Còre, Da lontano

Se fos normâl

Se fos normâl
‘e audarés al vint
a scrîve poesies
sui tiô cjavei.
Descolz
su l’aga de Andrèes
in cercja de la sorgent.
E a la sera
cjocs de luna
cencja mai stufâsse
da gosâ al nostre amour.
E po’ sui arbi
in cercja de nîtz,
sui lavres un vier.
Se fos normâl
e sunarés
dute’ li cjampanes.
E po’ via
pa’ chî prâtz
e deventâ
flours
âs
e
la meil. 

tavan

Se fossi normale

Se fossi normale
aiuterei il vento
a scrivere poesie
sui tuoi capelli.
Scalzo
nell’acqua di Andreis
in cerca della sorgente.
E alla sera,
ubriachi di luna,
senza mai stancarsi
di gridare il nostro amore.
E poi sugli alberi
in cerca di nidi,
sulle labbra un verme.
Se fossi normale
suonerei
tutte le campane.
E poi via
per i prati
a diventare
fiori
api
e
miele.

Federico Tavan, Cràceles cròceles

Annunci
Standard
Altrove, Còre, Nord-est

Giulio

tagliamento

 

Il mio nonno putativo Giulio Livolsi, negli ultimi anni, stava sempre seduto sul cornicione di un bar, davanti al negozio di alimentari che ha tenuto aperto per tutta la vita insieme al fratello Silvano.
Io passavo con la bicicletta, mi sedevo vicino a lui, e parlavamo.

Quando ero piccola andavamo sempre da lui a comprare tutto, e in particolare il San Daniele. Una volta lui ha messo le mani sul bancone e io gli ho detto: «Giulio, ma perché ti manca un dito?» e lui: «Mi hanno torturato, bambina.»

Giulio quando ero più grande mi ha spiegato molte cose: cosa vuol dire decimazione, deportazione, amore.
E gli dicevo: «Giulio, perché non ti fai riprendere? Per favore. Porto una telecamera così rimane tutto quello che mi dici.»
E lui: «No no! Perché se mi scappa un sacramento e finisco in televisione non va bene. No. E poi son cose riservate. Un giorno tirerò fuori il mio diario. Un giorno sì. Adesso non sono pronto.»

Non si ricordava mai cosa studiavo. Quando gli dicevo “Filosofia” lui rispondeva «Sacramento! Con un papà medico. Ma io dico. Filosofia falla in tagliamento, vai a raccogliere le piere!»

Giulio è morto il giorno della mia laurea e oggi, anche se sono lontana, è come se stessi seduta su quel cornicione.

Standard
Pagina 26

Pagina 26, undicesima: Il realismo è l’impossibile

arnheim

Arnheim in Arte e percezione visiva faceva una bella osservazione sui disegni dei bambini: i piccoli disegnavano ogni cosa rotonda. In particolare una sega elettrica era disegnata come un cerchio con tanti cerchietti attorno. Questo non perché il bambino non sappia vedere la forma dell’oggetto per quella che è, aguzza; ma perché il cerchio è la prima forma che si riesce a disegnare, la più semplice, mentre la linea spezzata si impara più avanti.
prato-02
Questo accade anche quando uno scrittore alle prime armi (o che non si sia fatto certe domande) cerca di descrivere una scena. Ci sono troppe cose a cui pensare, descrizioni di ambienti o circostanze in cui calare i personaggi o le considerazioni, e così si cade nei cliché: la bionda tipica, il bello e impossibile, il buono sfigato, il funerale con la pioggia, il bambino innocente. La richiesta più frequente che un editor possa fare oggi a uno scrittore, mi pare, è dimmi qualcosa che non so, quello che so non scriverlo, non esiste. E troppe persone (mi metto nel gruppo) sono tentate dallo scrivere che il cielo è blu, che la risata dei bambini è rinfrancante, che stendersi su un prato è bello. Quale cielo? Blu come? Il cielo sopra quale città o paese? Che bambino è? Ha tutti i denti? Cosa intendi per bello, il prato è senza cacche o lumache? Perché hai sentito il bisogno di menzionare cose vaghe? Se non sai maneggiare il vago, se non sai essere ellittico, se la tua vaghezza è semplicemente mancanza di argomenti, di parole, di precisione, salta subito all’occhio e tu non hai scritto niente.

