoressia, un po’ di bulimia. Non sono del tutto a posto ma credo che nessuna donna lo sia». Nel pezzo parlo anche di lei.
Ho anche spiegato meglio chi sono nella pagina Chi scrive qui? perché ho pensato che forse se pubblico quello che scrivo è cosa buona e giusta presentarmi per bene. Sono una ragazza all’antica.

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Berta filava, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, quinta: tu stare male non sai cosa vuol dire

«E, dimmi, hai passato tutto questo… Da sola?»
«Ma io non sono sola. C’è la mia famiglia, le persone vicino a me.»
«No, intendo… Non sei mai andata da qualcuno? Non ti sei mai fatta aiutare da qualcuno?»
«Mi stai chiedendo se sono andata in analisi? »
«Eh… sai, è che penso che in un momento così terribile… sì.»
«No, non ci sono mai andata. Il mio problema, se ne vogliamo trovare uno, è che le persone muoiono. Non penso che un analista mi possa dire che non è così.»
«Ma se soffochi quello che senti potresti un giorno pagarne le conseguenze, un po’ come una persona che si ferisce a un piede, trascura la cosa e anni dopo si trova ad avere la schiena storta.»
«Non ci si deve curare dal dolore. Il dubbio non è una cosa sbagliata. Nessuno mi può togliere il lutto, nessuno mi può togliere il dolore, ed è giusto così. Perché dovrei avere la schiena dritta? Non m’interessa avere la schiena dritta o curarmi il piede se a farlo è qualcun altro. Avrò la schiena storta che la mia vita mi ha dato se non riuscirò a raddrizzarla con le mie azioni e i miei pensieri. E quelli di chi mi è vicino davvero.»

Il tempo non è lineare, l’evoluzione è un concetto frainteso. Con il tempo ho iniziato a comportarmi come la macchietta addolorata che gli altri si aspettavano. Se prima ero più forte – scorticata dagli eventi ma forte nel sapere, nel sentire, la fortuna che avevo avuto – poi ho perso di vista mio padre come persona, la mia famiglia come persone, e per un periodo ho messo una coperta nera su tutto. Se prima rifiutavo l’idea di trauma, per un po’ tutto ha ruotato attorno al trauma. Soprattutto la scrittura. Scrivevo solo della morte di mio padre. E scrivevo male. Ma nessuno si sentiva in grado di dirmelo: ero traumatizzata!

Quodlibet è la casa editrice di cui mi fido sempre, in ogni caso. Il primo libro loro a diventare anche mio è stato Un artista del digiuno di Kafka, un libro così incredibile che ne ho parlato anche a proposito di altri libri, perché ogni capolavoro è un sasso gettato in uno stagno. Poi ne sono arrivati tanti altri, fino a Senza trauma, che ho finito di leggere stamattina e il cui titolo per me era stato un campanello, una freccia. Un saggio sulla scrittura dell’estremo, la necessità di trauma a tutti i costi, che si declina in due tendenze: la letteratura di genere, in cui il narratore è ipertrofico e conosce i meccanismi intimi di un mondo marcio; e l’autofiction, in cui il narratore non si capacita del senso delle cose più semplici attorno a lui. In entrambi i casi c’è stato uno scoppio, uno sconvolgimento, un trauma: anche solo quello dell’esistenza. Ma come fa un trauma ad essere diffuso?

Questo saggio è prezioso perché non ha un atteggiamento valoriale rispetto alle numerose opere affrontate: in questo, secondo lo stesso Daniele Giglioli che ho iniziato a leggere e apprezzare su «La lettura», non si tratta di critica letteraria in senso stretto. L’idea di fondo è la comprensione di una tendenza non tanto letteraria, quanto esistenziale, che permea anche la forma del romanzo oggi. Da un lato Scurati, Genna, Ammaniti; dall’altro Saviano, Siti, Moresco: autori con stili, generi, argomenti diversi, tutti accomunati dall’idea di una sconfitta iniziale, uno scossone come big bang dell’esperienza e della narrazione, un trauma senza il quale l’esistenza non può svolgersi.

Penso sia auspicabile, per l’umanità, esercitarsi a collegare la parola “trauma” all’immagine di un ginocchio sbucciato.

