Altrove, Matto e disperatissimo, Sud-est

Téééc



Sembra che non potrò dire  «Sono stata un quarto di secolo senza vedere Milano» come pensavo: oggi ci vado, per Roland, e ho pensato che sarebbe bello trovare un incontro così in ogni città in cui non sono mai stata e che in questo settembre ho infilato due weekend letterario-editoriali trovando amici miei romani e conoscendo persone nuove e belle in altri posti e altri spazi, e ciò mi garba molto, e che se fosse per me andrei avanti a feste così, che mi sembrano qualcosa a metà tra le gite delle superiori e le uscite con gli amici di quando sei un po’ più grande.



Non so come sarà la città e mi emoziona molto l’idea di vederla per la prima volta. L’ho sempre immaginata come il doppio di Roma, con alcune caratteristiche simili e altre opposte: gigante, tentacolare, ma ordinata e precisa. Con un’ironia molto diversa dalla caciaronaggine romana, una specie di wit, un’acutezza. E poi i Navigli sono un grande mistero per me. Mi chiedo come saranno e se è vero che alcuni si sono prosciugati, se si sono ridotti a rigagnoli o se conservano ancora una loro forza. Prevedibilmente i canali d’acqua restano il massimo punto d’interesse che una città può avere per me, infatti qui a Roma mi piace un posto che ha una terrazza da cui si vede l’Aniene, più modesto e umano del Tevere (e poi mi fa pensare a Guzzanti).

Un paio di sere fa bevevo con un gruppo di amici romani e uno m’ha detto «Non sei mai stata a Milano. Embè? Manco io. Che je devo dì ai milanesi? Ciao brutti?» e ho pensato alla silenziosa querelle sulla vera capitale italiana, e che i romani hanno un senso della superiorità misto a menefreghismo inconfondibile — lo dico perché mio padre era il primo a fare battute sulla bellezza indiscutibile della capitale (quando gli dicevo, da bambina, che Roma puzzava ed era grigia e non mi piaceva andare a trovare la nonna lui rispondeva sempre che il contrario di Roma è Amor, tutte le strade portano a Roma, Roma caput mundi, eccetera). I romani sono stanziali. La maggior parte di loro non lascerebbe mai questo posto, anche se si lamentano del traffico e della vita passata sui mezzi pubblici: è solo un vezzo, ogni romano è sotto sotto convinto di stare da re nella sua città. Un po’ come molti milanesi che ho conosciuto hanno esordito dicendomi «È brutta, ma non tanto quanto dicono. Si può stare bene a Milano. Non è così grigia come tutti pensano.» Forse è la città grande a fare questo effetto, ma da campagnola che ha passato anni a lamentarsi delle verdi colline friulane per poi sognare le scampagnate in bicicletta e i bicchieri di vino a ottanta centesimi penso che sia semplicemente normale per tutti trovare qualcosa di cui lamentarsi. A Venezia mi è capitato di pensare «Darei un braccio adesso per prendere un autobus e risparmiarmi questa camminata.» Tutto questo per dire che forse nessuno ha una casa, se per casa s’intende il posto dove stare del tutto a proprio agio, e questo va bene, per dirla alla romana è giusto avere il pepe al culo, è qualcosa di vitale. Avere il pepe al culo. Questa la metto nelle Metafore lombrosiane.

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Còre, Matto e disperatissimo, Sud-est

What I’m about to offer isn’t really a short story at all but a sort of prose home movie


Ieri ho avuto una bella notizia. Una bella notizia che mi porterà, se tutto va bene, a stare in un posto dove si fanno libri per tre mesi a partire dalla settimana prossima. In tutto quest’anno passato su un rollercoaster, la cosa che più mi è mancata è stare dentro a una casa editrice, dentro fisicamente. Vedere come diverse persone orchestrino il lavoro per arrivare a un libro finito, vederlo con i miei occhi, ché teoricamente lo so bene quanto conosco le mansioni, i tempi, e conosco persone che fanno tutti i compiti che una casa editrice richiede. Si tratterà di un’esperienza che peserà sul mio curriculum e mi farà le ossa forti per poi dire «Eccomi, ho fatto tante cose varie, e sono anche stata dentro a una casa editrice, ora prendetemi.» Si tratterà di un passetto in più, spero quello definitivo, per pormi come adulta in questo mondo di persone poco più grandi di me con diversi anni d’esperienza in più di me. Questa cosa di essere troppo giovane è il mio stigma da quando avevo quindici anni e frequentavo i venticinquenni che ora sono la mia compagnia di trentacinquenni, e mia madre mi chiedeva i cognomi dei miei amici, e che lavori facessero, per evitare di chiedermi precisamente perché girassi con loro e non con i miei compagni di classe. Stigmate ben peggiori possono essere trasformate in una forza, e questo caso in particolare si presta bene alla conversione.

