Còre, Pagina 26

Pagina 26, prima: Nostalgia al gusto di curaçao

Tutti mi chiedono perché ce l’ho tanto con il numero ventisei, ma io non lo so. Non ho ancora ventisei anni — quando li compirò sarà di certo festa grande. Era il mio numero preferito da piccola, non saprei spiegare perché.
Per dare un po’ più di senso a questo numero ho pensato di unire le mie due ossessioni e fare una rubrica semplice semplice: riportare qui la pagina 26 del libro che sto leggendo. L’idea mi è venuta leggendo il bellissimo Lire, che fa il test di pagina 99. Ho poi trovato un articolo che spiega come — prevedibilmente — affidarsi a una pagina di libro per carpirne l’atmosfera sia un concetto largamente condiviso. Forse pagina ventisei, a differenza della novantanove, è un po’ troppo all’inizio di un libro per poterne descrivere il respiro: non saprei. Lo scopriremo solo leggendo.

Hemingway è un autore di moda, oggi, per almeno tre ragioni. La prima è il ritorno sulle scene di Fitzgerald e dell’immaginario a lui correlato: allo scoccare dei settant’anni dalla morte, nel 2011, è arrivata puntuale la riscoperta della sua opera, con nuove traduzioni e fari puntati sugli anni ruggenti. In Midnight in Paris come in Superzelda non poteva mancare il macho coi baffi fissato con la guerra scoperto proprio da Fitzgerald.
La seconda ragione è che in Italia non c’è mai abbastanza letteratura americana, e ancora meno abbastanza minimalismo. Chiedete di questa supremazia a chi pubblica o legge libri francesi o tedeschi, o andate a farvi un giro nelle vostre librerie. La mia è quasi tutta angloamericana, per dire.
La terza è la pubblicazione recentissima dei quarantasette finali alternativi di Addio alle armi, che dimostrano come sotto quella scorza dura battesse un cuore dubbioso e pieno di voci.

Ci sono altre ragioni per cui ho deciso di leggere Addio alle armi. Come molte persone, l’ho abbandonato quando mi era stato propinato alle medie (un secondo di silenzio per tutti i bei libri che ci sono stati imposti e non siamo riusciti ad amare a dovere). Ho deciso di leggerlo anche perché sono alla ricerca di origini: per questo leggerò bene anche Huckleberry Finn molto presto. Ma c’è soprattutto una ragione personale per cui ho ricominciato con Hemingway, i cui dialoghi mi erano sembrati cinici e sbilenchi quando l’avevo letto da troppo piccola: mio padre amava molto Di là dal fiume e tra gli alberi. L’ho letto lo scorso inverno e mi ha fatto piangere per molte ragioni. Da allora Ernest ha per me il fascino della vera empatia.

La traduzione è di Fernanda Pivano. Non amo il suo modo di tradurre, e amo ancora meno che abbia sempre rifiutato con forza le critiche, ricordando con veemenza il suo ruolo di pioniera della letteratura americana in Italia. Ad esempio non ho amato la sua traduzione di Jukebox all’idrogeno: la voce di Ginsberg, per quanto mi riguarda, è resa meglio nella versione di Luca Fontana (Poesie scelte). Va detto però che questa traduzione ha una storia appassionante alle spalle, che proprio Nanda spiega in prefazione.
Oh, diamine, lasciamo parlare Ernest.


Addio alle armi, pagina 26: una parte del primo lungo dialogo tra il protagonista e l’infermiera Catherine Barkley.


« È da molto che fa l’infermiera? »
« Dalla fine del ’15. Partii quando partì lui. Ricordo che avevo la stupida idea che potesse capitare nell’ospedale dov’ero io. Ferito di sciabola, magari, con una benda intorno al capo. O con la spalla attraversata dalla pallottola. Qualcosa di pittoresco. »
« Questo è un fronte pittoresco » dissi.
« Sì » disse. « La gente non riesce a rendersi conto come sia in Francia. Se ci riuscisse, non si potrebbe andare avanti. Non fu ferito di sciabola. Andò in tanti pezzi. »
Non dissi nulla.
« Crede che continuerà sempre? »
« No. »
« Che cosa la farà cessare? »
« Cederà da qualche parte. »
« Noi cederemo. Cederemo in Francia. Non si può continuare a far cose come nella Somme e non cedere. »
« Qui non cederanno » dissi.
« Crede? »
« No. È andata molto bene l’estate scorsa. »
« Possono cedere » dissi. « Chiunque può cedere. »
«Anche i tedeschi. »
« No » disse. « Non credo. »

(Si indugia spesso sul carattere difficile di Catherine Barkley. Mia madre, quando si arrabbia con me, sbotta questa frase: «Ho fatto bene a chiamarti Caterina. Tutte le Caterine, per quanto simpatiche, sono sempre un po’ stronze.»)


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