Senza trauma, pagina 26: letteratura di genere VS autofiction

Le strategie possono essere molteplici, a volte implicite, non sempre necessariamente consapevoli. Ne seguiremo due, in apparenza opposte, in realtà complementari. Partono entrambe dallo stesso presupposto: né la realtà inservibile né il Reale indicibile possono essere guardati in faccia, come il sole e la morte di La Rochefoucauld. È necessaria una tattica di aggiramento, una sorta di manovra a tenaglia. Da una parte il recupero della letteratura cosiddetta “di genere”: giallo, noir, fantascienza, romanzo storico, e le loro mescolanze. Dall’altra la nebulosa dai contorni incerti che viene ormai comunemente denominata autofinzione (e le forme miste, ibride, a essa affini come il memoir, il reportage d’autore, il saggio a dominante narrativa).
Perché queste forme e non altre? Intanto perché la grande fortuna editoriale di cui godono indica che rispondono a un bisogno diffuso, profondo e condiviso. E poi perché nell’immagine dell’una si possono cogliere con esattezza speculare i tratti fisiognomici dell’altra. Nascono gemelle. L’assunto da cui muovono è il medesimo: la difficile rappresentabilità dell’esperienza. Il “genere” risponde accettando frontalmente la sfida di calarsi nella finzionalità più scoperta: ne espone i contrassegni, ne rivendica la struttura formulaica, ne espone orgogliosamente la struttura e la tematica stereotipa. L’autofinzione incunea invece una pretesa di autenticità (il nome proprio dell’autore come protagonista e responsabile delle vicende e dei pensieri narrati) all’interno di una compagine testuale che rivendica però il diritto all’invenzione. La realtà è autenticata dal nome proprio; il nome proprio è travisato dalla fiction; la fiction destituisce la realtà.
La stessa frontiera è attraversata in senso inverso. I romanzi di genere che prenderemo in esame ambiscono a proporsi, sotto il velo della finzione, come una vera e propria contro storia dell’Italia contemporanea, raccontata attraverso il ricorso sistematico a quella tematica del segreto, del mistero, del tradimento e del retroscena che è il primo articolo in carta costituzionale della narrativa di genere. La fiction pretende di svelare una verità che i metodi di conoscenza ad essa ordinariamente applicati (storia, sociologia, filosofia, riflessione politica) non riescono ad afferrare. L’autofinzione segue la via opposta. All’interno della vita vera del suo autore, introduce quell’instabilità categoriale che si determina quando il nesso tra realtà e finzione si fa evanescente, nella convinzione che quel nesso è già a tal punto intaccato nella vita reale da poter essere colto solo attraverso una sorta di magia omeopatica.

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Berta filava, Còre, Sud-est

E che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce


Ho pensato di segnalare qui anche i pezzi che scrivo in altri posti, come il racconto per Conaltrimezzi sull’esperienza lisergica che ho avuto al Vittoriale. Ho pensato di farlo in questi giorni, ma non ho più il caricabatterie del portatile e sono senza computer, almeno fino a che lo zio del mio ragazzo, che lavora in una discarica elettronica e fa il tecnico a tempo perso non mi rimedierà un computer quasi nuovo, perfettamente funzionante e soprattutto gratis. Per scrivere questo post sono venuta alla biblioteca del Pigneto: sono tornata a Roma, non si muore più di caldo e si parla tantissimo di Zeman (ma io parlo anche di libri, piani di studi, libri e della puzza della capitale che per Ste invece non puzza). Per venire alla biblioteca ho preso il trenino giallo perché qualche figlio di puttana mi ha rubato la bicicletta. Sarà di nuovo lo zio di Stefano a farmi avere a breve una mountain bike, fino ad allora salgo sui mezzi con un biglietto che non oblitero in mano, stando aggrappata gruardinga alla convalidatrice. Penso che sono fortunella ad avere un deus ex machina così, che la vita agisce sempre in modo inaspettato e che le cose si aggiustano, nel senso vero del termine: si adattano tra loro e le cose che stridono prima o poi si riaccordano, sempre in modo diverso da come si pensava. Ed è cosa buona e giusta. Nel frattempo Le vie dei canti ha preso una curva inattesa ed emozionante a partire da una riflessione di Chatwin sui taccuini Moleskine, per poi riportare il contenuto, di quei taccuini: sto scoprendo cose mirabolanti sul camminare, l’angoscia, l’evoluzione, gli animali e il deserto. Ma arriverà anche il prossimo paginaventisei, entro domenica. Confidiamo nel deus.

