Matto e disperatissimo, Pagina 26

Pagina 26, quarta: La vita istruzioni per l’uso

Quando sono rientrata nella mia casa a Roma i soffitti mi parevano più bassi, e in corridoio ho trovato una fila di strumenti musicali appesi al muro. Una minuscola chitarra a doppie corde (charango), un tamburello senza i sonagli, un flauto dolce nero con l’imboccatura avorio e uno zufolo di plastica con gli stessi colori. Gli strumenti sovrastano una libreria bianca che mio cugino Felice ha progettato e costruito usando del compensato che ha ridotto a mensole strette e della vernice bianca. Lo stendino bianco e rosso è richiuso su sé stesso e appoggiato al muro del corridoio. Sono entrata nella stanza di Felice, che è anche un salotto e una camera degli ospiti, ma muterà la sua natura oggi: arriverà un nuovo coinquilino nel pomeriggio e si installerà in questa stanza del prete. La stanza è prevedibilmente molto variata da come la ricordavo. Il divano letto è aperto e preparato, oltre alla scrivania bianca nell’angolo c’è un altro tavolo lungo e pesante non montato con una divella poggiata sul pianale. Un quadro astratto blu e rosso dipinto con la cementite che quando sono arrivata in questa casa era appeso in camera mia ora troneggia sopra al divano-letto – io l’avevo nascosto nello sgabuzzino perché mi angosciava, ho scoperto poi da Felice che l’ha dipinto una sua amica poco dopo aver avuto un aborto spontaneo. L’appendiabiti lungo e di metallo sostitutivo dell’armadio è vuoto, tutti i vestiti sono piegati in scatoloni con gli indirizzi dei proprietari scritti sopra a pennarello. E poi altri scatoloni ancora aperti, pieni di libri e oggetti misteriosi: un manichino di ceramica rosa rotto con dei cerotti di scotch da pacchi appiccicati sopra, delle bombolette di vernice spray dai colori sgargianti, dei rotoli di carta sbiancata con la varechina a grandezza poster, parti di strumenti musicali e di mobili da costruire.Per percorrere tutta la stanza fino alla finestra da chiudere avrei dovuto contorcermi nel labirinto, ho preferito fermarmi vicino al primo scatolone pieno di libri. Il primo che ho preso in mano è un libro che rincorro da anni. La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec.

Raymond Queneau per me è uno zio burlone e gentile, di quelli che all’improvviso tirano fuori di tasca un rompicapo, ti ci lasciano armeggiare un po’ dandoti bonariamente qualche suggerimento e poi, quando ti arrendi, lo risolvono in quattro e quattr’otto con un risolino. Senza aver incontrato Calvino non avrei incontrato Queneau, senza aver incontrato Queneau non avrei incontrato Wittgenstein, senza aver incontrato Calvino non avrei incontrato Primo Levi, senza aver incontrato Queneau non avrei saputo chi fosse Perec, non avrei studiato qualcuno dei rompicapo matematici dell’Oulipo con ammirazione infinita. Non esistono percorsi battuti perché le bussole sono diverse per ognuno e per i momenti di ognuno, ma esistono gruppi, pesone, affinità che superano ognuno e i momenti di ognuno. Man mano che cresco mi accorgo di come l’infinità del mondo non sia una questione concettuale quanto un insieme sconfinato di particolari, ognuno vale una descrizione, un’immersione, un racconto che tradisce lo sguardo di chi parla senza indugiare in questioni retoriche o sentimentalistiche. È da queste descrizioni immersioni racconti che emerge la peculiarità del narratore e la sua vicinanza con altre persone. Trovo che l’osservazione stralunata e indefessa della realtà che costituisce la filosofia di Wittgenstein abbia molto in comune con il tentativo di ammaestramento della realtà che Perec compie in La vita istruzioni per l’uso, quello che Calvino definì un iper-romanzo in cui, muovendosi come il cavallo degli scacchi, il narratore tesse un enigma simile ai puzzle di legno – non quelli di cartone, fabbricati in serie e senza un vero mistero, ma quelli artigianali, in cui non è solo l’incastro dei pezzi a creare problema ma anche le immagini che i pezzi evocano, che sono ambigue e inducono in confusione. In una prefazione di un’eleganza e una maestria vertiginose (solo un assaggio di ciò che verrà dopo), Perec spiega il ruolo dell’autore che crea enigmi come di un burattinaio che prima ancora è stato burattino, lo scrittore che per costruire meglio la trappola narrativa vive nei panni del lettore che si disorienta nelle parole. La vita istruzioni per l’uso parla di novantanove appartamenti su cento di uno stabile parigino, è costruito su liste e regole da stanare, è dedicato a Raymond Queneau.

