Còre, Matto e disperatissimo, Sud-est

What I’m about to offer isn’t really a short story at all but a sort of prose home movie


Ieri ho avuto una bella notizia. Una bella notizia che mi porterà, se tutto va bene, a stare in un posto dove si fanno libri per tre mesi a partire dalla settimana prossima. In tutto quest’anno passato su un rollercoaster, la cosa che più mi è mancata è stare dentro a una casa editrice, dentro fisicamente. Vedere come diverse persone orchestrino il lavoro per arrivare a un libro finito, vederlo con i miei occhi, ché teoricamente lo so bene quanto conosco le mansioni, i tempi, e conosco persone che fanno tutti i compiti che una casa editrice richiede. Si tratterà di un’esperienza che peserà sul mio curriculum e mi farà le ossa forti per poi dire «Eccomi, ho fatto tante cose varie, e sono anche stata dentro a una casa editrice, ora prendetemi.» Si tratterà di un passetto in più, spero quello definitivo, per pormi come adulta in questo mondo di persone poco più grandi di me con diversi anni d’esperienza in più di me. Questa cosa di essere troppo giovane è il mio stigma da quando avevo quindici anni e frequentavo i venticinquenni che ora sono la mia compagnia di trentacinquenni, e mia madre mi chiedeva i cognomi dei miei amici, e che lavori facessero, per evitare di chiedermi precisamente perché girassi con loro e non con i miei compagni di classe. Stigmate ben peggiori possono essere trasformate in una forza, e questo caso in particolare si presta bene alla conversione.

Il weekend l’ho passato a Pordenonelegge, dove ho conosciuto persone nuove e ho visto incontri interessanti e ho pensato che la forma del mio amore si basa sempre e solo sulla lettura matta e incessante, e anche la sfilettatura del testo come fosse un pesce da rendere morbido e senza spine. Ho anche spiegato a mia madre cosa voglia dire editor: è stato divertente.

Ieri mentre camminavo ho ripensato a una cosa che avevo scritto anni fa, nei momenti più bui della mia vita. Avevo scritto che non esiste un senso generale alle cose, ed è giusto così. Ognuno prende la via che meglio crede: è chi prende la via che non gli si attaglia ad aver perso davvero il senso. Ci sono persone che decidono di guardare le stelle ed altre che curano i malati, persone che mettono in pratica la legge e altre che la stabiliscono. L’avevo pensato dopo aver visto una bottiglia con sopra scritto AIACE, e avevo pensato alla morte di Aiace e ai personaggi mitici. Perché Aiace si uccide? Perché anche dal suo sangue nasce un fiore? Perché questa storia continua ad essere tramandata fino ad oggi? Poco dopo aver visto quella bottiglia avevo parlato con un mio amico che fa il veterinario, ed ero tornata a casa ancora più confusa. Curare gli animali. Non capivo.

Tutto era sotto ai miei occhi, come sempre: e sotto ai miei occhi c’ero io a quattro anni che aprivo i giornali e recitavo ad alta voce notizie e oroscopi inventati, e mi facevo regalare i fumetti prima di imparare a leggere, e correggevo chi si confondeva nel raccontarmi le fiabe. Sotto ai miei occhi c’era il libro che a lungo ho detto essere il mio preferito e che anche ora definirei così, anche se ce ne sono moltissimi altri che ho amato almeno quanto questo, e anche se per molti il miglior libro di Salinger sono i Nove racconti (chissenefrega delle moltitudini). Franny and Zooey è stata la cura più grande, il libro-vita che ho incontrato in quei mesi nerissimi e che ha toccato le corde che in me parevano spezzate, per riallacciarle e accordarle di nuovo. Il libro-vita che ieri pomeriggio, mentre camminavo, mi ha fatto vedere di nuovo il cerchio che si chiudeva: il cerchio che mostrava con chiarezza come la mia vita stia prendendo una forma coerente alla me di quattro anni, e questa è la felicità, questo è il senso, per me.

«In my opinion, if you really want to know, half the nastiness in the world is stirred up by people who aren’t using their true egos. Take your Professor Tupper. From what you say about him, anyway, I’d lay almost any odds that this thing he’s using, the thing you think is his ego, isn’t his ego at all but some other, much dirtier, much less basic faculty. My God, you’ve been around schools long enough to know the score. Scratch an incompetent schoolteacher — or, for that matter, college professor — and half the time you find a displaced first-class automobile mechanic or a goddam stonemason. Take LeSage, for instance — my friend, my employer, my Rose of Madison Avenue. You think it was his ego that got him into television? Like hell it was! He has no ego any more — if ever he had one. He’s split it up into hobbies. He has at least three hobbies that I know of — and they all have to do with a big, ten-thousand-dollar workroom in his basement, full of power tools an vises and God knows what else. Nobody who’s really using his ego, his real ego, has any time for any goddam hobbies.»

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