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Berta filava, Còre, Matto e disperatissimo, Sud-est

Non c’è nulla di male nel fare un passo indietro e pensare. Nessuno può pensare e al tempo stesso colpire un altro.

La settimana scorsa una bella signora piena di ricci bianchi mi ha esposto, con una chiarezza sconcertante, il motivo per cui quando entra in una libreria si sente spaventata: «Mi viene chiesto di pagare quindici o anche venti euro per avere qualcosa che non so se mi piacerà. Quando apro un libro non riesco a trovare alcun indizio della sua compatibilità con me, anche se non sono una sprovveduta in materia: leggerò almeno una trentina di libri all’anno. Potrei fidarmi della quarta di copertina e a volte lo faccio, ma sempre con il sospetto di aver chiesto all’oste se il vino è buono. Quando entro in una libreria mi dirigo verso il mio angolo di fiducia, i miei autori conosciuti. Quando invece voglio navigare in acque sconosciute, prendo in prestito i libri in biblioteca: non corro alcun rischio così. Anche se sono consapevole di quanto questo mio atteggiamento possa portare a un’abitudinarietà delle letture, a oggi non ho trovato un metodo migliore.»

Così aveva risposto quando io, con sprezzante dispiacere, le avevo detto che una persona è tendenzialmente più disposta a comprare un paio di scarpe che un libro – come aveva commentato un amico che lavora nell’Adelphi del centro Italia a proposito delle fiere editoriali. La signora aveva ragione, da una parte: le scarpe, anche se per poco, uno le può provare, farci due passi, prima di spenderci sopra. E in parte aveva ragione il mio amico, sottolineando che forse quello di cui hanno paura le persone sono i contenuti, e come nel consumo sia forse ormai rassicurante una certa dose di frivolezza.

Arte e percezione visiva, Rudolf Arnheim

Ci sono alcune letture di cui non m’interessa prioritariamente lo stile e su cui quindi vado a colpo sicuro, letture che definirei “tecniche” ovvero di studio – anche se alcuni trattati filosofici assumono per me la bellezza di un romanzo perfetto, questo può anche non succedere, e comunque il saggio avrebbe assurto alla sua funzione, ovvero illustrarmi la realtà secondo Adorno o Schopenhauer, o espormi i fatti salienti accaduti negli anni ’50. La saggistica è una branca dell’editoria spesso non tenuta troppo in considerazione, ahimé: si pensa che interessi agli studiosi di una specifica disciplina, relegandola in un campo troppo ristretto. Alla signora chiederei, se fosse qui con me ora, «ha mai provato a leggere un saggio sulla fotografia anche se fa la maestra?». Questo perché posso dire senza esagerare che «Arte e percezione visiva» di Rudolph Arnheim ha cambiato radicalmente la mia esistenza, sebbene io non mi occupi di psicologia percettiva e anche se ho incontrato questo capolavoro solo perché avevo deciso di leggere un libro facoltativo indicato da un professore per un esame secondario. Il fatto che l’insegnante avesse indicato come obbligatorio un manuale sbilenco scritto da sua moglie e non il libro di Arnheim la dice lunga sulla sua idiozia, ma non posso comunque esimermi dal pensare che quella circostanza mi abbia insegnato qualcosa di molto importante, ovvero: in ambito di letture, perdersi usando un po’ di fiuto è quasi sempre una buona scelta. Decidere di perdersi conoscendo l’autore che si affronterà, o a grandi linee l’argomento di un saggio, porterà il lettore a imparare qualcosa di nuovo, e quindi a essere un po’ più libero. Mi direte che per fare questo non è necessario comprare il libro, e vi darò ragione: io stessa ho passato l’ultimo mese su un manuale molto interessante che ho preso in prestito in una biblioteca, e penso che solo ora che l’ho letto appassionatamente e scomposto a dovere lo comprerò. Ci sono però alcuni saggi che ho voluto avere subito per me, per poterli sottolineare e fare i miei commenti a margine (Arnheim è uno di questi): l’esperienza di lettura di un saggio è diversa da quella di un romanzo, o meglio, penso che per studiare un romanzo si debba maturare molto nella propria esperienza di lettore. Penso quindi che — almeno nel caso di un saggio — assecondare la propria voglia di possesso sia una mano santa, e non solo per i librai come me. Per i romanzi la questione è intricata ed estremamente soggettiva: io ho sempre comprato romanzi seguendo una non meglio identificata suggestione. Non sono una lettrice seriale, di pochi autori ho letto tutti i titoli: tendo a vagabondare molto, farmi colpire a volte dalla copertina, a volte da una recensione, spesso dalla casa editrice. Penso, in ogni caso, che anche leggere un romanzo brutto possa avere i suoi frutti: si affina il fiuto e si riesce ad argomentare sempre di più la diffidenza verso alcuni voci o alcuni stili — sono convinta che non ci sia altro modo per capire davvero se un romanzo è bello o no di leggerlo, e di leggerne anche tantissimi altri, e magari di leggere lo stesso romanzo a distanza di anni. Gli altri non te lo possono insegnare. E non possono convincerti, se senti più vicino a te Calvino di Moravia, che sia più giusto pensare il contrario. Penso sia per questo che le discussioni più animate che ho avuto fossero sui “miei” classici, e sui romanzi per me di merda.

