Còre, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, terza: Cammino cammino cammino cammino

L’esame che ho dato prima dell’estate era sulle lingue utopiche, ovvero tutte le invenzioni letterarie di una lingua perfetta, comprensibile da tutti, che annullasse le diversità e annientasse la polisemia madre delle incomprensioni. Era curioso notare come cartesiani ed empiristi si dessero battaglia anche su questo argomento, come i libertini (Casanova compreso, o anche Psalmanazar) inventassero mondi paralleli per stuzzicare quello esistente e come la scia di queste invenzioni arrivasse fino ad oggi, con dizionari raccolti in rete di Paesi inventati uniti da una lingua raziocinante. Per un periodo si è creduto che una lingua universale dovesse avere una componente tonale, e che quindi il canto potesse superare le barriere delle lingue tradizionali. Allo stesso tempo la mnemotecnica dei loci — ricordare grazie alle cose che si vedono mentre si cammina — tornava continuamente nel saggio che ho studiato, che s’intitolava appunto Le lingue utopiche.  In due parole: camminare cantando, ecco come conoscere la realtà. 
Ne parlavo con mio cugino Felice, due giorni prima di dare l’esame, e lui mi ha parlato di un libro di Chatwin, Le vie dei canti, spiegandomi che l’aspetto centrale di questa indagine sugli aborigeni australiani  era il canto rituale. Ogni aborigeno appartenente a un clan (o Sogno) percorreva la Via del Canto dei suoi antenati: cantando riconosceva il territorio e insieme si dichiarava appartenente al suo clan. Il walkabout era un modo per conoscere sé e la terra attorno a sé. Gli aborigeni si scontrano, nel libro, con il mondo moderno e con una questione delicata: la costruzione di una ferrovia, che potrebbe sconvolgere le Vie dei Canti tramandate millenariamente.

È la prima volta che leggo Chatwin. Mi hanno colpita i dialoghi così realistici, e come l’autore non risparmi nulla sulla realtà miserevole degli aborigeni marginalizzati in quello che prima era il loro mondo: l’alcolismo, la disperazione e la rissosità sono all’ordine del giorno, insieme a un’avversione istintiva per i bianchi non iniziati che vorrebbero carpire i segreti del mondo aborigeno — Chatwin per primo. L’autore si trova spesso a rischiare grosso, come quando confida a un aborigeno di sapere cosa sia una tavoletta rituale (la tjuringa) perché ne ha visto un esemplare al British Museum: l’aborigeno minaccia lo scrittore di ucciderlo con una lancia, perché solo agli iniziati è dato vedere qualcosa di così importante. Per fortuna nel viaggio in questa Australia rituale Chatwin ha il suo Virgilio, Arkady, un esperto di Vie dei Canti che ha il difficile compito di mediare tra la società bianca e quella aborigena nella querelle sulla costruzione della ferrovia.

 

Ci sono anche alcune cose che mi lasciano tiepida rispetto a questo libro. Credo di non essere fatta per i romanzi di viaggio: se mi affascina l’atmosfera di un luogo lontano descritto da un suo abitante, la parole di stupore di fronte a paesaggi nuovi mi fanno inevitabilmente pensare alle diapositive e ai racconti mitologici di quelli che tornano dalle vacanze ai Caraibi, che finiscono sempre per fare la figura dei coatti. Ah sì, hai mangiato il mango dopo averlo tagliato con il machete? E ’sticazzi dove li metti?
Ho letto che nemmeno agli aborigeni è troppo piaciuto il romanzo di Chatwin, che è stato accusato di aver modificato i fatti a suo piacimento per adattarli meglio alla sua teoria del nomadismo come archetipo umano. Va detto però che Chatwin ha passato la sua breve vita in viaggio:  non stiamo parlando del medico che passa quattro mesi l’anno in Argentina, e il mio fastidio è del tutto irrazionale. Invece un aspetto lodevole di questo libro, che almeno per me è la cosa più coinvolgente, è la sua forma mista. Le vie dei canti è un saggio, un’autobiografia, un romanzo. Anche l’argomento dei canti, per la forma in cui viene calato e per sua natura, assume sfumature molteplici: antropologiche, mistiche, archetipiche — proprio come la mnemotecnica dei loci, in epoca rinascimentale, faceva parte della tradizione ermetica, con tutte le suggestioni a essa correlate.
Siccome quando ho cercato una foto di Chatwin ho pensato «Cazzo! Sto leggendo un libro scritto da Sting!», penso sia giusto introdurre questa pagina 26 con una canzone dei Police.

Le vie dei canti, pagina 26: Arkady spiega a Chatwin cos’è un canto e la questione della ferrovia.

« Un canto » disse « faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre trovare la strada ».
« E un uomo in 
walkabout si spostava seguendo sempre una Via del Canto? ».
« Ai vecchi tempi sì » assentì. « Oggi viaggia in treno o in automobile ».
« E se l’uomo deviava dalla sua Via? ».
« Sconfinava. La trasgressione poteva costargli un colpo di lancia ».
« E finché restava sulla pista, invece, trovava sempre persone con il suo stesso Sogno? Che erano, di fatto, suoi fratelli? ».
« Sì ».
« Dai quali poteva aspettarsi ospitalità? ».
« E viceversa ».
« Perciò il canto è una specie di passaporto e insieme di buono-pasto? ».
« Anche qui è più complicato ».
L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee — un intrico di percorsi dove ogni « episodio » è leggibile in termini geologici.
« Con
episodiointendi luogo sacro? » gli domandai.
« Esatto ».
« Luoghi come quelli di cui stai facendo la mappa per la ferrovia? »
« Mettiamola così » rispose. « Ovunque nel 
bush puoi indicare un elemento del paesaggio e domandare all’aborigeno che è con te: Che storia c’è là?, oppure: Chi è quello?. E lui probabilmente ti risponderà: “Canguro o “Budgerigar o Lucertola, secondo l’antenato che passò di lì ».
« E la distanza tra due luoghi del genere si può misurare come un brano musicale? ».
« Questa » disse Arkady « è la fonte di tutti i miei guai con la ferrovia ».
Un conto era persuadere un ispettore che un mucchio di sassi erano le uova del Serpente Arcobaleno o che un monticello di arenaria rossiccia era il fegato di un canguro ucciso da una lancia, un conto era convincerlo che una vuota distesa di pietrisco era l’equivalente musicale dell’opera 111 di Beethoven.

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