Il weekend l’ho passato a Pordenonelegge, dove ho conosciuto persone nuove e ho visto incontri interessanti e ho pensato che la forma del mio amore si basa sempre e solo sulla lettura matta e incessante, e anche la sfilettatura del testo come fosse un pesce da rendere morbido e senza spine. Ho anche spiegato a mia madre cosa voglia dire editor: è stato divertente.

Ieri mentre camminavo ho ripensato a una cosa che avevo scritto anni fa, nei momenti più bui della mia vita. Avevo scritto che non esiste un senso generale alle cose, ed è giusto così. Ognuno prende la via che meglio crede: è chi prende la via che non gli si attaglia ad aver perso davvero il senso. Ci sono persone che decidono di guardare le stelle ed altre che curano i malati, persone che mettono in pratica la legge e altre che la stabiliscono. L’avevo pensato dopo aver visto una bottiglia con sopra scritto AIACE, e avevo pensato alla morte di Aiace e ai personaggi mitici. Perché Aiace si uccide? Perché anche dal suo sangue nasce un fiore? Perché questa storia continua ad essere tramandata fino ad oggi? Poco dopo aver visto quella bottiglia avevo parlato con un mio amico che fa il veterinario, ed ero tornata a casa ancora più confusa. Curare gli animali. Non capivo.

Tutto era sotto ai miei occhi, come sempre: e sotto ai miei occhi c’ero io a quattro anni che aprivo i giornali e recitavo ad alta voce notizie e oroscopi inventati, e mi facevo regalare i fumetti prima di imparare a leggere, e correggevo chi si confondeva nel raccontarmi le fiabe. Sotto ai miei occhi c’era il libro che a lungo ho detto essere il mio preferito e che anche ora definirei così, anche se ce ne sono moltissimi altri che ho amato almeno quanto questo, e anche se per molti il miglior libro di Salinger sono i Nove racconti (chissenefrega delle moltitudini). Franny and Zooey è stata la cura più grande, il libro-vita che ho incontrato in quei mesi nerissimi e che ha toccato le corde che in me parevano spezzate, per riallacciarle e accordarle di nuovo. Il libro-vita che ieri pomeriggio, mentre camminavo, mi ha fatto vedere di nuovo il cerchio che si chiudeva: il cerchio che mostrava con chiarezza come la mia vita stia prendendo una forma coerente alla me di quattro anni, e questa è la felicità, questo è il senso, per me.

«In my opinion, if you really want to know, half the nastiness in the world is stirred up by people who aren’t using their true egos. Take your Professor Tupper. From what you say about him, anyway, I’d lay almost any odds that this thing he’s using, the thing you think is his ego, isn’t his ego at all but some other, much dirtier, much less basic faculty. My God, you’ve been around schools long enough to know the score. Scratch an incompetent schoolteacher — or, for that matter, college professor — and half the time you find a displaced first-class automobile mechanic or a goddam stonemason. Take LeSage, for instance — my friend, my employer, my Rose of Madison Avenue. You think it was his ego that got him into television? Like hell it was! He has no ego any more — if ever he had one. He’s split it up into hobbies. He has at least three hobbies that I know of — and they all have to do with a big, ten-thousand-dollar workroom in his basement, full of power tools an vises and God knows what else. Nobody who’s really using his ego, his real ego, has any time for any goddam hobbies.»