Suburbio e fuga, Raymond Queneau

Si ha verso i libri un pensiero dicotomico molto simile a quello che storicamente è stato nostro riguardo alla spaccatura corpo/mente: ho sentito molte volte dire «quello che m’interessa, in fondo, è il contenuto del libro, non il libro in sé.» Non si farebbe lo stesso ragionamento per il famoso paio di scarpe, o per un vestito (in questi casi l’apparire coincide quasi con l’uso). Ma anche in un libro i paratesti, la carta e tutti gli elementi che di primo acchito giudicheremmo contingenti sono importanti nella scelta, seppure a un livello a volte inconscio. Ho avuto la presenza d’animo di chiedere alla signora «Non leggerebbe mai un libro con una di quelle fascette che urlano “CENTOMILA COPIE VENDUTE”, vero?» e lei è arrossita e ha fatto subito segno di no con la testa. Anche in noi lettori forti che ci pensiamo un po’ più alti e scollegati degli altri la componente percettiva ha il suo peso, ed è giusto così. Farsene guidare non è sbagliato, non più di pensare a un libro come a una sorta di nuvola impalpabile.

Dove dormono i bambini, James Mollison

Sono ormai diversi mesi che vado tre giorni a settimana nella libreria dal profumo di legno e carta. Nelle ore passate lì ho letto molti saggi della contrasto e delle edizioni dell’asino, svariati fumetti (leggere un buon fumetto mi dà un piacere luminoso e titillante, come fossi ancora bambina e stessi guardando un cartone animato per la prima volta – anche i fumetti li ho incontrati per caso, vagando nella cartolibreria vicino casa un pomeriggio che non volevo fare i compiti) e un sacco di libri per bambini di tutte le età. I “clienti”, se con questo nome orrendo li vogliamo chiamare, sono stati il più delle volte aficionados delle case editrici di cui abbiamo i libri. Mi sarei commossa al sentir qualcuno dire «Non conosco quest’autore, ma l’argomento m’interessa: proviamo!», ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi le persone si dirigevano verso un titolo con cui già erano familiari, quello compravano e non altri, e finita lì. Una solo fisicamente piccola eccezione la fanno i bambini, che anche in età non scolare sono affascinatissimi dai volumi variopinti che cerchiamo di tenere alla loro altezza: la loro curiosità non è legata direttamente alla spettacolarità del libro, perdono tempo tanto sui pop-up quanto sugli illustrati in due dimensioni. Spero sempre, quando vedo un nanerottolo di tre anni mentre cerca di decifrare un libro pieno di tradizionalissime figure e lettere, che quella curiosità gli resti viva, e che anche da grande di fronte a una pila di titoli non si senta spaventato ma pieno di fame come davanti a un banchetto imbastito solo per lui.

