Còre, Matto e disperatissimo, Memorie di borgata

Oggi è il giorno

Non riesco a dire granché, a parte che è il 20 ottobre e inizia Mal di Libri.

Venitemi a trovare, saremo al Pigneto. Domani sera modero un incontro all’Hula Hoop. Per il resto del tempo riderò e girerò tantissimo.

Ho le farfalle nello stomaco.

Annunci
Standard
Berta filava, Matto e disperatissimo, Pagina 26, Rumore, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Pagina 26, settima: i Cure erano un gruppo allegro

Quando Nanni Moretti era molto giovane e aveva appena girato Ecce bombo, ovvero il capolavoro per cui ogni persona ragionevole dovrebbe dichiararsi fieramente morettiana in barba a chi tira fuori Habemus papam e la spocchia del regista, rilasciò un’intervista in cui diceva più o meno che non voleva che il suo film facesse immedesimare la gente. Che l’immedesimazione non è un valore, e anzi è una cosa il più delle volte tragicomica: te la vedi la vecchia che quando esce dal film di Bergman dice «quant’è stato emozionante, come me sò immedesimata signora mia, che sensibilità sopraffina quer regista cor nome strano»?
(Nanni Moretti, per chiarire da che parte sto, può permettersi tutta la spocchia del mondo dopo aver partorito «
faccio cose vedo gente» e «va beene, ciao» e «ma se io mi suicidassi?»)
Quello che il regista suggeriva a tutti era di dirsi le frasi in testa prima di farle uscire, e valutare l’ironia involontaria in esse contenute. Non per dire a tutti che fanno ride, ma per far capire che l’ironia è una bella arma se la riconosci, altrimenti ti si ritorce contro.


Prima di parlare di Sofia si veste sempre di nero, il primo romanzo di Paolo Cognetti per cui l’attesa è stata lunga ed emozionante, vorrei specificare che ho diversi aspetti in comune con la protagonista. Non ho la prosopopea di accollarmi il carisma naturale che Sofia emana in ogni pagina del romanzo, ma questa ragazza passa una vita per molti versi simili alla mia: padre malato, mutismo e sensazione di incomunicabilità, lutto, problemi alimentari, emarginazione volontaria. Sono tutte questioni difficili e delicate su cui sovente faccio un umorismo che può sembrare greve. Alcuni problemi non passano e quindi smettono di essere problemi, diventano parti del carattere che a volte emergono e a volte no, e diventare adulti a mio parere è capire che non puoi farli emergere con tutti, e non allo stesso modo: se lo fai diventi una macchietta e fai ridere anche se non vuoi. Certo non facevo ridere i miei amici quando ho perso cinque chili in pochi giorni, di notte sognavo la parola sottopeso e andavo a dormire privandomi della cena dopo aver pranzato con un pezzo di pane secco, ma poi le cose sono cambiate. L’anoressia serve a richiamare l’attenzione su un problema, e a rassicurarsi di poter controllare ogni cosa. In quel momento mi serviva. Allora non l’avrei mai ammesso perché speravo che il mio corpo facesse capire che avevo alle spalle cose troppo pesanti da sopportare per mangiare e altre cose drammatiche di questo tenore, ma ora che ci sono lontana posso dire che mi ha fatto capire diverse cose, a cominciare dal fatto che mangiare è giusto. Ho avuto problemi alimentari, ma d’altronde chi non.

(E poi scusate: sarà la fase storica, sarà la 40 che diventa 38 che diventa 36, sarà La solitudine dei numeri primi, ma da un po’ come ti giri vedi solo Twiggy disturbate. Con questo non voglio dire che mi stanno simpatiche le culone, dio me ne scampi da queste squadre inutili. Un bel gruppo accusato da tutti, come tutti, di spocchiosità, ha messo in un suo pezzo la frase: «anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche che si occupano di moda».)

