Berta filava, Còre, Sud-est

E che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce


Ho pensato di segnalare qui anche i pezzi che scrivo in altri posti, come il racconto per Conaltrimezzi sull’esperienza lisergica che ho avuto al Vittoriale. Ho pensato di farlo in questi giorni, ma non ho più il caricabatterie del portatile e sono senza computer, almeno fino a che lo zio del mio ragazzo, che lavora in una discarica elettronica e fa il tecnico a tempo perso non mi rimedierà un computer quasi nuovo, perfettamente funzionante e soprattutto gratis. Per scrivere questo post sono venuta alla biblioteca del Pigneto: sono tornata a Roma, non si muore più di caldo e si parla tantissimo di Zeman (ma io parlo anche di libri, piani di studi, libri e della puzza della capitale che per Ste invece non puzza). Per venire alla biblioteca ho preso il trenino giallo perché qualche figlio di puttana mi ha rubato la bicicletta. Sarà di nuovo lo zio di Stefano a farmi avere a breve una mountain bike, fino ad allora salgo sui mezzi con un biglietto che non oblitero in mano, stando aggrappata gruardinga alla convalidatrice. Penso che sono fortunella ad avere un deus ex machina così, che la vita agisce sempre in modo inaspettato e che le cose si aggiustano, nel senso vero del termine: si adattano tra loro e le cose che stridono prima o poi si riaccordano, sempre in modo diverso da come si pensava. Ed è cosa buona e giusta. Nel frattempo Le vie dei canti ha preso una curva inattesa ed emozionante a partire da una riflessione di Chatwin sui taccuini Moleskine, per poi riportare il contenuto, di quei taccuini: sto scoprendo cose mirabolanti sul camminare, l’angoscia, l’evoluzione, gli animali e il deserto. Ma arriverà anche il prossimo paginaventisei, entro domenica. Confidiamo nel deus.

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Còre, Nord-est

De fonseca

Stamattina la mamma mi parlava dello sbilanciamento fra maschi e femmine della sua generazione. A un certo punto si è fermata e mi ha detto: «Il fatto è che gli uomini, alla fine, cercano una donna che gli metta le pantofole. E le donne cercano un uomo che gliele tolga.»

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Còre, Matto e disperatissimo, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, terza: Cammino cammino cammino cammino

L’esame che ho dato prima dell’estate era sulle lingue utopiche, ovvero tutte le invenzioni letterarie di una lingua perfetta, comprensibile da tutti, che annullasse le diversità e annientasse la polisemia madre delle incomprensioni. Era curioso notare come cartesiani ed empiristi si dessero battaglia anche su questo argomento, come i libertini (Casanova compreso, o anche Psalmanazar) inventassero mondi paralleli per stuzzicare quello esistente e come la scia di queste invenzioni arrivasse fino ad oggi, con dizionari raccolti in rete di Paesi inventati uniti da una lingua raziocinante. Per un periodo si è creduto che una lingua universale dovesse avere una componente tonale, e che quindi il canto potesse superare le barriere delle lingue tradizionali. Allo stesso tempo la mnemotecnica dei loci — ricordare grazie alle cose che si vedono mentre si cammina — tornava continuamente nel saggio che ho studiato, che s’intitolava appunto Le lingue utopiche.  In due parole: camminare cantando, ecco come conoscere la realtà. 
Ne parlavo con mio cugino Felice, due giorni prima di dare l’esame, e lui mi ha parlato di un libro di Chatwin, Le vie dei canti, spiegandomi che l’aspetto centrale di questa indagine sugli aborigeni australiani  era il canto rituale. Ogni aborigeno appartenente a un clan (o Sogno) percorreva la Via del Canto dei suoi antenati: cantando riconosceva il territorio e insieme si dichiarava appartenente al suo clan. Il walkabout era un modo per conoscere sé e la terra attorno a sé. Gli aborigeni si scontrano, nel libro, con il mondo moderno e con una questione delicata: la costruzione di una ferrovia, che potrebbe sconvolgere le Vie dei Canti tramandate millenariamente.

È la prima volta che leggo Chatwin. Mi hanno colpita i dialoghi così realistici, e come l’autore non risparmi nulla sulla realtà miserevole degli aborigeni marginalizzati in quello che prima era il loro mondo: l’alcolismo, la disperazione e la rissosità sono all’ordine del giorno, insieme a un’avversione istintiva per i bianchi non iniziati che vorrebbero carpire i segreti del mondo aborigeno — Chatwin per primo. L’autore si trova spesso a rischiare grosso, come quando confida a un aborigeno di sapere cosa sia una tavoletta rituale (la tjuringa) perché ne ha visto un esemplare al British Museum: l’aborigeno minaccia lo scrittore di ucciderlo con una lancia, perché solo agli iniziati è dato vedere qualcosa di così importante. Per fortuna nel viaggio in questa Australia rituale Chatwin ha il suo Virgilio, Arkady, un esperto di Vie dei Canti che ha il difficile compito di mediare tra la società bianca e quella aborigena nella querelle sulla costruzione della ferrovia.

