Berta filava, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, quinta: tu stare male non sai cosa vuol dire

«E, dimmi, hai passato tutto questo… Da sola?»
«Ma io non sono sola. C’è la mia famiglia, le persone vicino a me.»
«No, intendo… Non sei mai andata da qualcuno? Non ti sei mai fatta aiutare da qualcuno?»
«Mi stai chiedendo se sono andata in analisi? »
«Eh… sai, è che penso che in un momento così terribile… sì.»
«No, non ci sono mai andata. Il mio problema, se ne vogliamo trovare uno, è che le persone muoiono. Non penso che un analista mi possa dire che non è così.»
«Ma se soffochi quello che senti potresti un giorno pagarne le conseguenze, un po’ come una persona che si ferisce a un piede, trascura la cosa e anni dopo si trova ad avere la schiena storta.»
«Non ci si deve curare dal dolore. Il dubbio non è una cosa sbagliata. Nessuno mi può togliere il lutto, nessuno mi può togliere il dolore, ed è giusto così. Perché dovrei avere la schiena dritta? Non m’interessa avere la schiena dritta o curarmi il piede se a farlo è qualcun altro. Avrò la schiena storta che la mia vita mi ha dato se non riuscirò a raddrizzarla con le mie azioni e i miei pensieri. E quelli di chi mi è vicino davvero.»

Il tempo non è lineare, l’evoluzione è un concetto frainteso. Con il tempo ho iniziato a comportarmi come la macchietta addolorata che gli altri si aspettavano. Se prima ero più forte – scorticata dagli eventi ma forte nel sapere, nel sentire, la fortuna che avevo avuto – poi ho perso di vista mio padre come persona, la mia famiglia come persone, e per un periodo ho messo una coperta nera su tutto. Se prima rifiutavo l’idea di trauma, per un po’ tutto ha ruotato attorno al trauma. Soprattutto la scrittura. Scrivevo solo della morte di mio padre. E scrivevo male. Ma nessuno si sentiva in grado di dirmelo: ero traumatizzata!

Quodlibet è la casa editrice di cui mi fido sempre, in ogni caso. Il primo libro loro a diventare anche mio è stato Un artista del digiuno di Kafka, un libro così incredibile che ne ho parlato anche a proposito di altri libri, perché ogni capolavoro è un sasso gettato in uno stagno. Poi ne sono arrivati tanti altri, fino a Senza trauma, che ho finito di leggere stamattina e il cui titolo per me era stato un campanello, una freccia. Un saggio sulla scrittura dell’estremo, la necessità di trauma a tutti i costi, che si declina in due tendenze: la letteratura di genere, in cui il narratore è ipertrofico e conosce i meccanismi intimi di un mondo marcio; e l’autofiction, in cui il narratore non si capacita del senso delle cose più semplici attorno a lui. In entrambi i casi c’è stato uno scoppio, uno sconvolgimento, un trauma: anche solo quello dell’esistenza. Ma come fa un trauma ad essere diffuso?

Questo saggio è prezioso perché non ha un atteggiamento valoriale rispetto alle numerose opere affrontate: in questo, secondo lo stesso Daniele Giglioli che ho iniziato a leggere e apprezzare su «La lettura», non si tratta di critica letteraria in senso stretto. L’idea di fondo è la comprensione di una tendenza non tanto letteraria, quanto esistenziale, che permea anche la forma del romanzo oggi. Da un lato Scurati, Genna, Ammaniti; dall’altro Saviano, Siti, Moresco: autori con stili, generi, argomenti diversi, tutti accomunati dall’idea di una sconfitta iniziale, uno scossone come big bang dell’esperienza e della narrazione, un trauma senza il quale l’esistenza non può svolgersi.

Penso sia auspicabile, per l’umanità, esercitarsi a collegare la parola “trauma” all’immagine di un ginocchio sbucciato.

Senza trauma, pagina 26: letteratura di genere VS autofiction

Le strategie possono essere molteplici, a volte implicite, non sempre necessariamente consapevoli. Ne seguiremo due, in apparenza opposte, in realtà complementari. Partono entrambe dallo stesso presupposto: né la realtà inservibile né il Reale indicibile possono essere guardati in faccia, come il sole e la morte di La Rochefoucauld. È necessaria una tattica di aggiramento, una sorta di manovra a tenaglia. Da una parte il recupero della letteratura cosiddetta “di genere”: giallo, noir, fantascienza, romanzo storico, e le loro mescolanze. Dall’altra la nebulosa dai contorni incerti che viene ormai comunemente denominata autofinzione (e le forme miste, ibride, a essa affini come il memoir, il reportage d’autore, il saggio a dominante narrativa).
Perché queste forme e non altre? Intanto perché la grande fortuna editoriale di cui godono indica che rispondono a un bisogno diffuso, profondo e condiviso. E poi perché nell’immagine dell’una si possono cogliere con esattezza speculare i tratti fisiognomici dell’altra. Nascono gemelle. L’assunto da cui muovono è il medesimo: la difficile rappresentabilità dell’esperienza. Il “genere” risponde accettando frontalmente la sfida di calarsi nella finzionalità più scoperta: ne espone i contrassegni, ne rivendica la struttura formulaica, ne espone orgogliosamente la struttura e la tematica stereotipa. L’autofinzione incunea invece una pretesa di autenticità (il nome proprio dell’autore come protagonista e responsabile delle vicende e dei pensieri narrati) all’interno di una compagine testuale che rivendica però il diritto all’invenzione. La realtà è autenticata dal nome proprio; il nome proprio è travisato dalla fiction; la fiction destituisce la realtà.
La stessa frontiera è attraversata in senso inverso. I romanzi di genere che prenderemo in esame ambiscono a proporsi, sotto il velo della finzione, come una vera e propria contro storia dell’Italia contemporanea, raccontata attraverso il ricorso sistematico a quella tematica del segreto, del mistero, del tradimento e del retroscena che è il primo articolo in carta costituzionale della narrativa di genere. La fiction pretende di svelare una verità che i metodi di conoscenza ad essa ordinariamente applicati (storia, sociologia, filosofia, riflessione politica) non riescono ad afferrare. L’autofinzione segue la via opposta. All’interno della vita vera del suo autore, introduce quell’instabilità categoriale che si determina quando il nesso tra realtà e finzione si fa evanescente, nella convinzione che quel nesso è già a tal punto intaccato nella vita reale da poter essere colto solo attraverso una sorta di magia omeopatica.

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