Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Weekend wars



Questa settimana è stata così densa che non ho scritto un rigo. Quando non scrivo per un po’ mi rendo conto bene di come la scrittura abbia sempre a che vedere col coraggio, col voler fare un passo fuori, sopra la coltre, a rompere la superficie dell’acqua. Almeno per me è sempre stato questo. Respirare non è qualcosa che si sappia fare da sempre, come andare in bicicletta o fare l’amore: il meccanismo teorico è forse impresso identico nella nostra mente — così dicono i manuali di psicologia generale, e chi sono io per mettere in dubbio la blasonata disciplina che ci vuole tutti sotto sotto uguali — ma l’atto ogni volta è diverso. Una volta ho preso dei pesi non miei e me li sono legati in vita, l’acqua mi è entrata nel colletto della mezza muta presa anche lei in prestito appena ho messo il naso sotto, e da lì è stata una cosa a metà tra quello che volevo io e quello che mi chiedeva quell’enorme pozza di un blu troppo scuro, troppo inchiostro, e dentro così cristallino, com’era possibile? In quel momento ho visto di nuovo il fondo di sabbia da cui prendevo un pugnetto a otto anni per mostrare che sapevo andare in apnea, e insieme un’altra acqua mi ha mostrato i pomodori di mare e piccoli pesciolini dall’aria brutta e incattivita, che crescono rapidamente e paiono dei minuscoli scorfani. Alcuni gabbiani passavano indifferenti. La roccia era color del rame e mi tagliava i polpastrelli, ma non potevo fare a meno di appigliarmici quando non potevo più stare sott’acqua e le onde mi spingevano verso la riva che non era affatto come quella che conoscevo. Era fatta di sassi e piena di madri croate senza il reggiseno del bikini, grasse, con i loro uomini tatuati che aprivano birre e i bambini completamente nudi, biondi e neri dal sole. E poi era tutto un fumare e leggere Mishima e far scendere la pressione. Mentre risalivo sentivo il rallentamento dato dai pesi e la sensazione era spaventosa e bellissima insieme, e uno dei miei dubbi tipici è salito a galla nella mia testa: morirò per la pressione? E poi mi sono detta che non avevo bombole con me, e che per il freddo non ero scesa troppo sotto. Morirò? Mi ero data la risposta che era la mia nuova ossessione: sì. Morirò. L’avevo scoperto da poco.

Enid Antonioni


Tutte le mattine faccio mezz’ora in bicicletta per andare in casa editrice. A Spilimbergo tornare dal bar su due ruote è qualcosa che si può fare da ubriachi, dondolando sul sellino morbido e frenando solo alla fine. Si può addirittura fare lo slalom sulla linea continua nel mezzo della strada. Qui inizio sempre in salita, per arrivare alla Certosa evitando la Casilina. Poi inizia l’orchestra di clacson. Porta Maggiore mi spaventa, ma anche Piazza Fiume e il tetris di autobus e macchine fuori e dentro le corsie preferenziali non scherzano. Mi si sporcano i capelli più velocemente e se davanti a me al semaforo c’è una motocicletta sono fottuta. È bellissimo e mi sento sveglia come ai tempi della prima ora del liceo, quando a differenza degli altri io avevo già passato un’ora ad ascoltare musica e guardare il sole sorgere prima di iniziare.

Ieri sono stata a una mostra di fotografie inviate al museo sottoforma di cartolina. Ce n’era anche una del mio coinquilino, con dietro scritto “Sbagliando strada… ”
Anche io ne ho lasciata una. Ci ho disegnato una bici, e l’ho fatto male, del resto la bici è un cavallo artificiale: avete mai provato a disegnare un cavallo? Vicino ci ho scritto il reale è la cosa più difficile da rappresentare. È ancora questa la mia ossessione.


Dovrei scrivere una pagina 26 su un libro che vuole parlare di reale ma riesce a illustrare una macchietta di reale. Un libro che mi ha irritata nonostante — e a causa di — tutte le aspettative che avevo nei suoi confronti. Il libro, però, non l’ho ancora finito: la pagina a proposito arriverà presto. Nel frattempo ho venticinque anni, cifra tonda, quarto di secolo, ventisei meno uno. E ho visto Milano: che dire, è bella, strana, imparagonabile a Roma. I giorni di Roland sono stati scintillanti. Certe volte mi sento ancora come quando volevo uscire con i miei cugini più grandi e loro non mi dicevano dove andavano. Solo che ora posso unirmi, mescolarmi a loro, imparare.

Una volta Brezny mi ha detto: quando cavalchi la tigre non puoi scendere.

Annunci
Standard

2 thoughts on “Weekend wars

  1. Scelgo un post a caso, l’ultimo, per lasciarti un saluto. In realtà seguo questo blog da un sacco di tempo e da un sacco di tempo ti dico a voce quanto sei in gamba. Per come scrivi e per come sei. Ora è nero su bianco. Un abbraccio.

    • Secondo me alcuni abbracci virtuali sono come quelli fisici. Dipende dalla persona che li dispensa. I tuoi sono sempre veri.
      Un bacio, blogstar de noantri. Il rumore della pioggia a Roma è bello ma tu goditi il sole per noi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...