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Còre, Da lontano, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, sesta: è bello raccontare i guai passati

Non so come sia successo la prima volta, non lo ricordo più con precisione. Se ricordo bene ero a Trieste, avevo al massimo diciassette anni e in una bella libreria dal nome altisonante — la Minerva, vicino a una chiesa in cui hanno ucciso delle persone, a un’altra chiesa ortodossa e azzurrina e a un viale di marmo levigato e malinconico con il mare rosato alla fine — mia cugina Chiara mi aveva regalato un libro che volevo tanto, dopo che Rita mi aveva donato L’Altrui Mestiere, scatola di gemme. Il libro era I racconti, in cui venivano raccolti Storie naturali,Vizio di Forma Lilìt. Curioso come i libri con cui ho conosciuto Primo Levi fossero tutti nordestini e regalati, freschi di bora e netti come le geometrie della città, così imponenti e precise.
Impossibile dire quanto, come, quei libri mi abbiano cambiata. Non avevo letto Se questo è un uomo e l’ho fatto molti anni più tardi, quando nella mia tesi ho parlato di Primo Levi come testimone del dolore inimmaginabile per definizione, e ho analizzato ogni pagina di quel libro e della Tregua segnandomi le molte osservazioni linguistiche, fressen contro essen, pater optime, ubi est mensa pauperorum?, e le questioni stilistiche su cui Levi torna continuamente:  come narrare l’inenarrabile? Dov’è il bene in un campo di concentramento, com’è il male, come la fame, come si racconta tutto questo fuori dal campo? Il campo come luogo di cortocircuito concettuale, quello che accade al protagonista di Versamina che confonde dolore a piacere, e non dimenticherò mai.
Un testimone dev’essere lucido, altrimenti è una vittima. Un testimone insegna, una vittima lamenta. Penso di essere stata fortunata a non leggere Primo Levi alle elementari come molte persone che lo hanno rinchiuso nel ruolo del narratore dell’Olocausto. Ruolo che è stato per lui primario, ma in modo molto più profondo di quanto possa apparire a una prima occhiata. Primo Levi è narratore dell’Olocausto ma anche chimico, e come chimico vuole capire le cose intorno a lui, e unisce le due cose per poi non fermare la sua curiosità precisissima. Non sono stata affatto sorpresa quando ho scoperto che è stato Italo Calvino tra i primi ad amare Primo Levi, e ad insistere perché venisse considerato dalla Einaudi.

Veniamo al libro, che è l’autore più che in tanti altri casi. Il sistema periodico è un’autobiografia per elementi in cui azoto, piombo, oro e zinco sono viatici per significati molto più grandi, o forse sarebbe meglio dire che questi elementi attraverso Levi rivelano anche ai nostri occhi inesperti quanto siano dappertutto, nascosti, sopiti ma indispensabili; quanto poco conosciamo il mondo attorno a noi e quanto la realtà sia misteriosa e nascosta, e noi piccoli, miopi e umili. Calvino, un illustratore e un’editrice di mia conoscenza sarebbero perfettamente d’accordo. È insieme, questo libro, una raccolta di racconti magistrali, scritti con una nettezza rara e ricche di brevi precisissime inconfondibili descrizioni: «Giulia era una ragazza bruna, minuta ed espedita; aveva sopraccigli dall’arco elegante, un viso liscio ed aguzzo, movenze vivaci ma precise. Era più aperta alla pratica che alla teoria, piena di calore umano, cattolica senza rigidezza, generosa ed arruffona; parlava con voce velata e svagata, come se fosse definitivamente stanca di vivere, il che non era affatto.»
Vorrei che la maestrìa di Primo Levi, la prima maestrìa che gli venisse riconosciuta, fosse quella di narratore straordinario e necessario, non solo per la straordinarietà della sua vita, ma anche per quella dei suoi occhi e della sua mente. Ma c’è una parte di me che crede che l’autore per primo non vorrebbe che andasse così.

Due persone sono mie complici in questo amore: Giulionga, che ha fatto del Sistema Periodico il suo libro-guida, quello inesauribile da leggere una volta l’anno, e Stefano, che mi ha regalato questo libro in una delle sue prime edizioni — la quinta, quando Levi era ancora in vita e c’era Escher in copertina –, tendendomi un piccolo tranello per sapere se l’avevo già letto e perpetuando la tradizione dei libri di Levi dati in dono.
Ieri ho visto per la prima volta un’intervista a Levi, ho voluto rifletterci un po’ prima di scrivere qualcosa su di lui, perché la sua viva voce così coerente con la sua mente acuta e aguzza mi hanno sconvolta in modo sommesso e profondo, come del resto lui ha sempre fatto con me.