Tutto questo enorme preambolo per dire che Sofia si veste sempre di nero non mi ha colpita come mi aspettavo, anche se con lei mi ci potevo immedesimare. Il romanzo ricrea la vita di Sofia attraverso diversi punti di vista in diversi periodi, e questo comporta che Sofia sia la protagonista, ma che insieme venga vista come di sbieco in tutto il romanzo. Questa è cosa buona e giusta, come è coinvolgente lo stile del Cognetti che non è sicuramente l’ultimo arrivato — anche se la paratassi a tutti i costi inizia ad annoiarmi. Quello che non mi ha convinto nel libro sta tutto nel mio enorme preambolo: alcune cose mi sono parse psicologismi da macchietta, come vestirsi sempre di nero, il nervoso chain-smoking, l’anoressia, recitare per prendere a prestito le vite altrui. Non ci sono storie ovvie nella misura in cui si può raccontare tutto in modo non ovvio, e in alcune parti la storia di Sofia ha una pasta genuina, vera. Forse è anche per questo che ho sentito molto forti le cadute, ad esempio nel calibrare poco la voce dei personaggi con quella dell’autore. Ho chiuso il libro pensando che dire Sofia si veste sempre di nero è come dire che i Cure sono un gruppo dark: è una frase un po’ paracula, e forse al posto di dire proprio questa si poteva fare una battuta, e usare un’arma che non si pensava di avere, cambiando le carte in tavola.

Sofia si veste sempre di nero, pagina 26: il tumore raccontato a mia figlia
In un altro ricordo Sofia è con sua madre nella vasca da bagno. È seduta alle sue spalle e le strofina la schiena con un guanto ruvido, e intanto Rossana le racconta della visita di oggi in ospedale.
«Cioè», dice Sofia, passando il sapone sul guanto per fare ancora un po’ di schiuma, «non le danno più le medicine?»
«Le medicine che le davano prima erano come un veleno», spiega Rossana. «Servivano a colpire il tumore, però intanto facevano male anche a lei. Ora che non le prende più si sente meglio.»
«Vuol dire che sta guarendo?», chiede Sofia, anche se ha capito benissimo che l’interruzione della chemioterapia vuol dire tutto il contrario. Ma a volte sfrutta i suoi otto anni per ottenere effetti come questo: vedere le spalle di sua madre irrigidirsi, le costole che si dilatano in un sospiro. È curiosa di sapere come le risponderà.
Una notte d’agosto si sveglia sotto un temporale. Non ha mai sentito piovere così forte. A Milano la sua stanza aveva i vetri doppi, un appartamento sopra la testa e un altro sotto i piedi, e anche il temporale era un rumore che si poteva chiudere fuori, come gli allarmi delle automobili e le sirene delle ambulanze. Qui invece i tuoni fanno tremare le finestre. Il vento si infila nei tubi delle grondaie producendo una specie di ululato. La casa intera sembra una barriera che basta appena, e da un momento all’altro potrebbe non bastare più.
Eppure Sofia scopre di non avere paura. Appena ci si abitua, il rumore del temporale comincia a tenerle compagnia.

