Còre, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, nona: L’Onnipotente gettò un’occhiata

Oggi non sto tanto bene, mi sento come quando alle elementari non andavo a scuola e restavo deboluccia tutta la giornata. Ho recuperato la notte in bianco dormendo tutta la mattina, e poi ho sentito fame di comfort food per la pancia in subbuglio e per la testa annebbiata. Le verdurine bollite con il pane sono venute da sé, e poi ho preso in mano il libro che tengo in bella vista sugli scaffali, lasciando da parte I demoni e La vita agra – quando penso a tutti i classici che mi mancano mi sento felice, piccola e stupida insieme, e mi prende la vertigine della vita troppo breve per le troppe cose indispensabili da leggere, e va sempre a finire che inizio tanti libri importanti insieme, e uno vince sugli altri, e ricomincia la vertigine iniziale.

Il libro che tengo sempre in bella vista sullo scaffale è Il colombre di Dino Buzzati. C’è poco da dire: Buzzati è per me una colonna portante. È un autore infuso di sobrietà e precisione inconfondibili, creatore di quello che mi piace chiamare realismo onirico (più che magico). Se esistono molti romanzi di formazione, Il deserto dei tartari è stato per me il romanzo formativo, ovvero quello che più di tutti gli altri mi ha spinto a diventare adulta, o provare a esserlo: non scherzo quando dico che per me il mondo si divide in chi ha capito Il deserto dei tartari e chi dice che è un libro in cui non succede nulla.

Quando ero molto piccola ho iniziato a leggere Gianni Rodari, che ha accompagnato la mia infanzia rendendola felice come poche. Ricordo che chiedevo sempre a mio padre di portarmi a conoscere Rodari. Me lo immaginavo come un uomo grosso, con gli occhiali, panciuto e con una risata fragorosa – una specie di Babbo Natale in borghese. Papà non riusciva a dirmi che Rodari era morto, e così mi rispondeva sempre che un giorno ci saremmo andati di certo, a conoscerlo. Allora incalzavo chiedendogli dove abitava, e secondo lui cosa faceva tutto il giorno, se scriveva, se camminava nei parchi, se faceva anche qualcos’altro. Sotto sotto pensavo che Rodari, come mio padre e come tutti i padri del mondo, di giorno andasse a lavorare, e non so come mai lo immaginavo come un industriale.


                               

Ho visto una fotografia di Rodari per la prima volta un paio di anni fa: sono rimasta colpita da quanto fosse piccolino, con quel naso ingombrante e il sopracciglio sempre un po’ alzato. Si somigliano un po’, come tipi umani, Buzzati e Rodari: anche Dino era minuto e con i lineamenti duri, le rughe, la canappia. Solo ora, scrivendo questo brano, mi rendo conto con chiarezza che Buzzati ha continuato a raccontarmi le storie che da bambina mi narrava Rodari, e con un po’ di commozione penso che forse è per questo che Il deserto dei tartari era il libro preferito di mio padre. Buzzati non ha paura di inventare storie e di fare cose poco serie come disegnare, facendo prendere altre forme ancora alle sue idee: la sua mente corre senza briglie e affronta ogni cosa, anche l’amarezza, con una lucidità pungente. Rodari e Buzzati sono diamanti: inscalfibili, dalle mille facce, riflettono facendo splendere anche la più fioca delle luci, e se ci guardi dentro la realtà pare moltiplicata e rivoluzionata nei suoi elementi di sempre. Il colombre è una raccolta di storie in cui il mondo diventa un altro restando lo stesso: proprio come nelle Favole al telefono a Piombino piovevano confetti, nel Colombre il frate Celestino fa l’eremita in una metropoli, nel «deserto delle città fatto di moltitudini». Del resto anche Buzzati ha scritto per i ragazzi, come Rodari ha regalato ai grandi La grammatica della fantasia – anche se non credo ci sia un’età in cui sia giusto smettere di leggere Rodari, o un momento da aspettare prima di iniziare a leggere Buzzati.



Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.

“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.

E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.

Il colombre, pagina 26. Dal racconto La creazione: all’Onnipotente viene presentato il progetto dell’uomo.

Erano i disegni di un animale dall’aspetto decisamente sgradevole, se non addirittura repellente, che tuttavia colpiva per la diversità da tutto ciò che si era visto fino allora. Da una parte era raffigurato il maschio, dall’altra la femmina. Come tante altre bestie, aveva quattro arti ma, almeno a giudicare dai disegni, ne adoperava, per camminare, solo due. Di pelo non aveva che qualche ciuffo qua e là, e specialmente sopra la testa, a guisa di criniera. I due arti anteriori penzolavano ai lati in modo buffo. Il muso assomigliava a quello delle scimmie, già sottoposte con successo all’esame. La sagoma, non già fluida, armonica e compatta come gli uccelli, i pesci, i coleotteri, bensì sconnessa, goffa e in un certo modo indecisa, quasi che il disegnatore, al momento buono, si fosse sentito sfiduciato e stanco.
L’Onnipotente gettò un’occhiata. « Bello, non lo direi » osservò, addolcendo con l’amabilità del tono la durezza della sentenza « ma forse presenta qualche utilità particolare. » « Sì, o Signore » confermò il noioso. « Si tratta, modestia a parte, di una invenzione formidabile. Questo sarebbe l’uomo, e questa la donna. A parte le fattezze esteriori, che ammetto siano discutibili, io ho cercato di farli, in certo qual modo, se mi è perdonato l’ardire, a somiglianza di te, o Eccelso. Sarà, in tutto il creato, l’unico essere dotato di ragione, l’unico che potrà rendersi conto della tua esistenza, l’unico che ti saprà adorate. In tuo onore erigerà templi grandiosi e combatterà guerre sanguinosissime. »
« Ahi, ahi! Un intellettuale vuoi dire? » fece l’Onnipotente. « Dà retta a me, figliolo. Alla larga dagli intellettuali. L’universo ne è esente, per fortuna, finora. E mi auguro che resti tale fino alla consumazione dei millenni. Non nego, ragazzo, che la tua invenzione sia ingegnosa. Ma sai tu dirmi la eventuale riuscita? Dotato di qualità eccezionali, può darsi. Eppure, a giudicare dall’aspetto, mi ha l’aria che sarebbe fonte di una quantità di grane a non finire. Mi compiaccio insomma della tua bravura. Sarò anzi lieto di darti una medaglia. Ma mi sembra prudente rinunciare. Questo tipo, se appena gli dessi un po’ di corda, sarebbe capace, un giorno o l’altro, di combinarmi l’anima dei guai. No, no, lasciamo perdere. » E lo congedò con un gesto paterno.
Se ne andò, l’inventore dell’uomo, col muso lungo, fra i sorrisetti dei colleghi. A volere troppo, si finisce sempre così. E si fece avanti il progettista dei tetraonidi.

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5 thoughts on “Pagina 26, nona: L’Onnipotente gettò un’occhiata

  1. gattanna ha detto:

    anch’io, anch’io ero convinta che Gianni Rodari fosse un papà cicciotto e simpaticone, e che fosse vivo: la maestra ci aveva detto che “lo incontreremo molte volte”, e io m’ero convinta che fosse nel senso reale del termine. poi però ho conosciuto suo nipote, che abita a trieste, e ho visto quanto si assomigliano, e parlandogli mi sono tanto emozionata, anche se lui non sapeva che io sapevo di chi era nipote. bellissime le tue pagine 26, ventiseibarrato-che-non-sei-altro 😉

  2. Pingback: La verità, vi prego, sull’editoria | Gattannavedelontano

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