Georges Perec era l’Oulipo. Rappresentava, in quel gruppo di acrobati delle parole in cui rientrava anche Calvino, quello capace di salire sull’ala dell’aereo e farci sopra un salto mortale mentre si volava. Perec era la spina dorsale dell’Oulipo, quello che come niente scriveva un libro senza le e e poi un libro-specchio senza tutte le vocali che non fossero e. Quello che stufo di si non sedes is scriveva 9691, il più lungo palindromo della storia (cinquemila lettere, leggete e sbalordite); e che per La vita istruzioni per l’uso aveva soddisfatto la voglia di «scrivere un libro che si divora stando comodamente a letto». Georges Perec dalla breve vita tragica e dal viso sempre aperto e inconfondibile, uno che a prima vista poteva sembrare direttore di un circo, scienziato, inventore, etologo, antropologo, matematico – e infatti era un po’ tutte queste cose.

Uno a volte va a pensare che un romanzo sia la cassa di risonanza della sensibilità dello scrittore, e questo è vero se si adattano i contorni del termine sensibilità a ogni caso, e se si capisce che per alcuni sensibilità è parlare di sensazioni, emozioni, stati interni; per altri sensibilità è chiedersi cosa siano questi stati interni e perché li definiamo interni e pensare che siamo forse come una scatola con dentro un coleottero a cui diamo il nome dolore; per altri ancora invece gli stati interni sono nebulizzati nel mondo intorno a noi, non esistono senza il mondo che è un quadro dai dettagli infiniti che vale la pena narrare anche se il motivo non è del tutto chiaro, perché è proprio questo smarrimento in una foresta di simboli il fondale della nostra esperienza quotidiana, senza la quale non sussisterebbe il nostro supposto dentro.
È in questo che Perec mi fa pensare alla Primavera di Botticelli, in cui ogni figura porta con sé altri significati e ogni particolare è dipinto al millimetro, sovvertendo il modo in cui il nostro occhio guarda e imponendogli dettagli su cui soffermarsi dopo aver colto un insieme solo apparentemente chiaro.

La vita istruzioni per l’uso, pagina 26: Capitolo VI, Camere di servizio, 1

È una camera di servizio al settimo, a sinistra di quella occupata, proprio in fondo al corridoio, dal vecchio pittore Valène. La camera dipende dal grande appartamento del secondo a destra, quello in cui abita la signora de Beaumont, la vedova dell’archeologo, con le due nipoti; Anne e Béatrice Breidel. Béatrice, la minore, ha diciassette anni. Allieva dotata, e anzi brillante, prepara il corso d’ammissione all’École Normale Supérieure di Sèvres. Ha avuto il permesso, sua nonna è severa, se non di abitare, almeno di venire a studiare in questa camera indipendente.
Ci sono formelle rosse sul pavimento e sui muri la carta da parati figura varie specie di arbusti. Malgrado l’esiguità della stanzetta, Béatrice vi riceve cinque compagne di scuola. Lei stessa è seduta accanto al tavolo da lavoro sopra una sedia con lo schienale alto e i piedi scolpiti a zampa di montone; indossa una gonna con bretelle e un corpetto rosso dai polsini leggermente a sbuffo; porta sul polso destro un braccialetto d’argento e tiene fra il pollice e l’indice della mano sinistra una lunga sigaretta che guarda consumare.
Una delle compagne, con un lungo mantello di lino bianco, è in piedi contro la porta e sembra esaminare attentamente una pianta del metrò parigino. Le altre quattro, uniformemente vestite di jeans e camicia a righe, sono sedute per terra, intorno a un servizio da tè posato sopra un vassoio, accanto a una lampada il cui piede è formato da una botticella com’è presumibile ne portassero i sanbernardo. Una delle ragazze versa il tè. Un’altra apre una scatola di formaggini a cubo. La terza legge un romanzo di Thomas Hardy sulla copertina del quale si vede un personaggio barbuto, seduto in una barca in mezzo a un fiume, pescare con la lenza, mentre sull’argine un cavaliere in armatura sembra chiamarlo a gran voce. La quarta guarda con l’aria più indifferente del mondo un’incisione raffigurante un vescovo chino sopra una tavola sulla quale è posato uno di quei giochi chiamati “solitari”. Fatto di un’assicella di legno, la cui forma trapezoidale ricoda alquanto quella di un pressaracchette, nella quale sono scavate venticinque buche disposte a losanga, atte a ricevere eventuali bilie che in questo caso sono delle perle notevolmente grosse posate accanto all’assicella, a destra, sopra un piccolo cuscino di seta nera. L’incisione che imita chiaramente il celebre quadro di Bosch intitolato Il giocoliere, conservato nel museo principale di Saint-Germain-en-Laye, porta un titolo ameno – anche se apparentemente poco significativo – vergato in caratteri gotici

Chi beve mangiando la zuppa
quando muore non vede una cicca

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2 thoughts on “Pagina 26, quarta: La vita istruzioni per l’uso

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