Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, seconda: Fondamenta degli Incurabili

Non so quale rapporto abbiate con i cimiteri. Io mi ci trovo bene, e quando visito una città nuova vado anche al camposanto (sì, sono l’anima della festa). Uno dei cimiteri che amo di più al mondo, e che consiglio anche a chi trova lugubri gli ossari, è l’isola di San Michele a Venezia. Ho punteggiato i miei quattro anni in laguna con molte visite al cimitero sull’acqua. Per arrivare a San Michele bisogna percorrere Venezia puntando a nord e prendere il vaporetto a Fondamenta Nuove, una zona enigmatica nelle sere invernali e di cristallo accecante nei giorni freddi. Il biglietto costa cinquanta centesimi, perché andare al cimitero è un servizio democratico come la morte. Una volta che il vaporetto sarà partito, in mezzo all’acqua noterete una statua con Dante e Virgilio che punta verso la vostra destinazione. Poi una zattera enorme fatta di marmo bianco e milioni di mattoncini rossi, e piccoli archi compatti, fatti per contenere il silenzio di chi dorme. Si entra e non ci si crede. Si cammina tra personaggi illustri e illustri sconosciuti che hanno avuto il lusso di vivere a Venezia, o di essere lagunari ad honorem.

Con alcune persone ci si rincorre per anni. È sconcertante conoscere qualcuno che frequenta i vostri stessi posti o i vostri amici da tanto tempo, e capire che non avete incontrato prima quella persona per dei casi assurdi: ci si sente in un film macchinato al millimetro, in un mondo piccolo ma dotato di una grazia più intelligente di noi. Con Iosif Brodskij è andata così. Mia madre leggeva le sue poesie quando ero un’adolescente rissosa che odiava i versi, la prendevo in giro per come declamava i componimenti di quel russo. Poi sono finita a Venezia, e la Fondamenta degli Incurabili che lui ha usato come titolo l’ho percorsa molte volte. Ricordo una mattina in cui avevo molti pensieri, e l’ho fatta avanti e indietro senza requie. Era gennaio, l’aria era fredda e l’acqua scrosciava al mio fianco. Potevo vedere la Giudecca con sopra casa mia. Ho lasciato che i crucci mi calassero nei polpacci, per poi vagabondare nella zona del Guggenheim, fare il ponte dell’Accademia e bermi finalmente un caffettino dall’altra parte del canale.

So che è supponente dire che un premio Nobel è un tipo sveglio, ma leggendo Fondamenta degli Incurabili la prima cosa a colpirmi è stata l’acume di Brodskij: quello che porta un uomo a dire che Venezia non è la città delle ombre, ma delle gambe stanche e del dormire senza dubbi sul cuore la sera. Potessi, abbraccerei Iosif e lo inviterei a bere un’ombra con me alla Rivetta: leggendo le sue parole vedo un uomo con molte voci, tutte vere, delizioso nonostante l’abisso che in altri momenti riesce a sondare, come una bricola conficcata nell’acqua. Potessi, tornerei a San Michele ora e farei più attenzione: con tutte le volte che ci sono stata, non ho mai fatto caso alla sua lapide. Gli lascerei un fiore, mi bacerei la mano e accarezzerei il marmo. Caro Iosif, mi dispiace di averti rifiutato all’inizio, ma sono felice di averti incontrato ora. Di aver seguito i tuoi passi in quella mattina piena di dubbi, e in tanti altri giorni in cui ho visto il tuo profilo irregolare scolpito nel marmo, e ho pensato che sembrava un po’ a quello di Marlon Brando, e mi è venuto da ridere.

Fondamenta degli incurabili, pagina 26: Venezia è un teatro impietoso.

A Venezia i bipedi diventano quadrumani, non possono fare a meno di comprare e di vestirsi. È una frenesia che non ha molto a che vedere con ragioni pratiche; è una risposta alla sfida della città. Tutti coviamo sospetti d’ogni genere sui punti deboli del nostro aspetto fisico, sull’imperfezione della nostra fisionomia. Ciò che vediamo in questa città, a ogni passo, a ogni curva, angolo, vicolo, aggrava in noi complessi e insicurezze. Ecco perché un individuo — specialmente le donne, ma anche gli uomini — non fa in tempo ad arrivare e già ha un piede in un negozio; con uno spirito di rivincita, direi. La bellezza circostante è tale che quasi subito si è presi da una voglia assolutamente incoerente, animalesca, di tenerle testa, di mettersi alla pari. La vanità non c’entra, e neppure la naturale sovrabbondanza di specchi, tra i quali il più importante è l’acqua stessa. Molto semplicemente, la città dispensa ai bipedi in arrivo la nozione di una superiorità estetica, una nozione che manca nelle loro tane d’origine, nel loro ambiente abituale. Ecco perché qui svolazzano tante pellicce, tanto camoscio, seta, lino, lana, tante stoffe d’ogni genere. Poi, quando tornano a casa, i bipedi guardano sbigottiti ciò che hanno comprato, sapendo benissimo che là, dalle loro parti, non c’è un posto in cui possano esibire il contenuto delle loro valigie senza scandalizzare i passanti.

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