Pagina 26, Il sistema periodico: piccoli chimici crescono

Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva. Il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di capriccio. È simile in questo all’acqua, che pure non ha congeneri: ma l’acqua è legata all’uomo, anzi alla vita, da una consuetudine di sempre, da un rapporto di necessità molteplice, per cui la sua unicità si nasconde sotto la veste dell’abitudine. Il vetro, invece, è opera dell’uomo e ha storia più recente. Fu la prima nostra vittima, o meglio il primo nostro avversario. Nel laboratorio della Crocetta c’era tubo di vetro da lavoro, di vari diametri, in mozziconi lunghi e corti, tutti coperti di polvere: accendemmo un becco Bunsen e ci mettemmo a lavorare.
Piegare il tubo era facile. Bastava tenere fermo uno spezzone sulla fiamma: dopo un certo tempo la fiamma diventava gialla, e simultaneamente il vetro si poteva piegare: la curva che si otteneva era ben lontana dalla perfezione, ma in sostanza qualcosa avveniva, si poteva creare una forma nuova, arbitraria; una potenza diventava atto, non era questo che intendeva Aristotele?
Ora, anche un tubo di rame o di piombo si può piegare, ma ci accorgemmo presto che il tubo di vetro arroventato possedeva una virtù unica: quando era diventato cedevole si poteva, allontanando rapidamente i due tronconi freddi, tirarlo in filamenti molto sottili, anzi, sottili oltre ogni limite, tali da essere trascinati verso l’alto dalla corrente d’aria calda che saliva dalla fiamma. Sottili e flessibili, come la seta. Ma allora, dov’era scomparsa la rigidità spietata del vetro massiccio? Allora anche la seta, anche il cotone, se si potessero ottenere in forma massiccia, sarebbero inflessibili come il vetro? Enrico mi raccontò che al paese di suo nonno i pescatori usano prendere i bachi da seta, quando sono già grossi, e, desiderosi di imbozzolarsi, si sforzano ciechi e goffi di inerpicarsi su per i rami; li prendono, li spezzano in due con le dita, e tirando i tronconi ottengono un filo di seta, grosso e rozzo, resistentissimo, che usano poi come lenza. Il fatto, a cui non esitai a credere, mi appariva ad un tempo abominevole e affascinante: abominevole per il modo crudele di quella morte, e per il futile uso di un portento naturale; affascinante per lo spregiudicato e audace atto d’ingegno che esso presupponeva da parte del suo mitico inventore.

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Corpo, Sud-est

Bada a come parli

Qualche tempo fa riflettevo sull’espressione “avere le palle”. L’ho usata anch’io, che nella vita reale non ho nessun problema con il francese (quando penso sono molto più manierata di come sono con le altre persone: questo probabilmente accade a tutti). Ho pensato poi all’orrido “avere le ovaie” che qualche ragazza come me vorrebbe usare come corrispettivo. Ho pensato che nel trovare una brutta espressione come sostitutivo di una brutta espressione la bruttezza resta invariata. Poi ho aperto un numero di «Linus» e ho trovato Charlie Brown che diceva a Snoopy: «Voglio dimostrare di avere spina dorsale». In un libro che non ricordo c’era scritto: «Quel ragazzo aveva fegato».
Poi ho pensato: abbiamo le spalle larghe. Certo che hai faccia. Mi ha fatto gli occhi dolci. Ha la faccia di tolla. Ha la faccia come il culo. Ha il cuore di pietra. Ho il pelo sullo stomaco. Ho il travaso di bile.
Sono rimasta sorpresa da quante parti del corpo nascondono un significato secondario.
Mi piacerebbe fare un finto almanacco medico in cui a ogni parte del corpo corrisponde un modo di dire. Potremmo chiamarlo Metafore lombrosiane. Quali espressioni vi vengono in mente?

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Altrove, Berta filava, Corpo, Sud-est

