Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, ottava: O Brother, where art thou?

Lo so, lo so: non scrivo qui quasi da un mese qui, ed è una cosa bruttissima. Per scrivere ho bisogno di tempo e rilassatezza, lo prendo sempre come un atto piuttosto giocoso, anche se poi può succedere che gli argomenti siano seri. In questo quasi-mese le mie giornate sono state assorbite dallo stage , mentre la sera mi fiondavo in bicicletta a casa di qualche amico per fare lunghe cene e chiacchierate. A mezzanotte, più che addormentarmi, cadevo in coma. Le cose serie in orario lavorativo, quelle allegre fuori: lo spazio per tutta l’ambiguità dello scrivere era difficile da trovare.

Ho pensato spesso a dei post da scrivere, soprattutto a pagine ventisei: la casa editrice mi sta offrendo grandi letture e la gran parte dei miei weekend è assorbita da voci nuove e vive. L’ultimo dei libri che ho rubato dagli scaffali dell’ufficio – ieri a pranzo, prima di partire per il Friuli – mi sta colpendo così tanto che la pagina a lui dedicata mi è apparsa chiara in testa stamattina, dopo il viaggio in treno di ieri pomeriggio passato a ridere da sola con gli occhi fissi sulle pagine. E mi sembra giusto che questo libro scavalchi gli altri anche perché sono a casa, con le montagne azzurrine fuori dalla finestra e la camera dei miei fratelli inzuppata di sole a due passi: il libro che mi ha tanto colpita s’intitola La famiglia Fang, parla di una famiglia assurda e di due fratelli che cercano di trovare un verso alla loro vita, e fa di me quello che hanno fatto Franny & Zooey e Il treno per il Darjeeling. Oggi ho tempo, ho bevuto l’aperitivo e sto ascoltando soul pimpante, quindi posso parlarne procedendo per gradi.

Il treno per il darjeeling parla di un control-freak che organizza un viaggio in treno per riavvicinarsi ai suoi due fratelli, a un anno dalla perdita dal padre. Il viaggio sarà un’esperienza vivida e insieme naif in cui i tre percorreranno in lungo e in largo l’India. Il control-freak, Francis Whitman, è mio fratello Luciano, che sarebbe perfettamente capace di prenotare un treno solo per noi, preparare un programma plastificato in triplice copia per ogni giornata da distribuire tutte le mattine, tenere per sé i biglietti di tutti perché si ritiene più affidabile. Io, modestie a parte, sono Adrien Brody (Peter): anche se il lutto mi ha portata ad avere dei periodi di rigidezza, ho una tendenza molto forte a prendermela con la gente più grossa di me, fare cose nocive per la salute, mettermi nei casini per vedere cosa succede. E rubo i vestiti a tutti. Jack, il minore, è Felice: taciturno ma intimamente casinaro, è emotivo e tuttocuore, e ha una una facilità invidiabile a provarci con le ragazze. Quando parla ha un che di sapienziale e insieme ingenuo, come se scendesse ogni volta dalle nuvole. Mia madre, come la madre dei fratelli Whitman, in un convento disperso tra i monti ci starebbe benissimo: quando parla del prozio che si chiuse nella Certosa di Serra San Bruno le si illuminano gli occhi in modo preoccupante, e io commento sempre “ma quei fratacci la fanno la birra, almeno?”

Un altro film a cui La famiglia Fang mi fa pensare è Little miss Sunshine: i genitori dei poveri Annie e Buster, protagonisti del libro, sono due artisti che coinvolgono i figli in performance pirotecniche atte a smuovere le coscienze addormentate della gente. Caleb e Camilla fanno fare di tutto a quelli che chiamano bambina A e bambino B: in una di queste occasioni Buster inganna il pubblico di un concorso di bellezza sfilando truccato da bambina, vince e subito dopo aver indossato la coroncina fa cadere la parrucca creando lo scompiglio generale – una scena molto simile all’indimenticabile esibizione di Olive nel film. In entrambi i casi l’atmosfera è tesa tra il disastro e la risata, un argomento altrimenti spinoso è descritto con grande acutezza e lievità – insomma, si ride bene, di pancia e di testa.

I coniugi Glass, come Caleb e Camilla, sono artisti di lungo corso; e Franny e Zooey, come Annie e Buster, sentono tutto il peso di essere figli d’arte, che può voler dire semplicemente essere figli di due scoppiati. Annie e Buster non sanno come affrontare la vita da adulti e si rifugiano nella casa dei genitori, proprio come Franny sprofondata nel divano e Zooey immerso nella vasca da bagno. Annie è diventata un’attrice che non sa se recitare a seno nudo, mentre Buster non riesce a ricominciare a scrivere dopo il fallimento del suo secondo romanzo: due destini bizzarri, un po’ come quelli di Franny, Zooey, Olive, e i fratelli Whitman, e di noi tre.

La famiglia Fang, pagina ventisei: la decisione di Annie

Una volta dentro la roulotte, con gli scuri abbassati e il rumore bianco che sibilava alla radio, Annie si sedette sul divano e chiuse gli occhi. A ogni respiro profondo, misurato, immaginò che alcune parti del suo corpo stessero lentamente diventando insensibili: prima le dita, poi le mani, i polsi, le spalle, fino a rievocare il più possibile la sensazione di essere morta. Era una vecchia tecnica della famiglia Fang, da utilizzare prima di fare qualcosa di disastroso. Immaginavi di essere morta, e quando uscivi da quella condizione, nulla, per quanto spaventoso, sembrava avere più importanza. Annie ricordò loro quattro seduti in silenzio dentro il furgone, ciascuno intento a morire e tornare alla vita: quei pochi minuti prima di spalancare le porte e irrompere con violenza nelle vite di tutti gli abitanti della zona.
Dopo mezz’ora Annie tornò nel suo corpo e si alzò in piedi. Si tolse la maglietta e si slacciò il reggiseno, lasciandolo cadere sul pavimento. Si piazzo davanti allo specchio e osservò la propria immagine mentre pronunciava le battute della scena.«Non sono l’angelo custode di mia sorella», disse, resistendo all’impulso di incrociare le braccia sul petto. Recitò l’ultima frase: «Temo non mi interessi proprio, dottor Nesbitt», e poi, sempre senza maglietta, spalancò la porta della roulotte e percorse i cinquanta metri che la separavano dal set, ignorando gli assistenti di produzione e lo staff che la fissavano mentre gli passava accanto. Trovò Freeman seduto sulla sedia da regista, ancora intento a divorare il suo panino, e gli disse: «Avanti, giriamo questa scena del cazzo». Freeman sorrise. «Questo è l’atteggiamento giusto», disse. «Usa la tua rabbia per la scena».
Immobile, nuda dalla vita in su, mentre le comparse, lo staff, il suo partner nella scena e tutti coloro che avevano a che fare col film la fissavano con gli occhi sgranati, Annie disse a se stessa che era tutta una questione di controllo. Era lei che controllava la situazione. Aveva il totale, assoluto controllo. 

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