Inaugurazione libreria Lotto 49

Queste sono tutte cose che ho pensato ieri, mentre giravo tra gli scaffali nuovi e sfavillanti della libreria che alcune mie amiche hanno messo su, a Frascati. Camminavo tra i romanzi di piccole o grandi case editrici, e alcuni volumi saltavano all’occhio immediatamente: il pastello Adelphi, il bianco ISBN, fino alle mensole-libro TIC. Sono rimasta un po’ nella zona dei bambini, e ho trovato qualche titolo che sarebbe stato utile innanzitutto a me: uno addirittura affrontava i disordini alimentari – sicuramente ne avrei fatto un uso migliore del tremendo Barbablù, che ha popolato i miei incubi per anni senza insegnarmi nulla. Poi ho riso, bevuto birra, parlato con le neo-libraie di tante cose per me – e per loro – importanti: la scrittura, un certo lavoro e non altri, certe scelte e non altre. Attorno a noi un luogo diverso da un negozio di scarpe, che per nascere ha bisogno di molto più coraggio e molta più testardaggine, ovvero cose strettamente legate all’amore. Andandomene ho pensato che documentarsi, cercare e proporre parole belle andrebbe considerato un irrinunciabile servizio pubblico (quello che diceva Primo Levi sulla scrittura), non un gesto anacronistico e un po’ matto. Ho pensato anche che allestire e gestire uno spazio in cui le persone si sentano libere di leggere, che per come lo vedo è un atto estremamente intimo, necessita di grande empatia, grande delicatezza e molto fiuto. Bisogna far fidare il lettore di sé, suggerirgli senza imporsi la propria autorevolezza, espressa nei dorsi messi in fila. Bisogna essere brave davvero, e loro lo sono. Tocca al lettore lasciarsi guidare dal benedetto caso che, se sei nel posto giusto, insegna e non ferisce.

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Berta filava, Matto e disperatissimo, Sud-est

Onighiri

George Psalmanazar si spacciò per il primo formosano in Europa: era biondo e chiaro di carnagione, ma diceva di esserlo perché i nobili nel suo paese vivevano sottoterra. Era un simpaticone che viveva di espedienti e aveva trovato una soluzione piuttosto creativa: anche se persino i suoi contemporanei dubitavano di lui, aveva un’aria così sicura di sé ed era così piacevole che la corte inglese lo lasciò fare. Era un periodo piuttosto problematico per l’Inghilterra, e un personaggio esotico che abbracciasse l’anglicanesimo deprecando i gesuiti faceva molto comodo.

Funerale a Formosa

Nel 1704 Psalmanazar scrisse An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan. È un libro degno di nota perché riporta il supposto alfabeto di Formosa, come anche la traduzione del Credo, del Padre Nostro e di varie parole di uso comune in formosiano: per questo Psalmanazar rientra a pieno titolo nella schiera di chi inventò una lingua utopica, tradizione iniziata da More e ancora piuttosto viva. Il nostro George dichiarava fin dal titolo l’appartenenza di Formosa al Giappone, cosa negata dai gesuiti che avevano compiuto esplorazioni in Asia e descrivevano l’isola come parte della Cina. Ma in quel periodo i gesuiti erano il male, in territorio britannico nessuno se li filava, e George conosceva la regola fondamentale per una bugia riuscita: depistare il più possibile.
Nel 1706 Psalmanazar confessò di essere un impostore: la sua pantomima non poteva durare a lungo, il mondo si stava ingrandendo e c’erano sempre più voci discordanti rispetto alle sue teorie. Così decise di iniziare a farsi di oppio, studiare teologia e non dare corda a chi lo prendeva in giro per le follie giovanili – tra questi, anche un certo Jonathan Swift.

Onighiri, a.k.a. ambrosia

Vicino casa mia c’è il paradiso. Si chiama Sushi Sun ed è il mio posto preferito insieme alla pizzeria Margarì e alla spaghetteria A casa di Alice. Fino all’anno scorso non avrei mai rifiutato se mi avessero offerto una pizza: oggi non rifiuterei mai se mi offrissero un temaki, un onighiri o un california ebi tem. Sono consapevole che probabilmente queste pietanze in terra natìa hanno un sapore molto diverso, di cui la versione italiana è solo una pallida imitazione; per questo a volte, quando vedo arrivare la piccola cameriera con l’incisivo scheggiato che fa ondeggiare ritmicamente la coda di cavallo mentre tiene in mano la mia barca di sushi, penso alle orrende fette di prosciutto in contenitore di plastica che ho visto una volta in Austria – sopra c’era scritto “100% italiano!”, erano così brutte che ero tentata di fotografarle. Ma per le mie papille barbariche il sapore di quell’alga è puro sogno, e così ci torno periodicamente, appena ho venti euro da spendere e la pancia pronta per un all you can eat come si deve.