Scrivere, scrivere, scrivere


La temperatura si è abbassata di botto e stamane mi sono svegliata nel piumone senza una goccia di sudore addosso.
Penso a cose così strane, penso alle calze sotto la gonna, alle scarpe chiuse.
Per fortuna devo scrivere e scrivo sempre, seduta al mio tavolo bianco con il palazzo giallo di fronte e il cielo grigio sopra la testa. Ogni tanto mi ricordo di guardare il cielo e il palazzo davanti a me. Non voglio che mi si abbassi la vista come ai carcerati per campo visivo breve. Soprattutto perché quando scrivo mi sento tutt’altro che una carcerata.
Scrivo per conto mio, sul blog di Mal di Libri, scrivo qui, scrivo su Con Altri Mezzi.
Ieri è uscito un pezzo mio sulle maggiorate, per me sono una specie di ossessione. Mia madre ha vissuto sulla sua pelle il cambio di estetica da Silvana Mangano a Twiggy. Ci ho riflettuto su e ho pensato che le cose prima forse non erano comunque del tutto rosee.
Amy Winehouse prima di morire ha detto: «[ho sofferto] un po’ di anoressia, un po’ di bulimia. Non sono del tutto a posto ma credo che nessuna donna lo sia». Nel pezzo parlo anche di lei.
Ho anche spiegato meglio chi sono nella pagina Chi scrive qui? perché ho pensato che forse se pubblico quello che scrivo è cosa buona e giusta presentarmi per bene. Sono una ragazza all’antica.

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Berta filava, Pagina 26, Sud-est

Pagina 26, quinta: tu stare male non sai cosa vuol dire

«E, dimmi, hai passato tutto questo… Da sola?»
«Ma io non sono sola. C’è la mia famiglia, le persone vicino a me.»
«No, intendo… Non sei mai andata da qualcuno? Non ti sei mai fatta aiutare da qualcuno?»
«Mi stai chiedendo se sono andata in analisi? »
«Eh… sai, è che penso che in un momento così terribile… sì.»
«No, non ci sono mai andata. Il mio problema, se ne vogliamo trovare uno, è che le persone muoiono. Non penso che un analista mi possa dire che non è così.»
«Ma se soffochi quello che senti potresti un giorno pagarne le conseguenze, un po’ come una persona che si ferisce a un piede, trascura la cosa e anni dopo si trova ad avere la schiena storta.»
«Non ci si deve curare dal dolore. Il dubbio non è una cosa sbagliata. Nessuno mi può togliere il lutto, nessuno mi può togliere il dolore, ed è giusto così. Perché dovrei avere la schiena dritta? Non m’interessa avere la schiena dritta o curarmi il piede se a farlo è qualcun altro. Avrò la schiena storta che la mia vita mi ha dato se non riuscirò a raddrizzarla con le mie azioni e i miei pensieri. E quelli di chi mi è vicino davvero.»

Il tempo non è lineare, l’evoluzione è un concetto frainteso. Con il tempo ho iniziato a comportarmi come la macchietta addolorata che gli altri si aspettavano. Se prima ero più forte – scorticata dagli eventi ma forte nel sapere, nel sentire, la fortuna che avevo avuto – poi ho perso di vista mio padre come persona, la mia famiglia come persone, e per un periodo ho messo una coperta nera su tutto. Se prima rifiutavo l’idea di trauma, per un po’ tutto ha ruotato attorno al trauma. Soprattutto la scrittura. Scrivevo solo della morte di mio padre. E scrivevo male. Ma nessuno si sentiva in grado di dirmelo: ero traumatizzata!

Quodlibet è la casa editrice di cui mi fido sempre, in ogni caso. Il primo libro loro a diventare anche mio è stato Un artista del digiuno di Kafka, un libro così incredibile che ne ho parlato anche a proposito di altri libri, perché ogni capolavoro è un sasso gettato in uno stagno. Poi ne sono arrivati tanti altri, fino a Senza trauma, che ho finito di leggere stamattina e il cui titolo per me era stato un campanello, una freccia. Un saggio sulla scrittura dell’estremo, la necessità di trauma a tutti i costi, che si declina in due tendenze: la letteratura di genere, in cui il narratore è ipertrofico e conosce i meccanismi intimi di un mondo marcio; e l’autofiction, in cui il narratore non si capacita del senso delle cose più semplici attorno a lui. In entrambi i casi c’è stato uno scoppio, uno sconvolgimento, un trauma: anche solo quello dell’esistenza. Ma come fa un trauma ad essere diffuso?

Questo saggio è prezioso perché non ha un atteggiamento valoriale rispetto alle numerose opere affrontate: in questo, secondo lo stesso Daniele Giglioli che ho iniziato a leggere e apprezzare su «La lettura», non si tratta di critica letteraria in senso stretto. L’idea di fondo è la comprensione di una tendenza non tanto letteraria, quanto esistenziale, che permea anche la forma del romanzo oggi. Da un lato Scurati, Genna, Ammaniti; dall’altro Saviano, Siti, Moresco: autori con stili, generi, argomenti diversi, tutti accomunati dall’idea di una sconfitta iniziale, uno scossone come big bang dell’esperienza e della narrazione, un trauma senza il quale l’esistenza non può svolgersi.

