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Un piccolo ricordo

Sono al lavoro e leggo una frase. Nella frase c’è un nome che mi è familiare. Dal nome appare un viso che conosco. Non ci credo. Chiedo una conferma a chi è vicino a me sperando che mi dica che mi sono sbagliata, e chi è vicino a me mi risponde che non mi sbaglio. Che è Paolo Zanotti ad essersene andato, anche se era troppo presto.

Ho visto Paolo Zanotti una sera a Libri Come, un paio di anni fa. Lui e Vincenzo Ostuni, insieme ad altri due scrittori con i loro editor, parlavano del rapporto strano che si può creare tra chi scrive e chi consiglia. Mi sembrò una persona umile e acutissima, e già allora sapevo che è molto raro essere entrambe le cose.

Anche se quella sera mi colpì, non pensavo di aver mai letto niente di suo – tranne quella volta che da Borri Books lessi una decina di pagine del suo Bambini bonsai, di cui parlò all’incontro. Dieci pagine rubate perché non avevo soldi, lette a precipizio controllando con la coda dell’occhio che nessun commesso indispettito si avvicinasse a ricordarmi che Borri Books è una libreria, non una biblioteca. Non si legge bene così, e infatti di quelle poche pagine ricordo pochissimo.

Ricordavo lui a quell’incontro e camminando fuori dalla casa editrice, ballonzolando su via Piave e schivando tutti, mi sono venute fuori delle lacrime rabbiose perché – perdonatemi la retorica, ma era così che mi sentivo e non so altre parole per dirlo – non è giusto che la vita sia ingiusta e rapace, non è giusto che sia aggressiva e improvvisa, non è giusto che si possa morire.

E poi sul trenino che mi sballottava ho pensato che uno scrittore bravo non muore perché resta nelle sue pagine e insieme muore due volte, perché si apre il rimpianto di un messaggio che non potrà più essere espresso. E insieme pensavo che non potevo pensare questo per Paolo Zanotti se gli avevo solo rubato dieci pagine che non ricordavo, e che il mio era umano dispiacere.

A una bancarella di pordenonelegge, due anni fa, comprai best off 2005, un’antologia di racconti curata da minimum fax. La lessi nello strascico estivo lunghissimo di quell’ottobrata romana così calda e afosa. Ricollego gli episodi del libro a episodi miei: ad esempio L’idea di equilibrio di Andrea Falegnami così feroce e vero nel ricordarmi certe cose accadute troppo poco tempo prima, letto con velocità e voracità prima di entrare al mio vecchio lavoro, seduta nel cortile assolato e pieno di ghiaino regolare del MAXXI, e quelle quattro ore di lavoro successive passate a fingere di essere presente mentre tornavo col pensiero su quelle frasi.

Apro minima&moralia e leggo la prima frase ed è uno schiaffo e sono di nuovo sul tram, a ottobre e leggo di Santa Margherita di nuovo, e strizzo gli occhi di nuovo per colpa del sole e di nuovo mi trafigge la delicatezza con cui nel racconto si parla di qualcosa che ho vissuto, che ha vissuto mia madre, che nella mia famiglia è uno stigma generazionale, ma quanto posso essere pesante se voglio parlare di queste cose, e invece nel racconto c’è il mare, il primo mare e la prima estate, e le telefonate e gli incisivi lunghi e lo stomaco che s’incava, e io avevo capito subito, lo avevo capito che si parlava di questo, si parlava di quando ci si condanna alla leggerezza, e insieme mai avevo letto qualcosa su questo che fosse non leggero ma lieve, una carezza su quelle ossa malconce, quelle che ci portiamo dietro anche quando passa.

«Pizzerie e pizzerie inavvicinabili e i giardini uniscono Corte a Pescino. Ai giardini il sole è un bel guaio, fa salire la rabbia. Le mattine di primavera la gente cammina per i giardini con i cani e i bambini al guinzaglio, e io li odiavo, santa anoressia che ci fai sentire puri, alle volte compiangevo la signora di mezza età, ma i maschi li odiavo, e le signore grasse, e i ragazzi, ma sole sole sole per favore fai un po’ l’alchimia, sii cristallo e giallo e verde e immobilizzali tutti e fa’ che mi sembrino un quadro di Seurat (l’avevo pensato) – così non se ne parla più, non odio più così.
Ho fatto delle foto con Camilla, lì.»

Vorrei che la terra fosse lieve per questo scrittore almeno quanto sono stati lievi i suoi occhi e la sua mente.

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