Kim Daul


In questi giorni ho scoperto tre persone dal sapore agrodolce. La prima è Kim Daul. Era una modella sudcoreana che si è impiccata a vent’anni, siccome aveva un blog tutti lo hanno spulciato per tirar fuori qualche citazione adatta a uno spirito suicida: in realtà in molti casi dimostrava un bell’umorismo capace di dissacrare gli aspetti frivoli dell’ambiente in cui era calata (un bell’esempio è questo post Jezebelcome sempre mette i dovuti puntini sulle i rispetto alla strumentalizzazione via web di questa morte). In una parola, Kim Daul era fichissima, e dopo le polemiche perché aveva posato a petto nudo e con i capelli ossigenati si chiedeva il motivo di tutto quel casino da parte dei suoi connazionali: a grandi linee il post diceva “prima di essere coreana sono me. Se una ragazza occidentale si tingesse i capelli di nero nessuno farebbe storie”. Il suo sito è pieno di spunti, e non sul suicidio. Anche se sono stata la prima a leggerlo con lo spirito profanatorio di chiunque approcci testimonianze lasciate da gente che si è uccisa.

My little dead dick — Pat Pat

Le altre due persone agrodolci che ho scoperto ultimamente si chiamano Patrick Tsai e Madi Ju. Lui, che si fa chiamare Pat Pat, è un taiwanese cresciuto negli U.S.A., mentre lei è cinese. Si conoscono su Flickr, ammirano le foto l’uno dell’altra e si incontrano fisicamente a Hong Kong. Si innamorano e fanno partire un progetto, My little dead dick, ovvero la documentazione fotografica del loro lungo viaggio amoroso in tutta l’Asia. Diventano famosi grazie alle loro istantanee così intime e ironiche: iniziano a collaborare con converse e Vice. Dopo un anno esatto, nel 2007, il progetto My little dead dick finisce, ma la chiusura definitiva è del 2008: il giorno del terremoto in Cina i due si lasciano. La spiegazione non c’è, c’è solo il titolo: we broke up. Se poi uno va a cercare in giro (io, naturalmente, l’ho fatto), scoprirà una storia piuttosto normale: gli attriti tra i due che diventano quotidiani, lui che conosce una nuova ragazza ma vuole prima chiarire le cose con lei, lui che confessa, lei che lo sbatte fuori di casa e lui che si fa un tour giapponese dormendo a casa di amici. Giappone a parte, alzi la mano chi non ha mai vissuto queste cose. Alzi la mano chi non ha mai sentito l’emozione della prima volta con qualcuno. Alzi la mano chi non ha mai visto il partner come un bambino, qualcuno di fresco e puro che fa delle cose normali eventi completamente nuovi. Loro hanno fotografato tutto questo: è difficile non amarli.

My little dead dick — Madi Ju

Pat Pat e Madi Ju sono stati ribattezzati “i John Lennon e Yoko Ono della fotografia”. Nel loro flickr i primi chiamano i secondi “our heroes”. La differenza tra le due coppie è che i carini di My little dead dick hanno entrambi gli occhi a mandorla – secondo me, by the way, è un razzismo verso gli occhi a mandorla ad aver reso Yoko Ono la cattiva della storia. Certo, lei si è impegnata mettendo il copyright anche sull’aria respirata da John, ma… Beh, non impegoliamoci.

In questo primo giugno mi piace pensare che anche se non so una parola di nessuna lingua orientale, ho scoperto queste persone nuove, diverse e simili a tutti. Taiwan, la Cina, il Giappone e la Corea non sono lo stesso posto, ma da così lontano hanno un’aura esotica che li accomuna, come sono accomunate nel menu del Sushi Sun. Lo spirito di Psalmanazar è duro a morire: se ti concentri su cosa dice una persona, puoi crederla orientale anche se è bionda.


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