Altrove, Matto e disperatissimo, Sud-est

Téééc



Sembra che non potrò dire  «Sono stata un quarto di secolo senza vedere Milano» come pensavo: oggi ci vado, per Roland, e ho pensato che sarebbe bello trovare un incontro così in ogni città in cui non sono mai stata e che in questo settembre ho infilato due weekend letterario-editoriali trovando amici miei romani e conoscendo persone nuove e belle in altri posti e altri spazi, e ciò mi garba molto, e che se fosse per me andrei avanti a feste così, che mi sembrano qualcosa a metà tra le gite delle superiori e le uscite con gli amici di quando sei un po’ più grande.



Non so come sarà la città e mi emoziona molto l’idea di vederla per la prima volta. L’ho sempre immaginata come il doppio di Roma, con alcune caratteristiche simili e altre opposte: gigante, tentacolare, ma ordinata e precisa. Con un’ironia molto diversa dalla caciaronaggine romana, una specie di wit, un’acutezza. E poi i Navigli sono un grande mistero per me. Mi chiedo come saranno e se è vero che alcuni si sono prosciugati, se si sono ridotti a rigagnoli o se conservano ancora una loro forza. Prevedibilmente i canali d’acqua restano il massimo punto d’interesse che una città può avere per me, infatti qui a Roma mi piace un posto che ha una terrazza da cui si vede l’Aniene, più modesto e umano del Tevere (e poi mi fa pensare a Guzzanti).

Un paio di sere fa bevevo con un gruppo di amici romani e uno m’ha detto «Non sei mai stata a Milano. Embè? Manco io. Che je devo dì ai milanesi? Ciao brutti?» e ho pensato alla silenziosa querelle sulla vera capitale italiana, e che i romani hanno un senso della superiorità misto a menefreghismo inconfondibile — lo dico perché mio padre era il primo a fare battute sulla bellezza indiscutibile della capitale (quando gli dicevo, da bambina, che Roma puzzava ed era grigia e non mi piaceva andare a trovare la nonna lui rispondeva sempre che il contrario di Roma è Amor, tutte le strade portano a Roma, Roma caput mundi, eccetera). I romani sono stanziali. La maggior parte di loro non lascerebbe mai questo posto, anche se si lamentano del traffico e della vita passata sui mezzi pubblici: è solo un vezzo, ogni romano è sotto sotto convinto di stare da re nella sua città. Un po’ come molti milanesi che ho conosciuto hanno esordito dicendomi «È brutta, ma non tanto quanto dicono. Si può stare bene a Milano. Non è così grigia come tutti pensano.» Forse è la città grande a fare questo effetto, ma da campagnola che ha passato anni a lamentarsi delle verdi colline friulane per poi sognare le scampagnate in bicicletta e i bicchieri di vino a ottanta centesimi penso che sia semplicemente normale per tutti trovare qualcosa di cui lamentarsi. A Venezia mi è capitato di pensare «Darei un braccio adesso per prendere un autobus e risparmiarmi questa camminata.» Tutto questo per dire che forse nessuno ha una casa, se per casa s’intende il posto dove stare del tutto a proprio agio, e questo va bene, per dirla alla romana è giusto avere il pepe al culo, è qualcosa di vitale. Avere il pepe al culo. Questa la metto nelle Metafore lombrosiane.

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2 thoughts on “Téééc

  1. Roma puzza di piscio e catrame. È la città più fetida che abbia mai sentito.
    Milano mi piace. Il provincialismo campanilista romano non si sopporta.
    Nonostante ciò, vivo a Roma senza lamentarmi più del dovuto. In fondo, è il compromesso migliore tra clima, opportunità e bellezza.

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