Penso sia auspicabile, per l’umanità, esercitarsi a collegare la parola “trauma” all’immagine di un ginocchio sbucciato.

Senza trauma, pagina 26: letteratura di genere VS autofiction

Le strategie possono essere molteplici, a volte implicite, non sempre necessariamente consapevoli. Ne seguiremo due, in apparenza opposte, in realtà complementari. Partono entrambe dallo stesso presupposto: né la realtà inservibile né il Reale indicibile possono essere guardati in faccia, come il sole e la morte di La Rochefoucauld. È necessaria una tattica di aggiramento, una sorta di manovra a tenaglia. Da una parte il recupero della letteratura cosiddetta “di genere”: giallo, noir, fantascienza, romanzo storico, e le loro mescolanze. Dall’altra la nebulosa dai contorni incerti che viene ormai comunemente denominata autofinzione (e le forme miste, ibride, a essa affini come il memoir, il reportage d’autore, il saggio a dominante narrativa).
Perché queste forme e non altre? Intanto perché la grande fortuna editoriale di cui godono indica che rispondono a un bisogno diffuso, profondo e condiviso. E poi perché nell’immagine dell’una si possono cogliere con esattezza speculare i tratti fisiognomici dell’altra. Nascono gemelle. L’assunto da cui muovono è il medesimo: la difficile rappresentabilità dell’esperienza. Il “genere” risponde accettando frontalmente la sfida di calarsi nella finzionalità più scoperta: ne espone i contrassegni, ne rivendica la struttura formulaica, ne espone orgogliosamente la struttura e la tematica stereotipa. L’autofinzione incunea invece una pretesa di autenticità (il nome proprio dell’autore come protagonista e responsabile delle vicende e dei pensieri narrati) all’interno di una compagine testuale che rivendica però il diritto all’invenzione. La realtà è autenticata dal nome proprio; il nome proprio è travisato dalla fiction; la fiction destituisce la realtà.
La stessa frontiera è attraversata in senso inverso. I romanzi di genere che prenderemo in esame ambiscono a proporsi, sotto il velo della finzione, come una vera e propria contro storia dell’Italia contemporanea, raccontata attraverso il ricorso sistematico a quella tematica del segreto, del mistero, del tradimento e del retroscena che è il primo articolo in carta costituzionale della narrativa di genere. La fiction pretende di svelare una verità che i metodi di conoscenza ad essa ordinariamente applicati (storia, sociologia, filosofia, riflessione politica) non riescono ad afferrare. L’autofinzione segue la via opposta. All’interno della vita vera del suo autore, introduce quell’instabilità categoriale che si determina quando il nesso tra realtà e finzione si fa evanescente, nella convinzione che quel nesso è già a tal punto intaccato nella vita reale da poter essere colto solo attraverso una sorta di magia omeopatica.

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Còre, Matto e disperatissimo, Sud-est

Cosa non si fa per amore

L’anno scorso ho conosciuto una ragazza con i capelli neri e gli occhi verdi: mi ha fatto salire su una giostra che ha iniziato lentamente a girare ad agosto per poi vorticare come una matta in due giorni dell’ottobrata romana. Quei due giorni sono stati una lunghissima ricreazione in cui ho mangiato uva pizzutella e mele annurche camminando veloce da un tavolo all’altro; mi sono seduta vicino alla porta per ascoltare scrittori, lettori e redattori parlare; ho comprato i giornali per chi ci ha regalato una rassegna stampa dal vivo seduto a un tavolino; ho conosciuto tante persone che leggono, scrivono, pubblicano, stageano, amano le parole come me. Mi sono sentita in una casa colorata e piena di amici. Quest’anno la casa sarà un quartiere, ma il succo rimane uguale: tanta gente come me ha imparato a leggere a quattro anni perché le storie sono un’ossessione, una dipendenza, una follia. Quest’anno sarà un Mal di Libri tutto nuovo e diffuso in tutto il Pigneto, e un Mal di Libri come l’anno scorso, una festa, perché leggere ha potere vivificante e mantiene giovani, freschi e musicali. Se ci siete, venite. Se non ci siete, vi perdete una bella cosa.

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