Altrove, Còre, Nord-est

Giulio

tagliamento

 

Il mio nonno putativo Giulio Livolsi, negli ultimi anni, stava sempre seduto sul cornicione di un bar, davanti al negozio di alimentari che ha tenuto aperto per tutta la vita insieme al fratello Silvano.
Io passavo con la bicicletta, mi sedevo vicino a lui, e parlavamo.

Quando ero piccola andavamo sempre da lui a comprare tutto, e in particolare il San Daniele. Una volta lui ha messo le mani sul bancone e io gli ho detto: «Giulio, ma perché ti manca un dito?» e lui: «Mi hanno torturato, bambina.»

Giulio quando ero più grande mi ha spiegato molte cose: cosa vuol dire decimazione, deportazione, amore.
E gli dicevo: «Giulio, perché non ti fai riprendere? Per favore. Porto una telecamera così rimane tutto quello che mi dici.»
E lui: «No no! Perché se mi scappa un sacramento e finisco in televisione non va bene. No. E poi son cose riservate. Un giorno tirerò fuori il mio diario. Un giorno sì. Adesso non sono pronto.»

Non si ricordava mai cosa studiavo. Quando gli dicevo “Filosofia” lui rispondeva «Sacramento! Con un papà medico. Ma io dico. Filosofia falla in tagliamento, vai a raccogliere le piere!»

Giulio è morto il giorno della mia laurea e oggi, anche se sono lontana, è come se stessi seduta su quel cornicione.

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Altrove, Matto e disperatissimo, Sud-est

Téééc



Sembra che non potrò dire  «Sono stata un quarto di secolo senza vedere Milano» come pensavo: oggi ci vado, per Roland, e ho pensato che sarebbe bello trovare un incontro così in ogni città in cui non sono mai stata e che in questo settembre ho infilato due weekend letterario-editoriali trovando amici miei romani e conoscendo persone nuove e belle in altri posti e altri spazi, e ciò mi garba molto, e che se fosse per me andrei avanti a feste così, che mi sembrano qualcosa a metà tra le gite delle superiori e le uscite con gli amici di quando sei un po’ più grande.



Non so come sarà la città e mi emoziona molto l’idea di vederla per la prima volta. L’ho sempre immaginata come il doppio di Roma, con alcune caratteristiche simili e altre opposte: gigante, tentacolare, ma ordinata e precisa. Con un’ironia molto diversa dalla caciaronaggine romana, una specie di wit, un’acutezza. E poi i Navigli sono un grande mistero per me. Mi chiedo come saranno e se è vero che alcuni si sono prosciugati, se si sono ridotti a rigagnoli o se conservano ancora una loro forza. Prevedibilmente i canali d’acqua restano il massimo punto d’interesse che una città può avere per me, infatti qui a Roma mi piace un posto che ha una terrazza da cui si vede l’Aniene, più modesto e umano del Tevere (e poi mi fa pensare a Guzzanti).

Un paio di sere fa bevevo con un gruppo di amici romani e uno m’ha detto «Non sei mai stata a Milano. Embè? Manco io. Che je devo dì ai milanesi? Ciao brutti?» e ho pensato alla silenziosa querelle sulla vera capitale italiana, e che i romani hanno un senso della superiorità misto a menefreghismo inconfondibile — lo dico perché mio padre era il primo a fare battute sulla bellezza indiscutibile della capitale (quando gli dicevo, da bambina, che Roma puzzava ed era grigia e non mi piaceva andare a trovare la nonna lui rispondeva sempre che il contrario di Roma è Amor, tutte le strade portano a Roma, Roma caput mundi, eccetera). I romani sono stanziali. La maggior parte di loro non lascerebbe mai questo posto, anche se si lamentano del traffico e della vita passata sui mezzi pubblici: è solo un vezzo, ogni romano è sotto sotto convinto di stare da re nella sua città. Un po’ come molti milanesi che ho conosciuto hanno esordito dicendomi «È brutta, ma non tanto quanto dicono. Si può stare bene a Milano. Non è così grigia come tutti pensano.» Forse è la città grande a fare questo effetto, ma da campagnola che ha passato anni a lamentarsi delle verdi colline friulane per poi sognare le scampagnate in bicicletta e i bicchieri di vino a ottanta centesimi penso che sia semplicemente normale per tutti trovare qualcosa di cui lamentarsi. A Venezia mi è capitato di pensare «Darei un braccio adesso per prendere un autobus e risparmiarmi questa camminata.» Tutto questo per dire che forse nessuno ha una casa, se per casa s’intende il posto dove stare del tutto a proprio agio, e questo va bene, per dirla alla romana è giusto avere il pepe al culo, è qualcosa di vitale. Avere il pepe al culo. Questa la metto nelle Metafore lombrosiane.

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Altrove, Berta filava, Corpo, Sud-est

Scrivere, scrivere, scrivere


La temperatura si è abbassata di botto e stamane mi sono svegliata nel piumone senza una goccia di sudore addosso.
Penso a cose così strane, penso alle calze sotto la gonna, alle scarpe chiuse.
Per fortuna devo scrivere e scrivo sempre, seduta al mio tavolo bianco con il palazzo giallo di fronte e il cielo grigio sopra la testa. Ogni tanto mi ricordo di guardare il cielo e il palazzo davanti a me. Non voglio che mi si abbassi la vista come ai carcerati per campo visivo breve. Soprattutto perché quando scrivo mi sento tutt’altro che una carcerata.
Scrivo per conto mio, sul blog di Mal di Libri, scrivo qui, scrivo su Con Altri Mezzi.
Ieri è uscito un pezzo mio sulle maggiorate, per me sono una specie di ossessione. Mia madre ha vissuto sulla sua pelle il cambio di estetica da Silvana Mangano a Twiggy. Ci ho riflettuto su e ho pensato che le cose prima forse non erano comunque del tutto rosee.
Amy Winehouse prima di morire ha detto: «[ho sofferto] un po’ di anoressia, un po’ di bulimia. Non sono del tutto a posto ma credo che nessuna donna lo sia». Nel pezzo parlo anche di lei.
Ho anche spiegato meglio chi sono nella pagina Chi scrive qui? perché ho pensato che forse se pubblico quello che scrivo è cosa buona e giusta presentarmi per bene. Sono una ragazza all’antica.

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