Standard
Còre, Corpo, Matto e disperatissimo, Sud-est

Weekend wars



Questa settimana è stata così densa che non ho scritto un rigo. Quando non scrivo per un po’ mi rendo conto bene di come la scrittura abbia sempre a che vedere col coraggio, col voler fare un passo fuori, sopra la coltre, a rompere la superficie dell’acqua. Almeno per me è sempre stato questo. Respirare non è qualcosa che si sappia fare da sempre, come andare in bicicletta o fare l’amore: il meccanismo teorico è forse impresso identico nella nostra mente — così dicono i manuali di psicologia generale, e chi sono io per mettere in dubbio la blasonata disciplina che ci vuole tutti sotto sotto uguali — ma l’atto ogni volta è diverso. Una volta ho preso dei pesi non miei e me li sono legati in vita, l’acqua mi è entrata nel colletto della mezza muta presa anche lei in prestito appena ho messo il naso sotto, e da lì è stata una cosa a metà tra quello che volevo io e quello che mi chiedeva quell’enorme pozza di un blu troppo scuro, troppo inchiostro, e dentro così cristallino, com’era possibile? In quel momento ho visto di nuovo il fondo di sabbia da cui prendevo un pugnetto a otto anni per mostrare che sapevo andare in apnea, e insieme un’altra acqua mi ha mostrato i pomodori di mare e piccoli pesciolini dall’aria brutta e incattivita, che crescono rapidamente e paiono dei minuscoli scorfani. Alcuni gabbiani passavano indifferenti. La roccia era color del rame e mi tagliava i polpastrelli, ma non potevo fare a meno di appigliarmici quando non potevo più stare sott’acqua e le onde mi spingevano verso la riva che non era affatto come quella che conoscevo. Era fatta di sassi e piena di madri croate senza il reggiseno del bikini, grasse, con i loro uomini tatuati che aprivano birre e i bambini completamente nudi, biondi e neri dal sole. E poi era tutto un fumare e leggere Mishima e far scendere la pressione. Mentre risalivo sentivo il rallentamento dato dai pesi e la sensazione era spaventosa e bellissima insieme, e uno dei miei dubbi tipici è salito a galla nella mia testa: morirò per la pressione? E poi mi sono detta che non avevo bombole con me, e che per il freddo non ero scesa troppo sotto. Morirò? Mi ero data la risposta che era la mia nuova ossessione: sì. Morirò. L’avevo scoperto da poco.

Enid Antonioni


Tutte le mattine faccio mezz’ora in bicicletta per andare in casa editrice. A Spilimbergo tornare dal bar su due ruote è qualcosa che si può fare da ubriachi, dondolando sul sellino morbido e frenando solo alla fine. Si può addirittura fare lo slalom sulla linea continua nel mezzo della strada. Qui inizio sempre in salita, per arrivare alla Certosa evitando la Casilina. Poi inizia l’orchestra di clacson. Porta Maggiore mi spaventa, ma anche Piazza Fiume e il tetris di autobus e macchine fuori e dentro le corsie preferenziali non scherzano. Mi si sporcano i capelli più velocemente e se davanti a me al semaforo c’è una motocicletta sono fottuta. È bellissimo e mi sento sveglia come ai tempi della prima ora del liceo, quando a differenza degli altri io avevo già passato un’ora ad ascoltare musica e guardare il sole sorgere prima di iniziare.

Ieri sono stata a una mostra di fotografie inviate al museo sottoforma di cartolina. Ce n’era anche una del mio coinquilino, con dietro scritto “Sbagliando strada… ”
Anche io ne ho lasciata una. Ci ho disegnato una bici, e l’ho fatto male, del resto la bici è un cavallo artificiale: avete mai provato a disegnare un cavallo? Vicino ci ho scritto il reale è la cosa più difficile da rappresentare. È ancora questa la mia ossessione.


Dovrei scrivere una pagina 26 su un libro che vuole parlare di reale ma riesce a illustrare una macchietta di reale. Un libro che mi ha irritata nonostante — e a causa di — tutte le aspettative che avevo nei suoi confronti. Il libro, però, non l’ho ancora finito: la pagina a proposito arriverà presto. Nel frattempo ho venticinque anni, cifra tonda, quarto di secolo, ventisei meno uno. E ho visto Milano: che dire, è bella, strana, imparagonabile a Roma. I giorni di Roland sono stati scintillanti. Certe volte mi sento ancora come quando volevo uscire con i miei cugini più grandi e loro non mi dicevano dove andavano. Solo che ora posso unirmi, mescolarmi a loro, imparare.

Una volta Brezny mi ha detto: quando cavalchi la tigre non puoi scendere.

Standard