pacchetti

Proprio ieri sera ho visto due editori in pigiama parlare dei loro libri davanti a tante persone. Dopo aver letto gli epistolari di Gramsci, Nietzsche e Baudelaire uno dei due ha detto: «un’autrice che mi ha sempre affascinato è Emily Dickinson, perché aveva il dono, pur essendo rimasta reclusa in una stanza per tutta la sua esistenza, di proiettare un’infinità dettagliata, di vedere il mondo dentro a un piccolo particolare.» Quando si percepisce il reale? Quando bisogna lasciarlo andare?

waldo


Uno scrittore sapiente non deve necessariamente descrivere in modo minuzioso ogni cosa: anche la vertigine della lista così presente in Perec è una cifra stilistica, non una soluzione universale al problema. Perec usa la lista come dimostrazione dell’indocilità del reale, in cui ci si può solo perdere affinando la vista. Mi trovo in un salotto e se fisso lo schermo sento attorno a me solo il beige della carta da parati, ma spingendo lo sguardo verso il tavolo noto per la prima volta che ha delle gambe bizzarre, unite in una colonna che poi si dipana in quattro zampe con i piedi dorati. Le zampe hanno una sottile scanalatura con una foglia in finto oro applicata sopra, sono curve. Il legno è abbastanza lucido, scuro, le venature rossastre mi fanno pensare che sia ciliegio o una cosa simile. Se fisso a lungo quelle gambe penso che potrebbero muoversi e scappare, e che il tavolo sembra un ragno. Potrei descrivere tutta la stanza, potrei descriverla nei particolari e poi riscrivere il pezzo in dieci modi diversi. È una via di scrittura, è una dichiarazione d’intenti che mi fa pensare a quando Wittgenstein diceva che la filosofia non aggiunge nulla alla realtà. La scrittura dovrebbe riuscirci? Per me questo è ancora un grande quesito, e mi sento ancora al bordo della piscina rispetto a chi nuota e scrive senza paura (il fatto che ci pensi sopra non significa che prima o poi mi tufferò, naturalmente).

lake
Si arriva all’iceberg, che non si rilegge mai abbastanza: «If a writer of prose knows enough of what he is writing about he may omit things that he knows and the reader, if the writer is writing truly enough, will have a feeling of those things as strongly as though the writer had stated them. The dignity of movement of an ice-berg is due to only one-eighth of it being above water. A writer who omits things because he does not know them only makes hollow places in his writing.»


Quindi osservare, scrivere, togliere. Non osservare, scrivere, perdersi (ci si perde consapevolmente, ci si perde fermandosi, o ci si lascia andare quando si ha veramente polso e mano). La scrittura è combattimento e felicità. Tutte queste cose, e molte altre, sono spiegate nel fondamentale Il realismo è l’impossibile di Walter Siti, su cui vorrei scrivere di più senza riuscirci, perché ha toccato una corda profondissima, lasciandomi mezza muta e molto pensosa.

ma958l-empire-des-lumieres-posters

Il realismo è l’impossibile, pagina 26: perché inventare?

«Perché, avendo a disposizione millenni di storia e decenni di cronaca, un narratore sente il bisogno di inventarsi una storia in più, una storia che non è mai accaduta ma sarebbe potuta accadere? Perché questa storia fittizia, per qualche causa oscura, è più esemplare delle storie vere, contiene più significati in un rapporto più coerente e armonioso; perché può ammaestrare e far capire cose che giacciono nell’universo personale e collettivo; perché la realtà così alterata e messa in forma è più buffa, o più tragica o più commovente di quanto la realtà nuda e cruda non sia stata mai. La narrazione fittizia ci offre un cosmo e non un caos, una realtà controllabile e finita, un facsimile di realtà commisurato a quegli dèi minori che crediamo di essere nei nostri deliri di onnipotenza. L’universo alternativo della narrazione è composto da molti meno elementi dell’universo reale; il mondo rappresentato in un racconto fittizio è sempre il frutto di una selezione

Standard