 

Ci sono anche alcune cose che mi lasciano tiepida rispetto a questo libro. Credo di non essere fatta per i romanzi di viaggio: se mi affascina l’atmosfera di un luogo lontano descritto da un suo abitante, la parole di stupore di fronte a paesaggi nuovi mi fanno inevitabilmente pensare alle diapositive e ai racconti mitologici di quelli che tornano dalle vacanze ai Caraibi, che finiscono sempre per fare la figura dei coatti. Ah sì, hai mangiato il mango dopo averlo tagliato con il machete? E ’sticazzi dove li metti?
Ho letto che nemmeno agli aborigeni è troppo piaciuto il romanzo di Chatwin, che è stato accusato di aver modificato i fatti a suo piacimento per adattarli meglio alla sua teoria del nomadismo come archetipo umano. Va detto però che Chatwin ha passato la sua breve vita in viaggio:  non stiamo parlando del medico che passa quattro mesi l’anno in Argentina, e il mio fastidio è del tutto irrazionale. Invece un aspetto lodevole di questo libro, che almeno per me è la cosa più coinvolgente, è la sua forma mista. Le vie dei canti è un saggio, un’autobiografia, un romanzo. Anche l’argomento dei canti, per la forma in cui viene calato e per sua natura, assume sfumature molteplici: antropologiche, mistiche, archetipiche — proprio come la mnemotecnica dei loci, in epoca rinascimentale, faceva parte della tradizione ermetica, con tutte le suggestioni a essa correlate.
Siccome quando ho cercato una foto di Chatwin ho pensato «Cazzo! Sto leggendo un libro scritto da Sting!», penso sia giusto introdurre questa pagina 26 con una canzone dei Police.

Le vie dei canti, pagina 26: Arkady spiega a Chatwin cos’è un canto e la questione della ferrovia.

« Un canto » disse « faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre trovare la strada ».
« E un uomo in 
walkabout si spostava seguendo sempre una Via del Canto? ».
« Ai vecchi tempi sì » assentì. « Oggi viaggia in treno o in automobile ».
« E se l’uomo deviava dalla sua Via? ».
« Sconfinava. La trasgressione poteva costargli un colpo di lancia ».
« E finché restava sulla pista, invece, trovava sempre persone con il suo stesso Sogno? Che erano, di fatto, suoi fratelli? ».
« Sì ».
« Dai quali poteva aspettarsi ospitalità? ».
« E viceversa ».
« Perciò il canto è una specie di passaporto e insieme di buono-pasto? ».
« Anche qui è più complicato ».
L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee — un intrico di percorsi dove ogni « episodio » è leggibile in termini geologici.
« Con
episodiointendi luogo sacro? » gli domandai.
« Esatto ».
« Luoghi come quelli di cui stai facendo la mappa per la ferrovia? »
« Mettiamola così » rispose. « Ovunque nel 
bush puoi indicare un elemento del paesaggio e domandare all’aborigeno che è con te: Che storia c’è là?, oppure: Chi è quello?. E lui probabilmente ti risponderà: “Canguro o “Budgerigar o Lucertola, secondo l’antenato che passò di lì ».
« E la distanza tra due luoghi del genere si può misurare come un brano musicale? ».
« Questa » disse Arkady « è la fonte di tutti i miei guai con la ferrovia ».
Un conto era persuadere un ispettore che un mucchio di sassi erano le uova del Serpente Arcobaleno o che un monticello di arenaria rossiccia era il fegato di un canguro ucciso da una lancia, un conto era convincerlo che una vuota distesa di pietrisco era l’equivalente musicale dell’opera 111 di Beethoven.

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Còre, Corpo, Nord-est, Rumore

Utilità alternative dello sport

Per diversi anni, quando ero in Friuli, ho fatto giri in bicicletta nelle campagne attorno casa mia. Il percorso era sempre quello, a spanne quindici chilometri tra i campi di pannocchie, i prati, le strade che diventavano ciottoli e mi facevano vibrare il culo e i parafanghi. La bicicletta è bella e lo sono anche la solitudine e la natura. A volte arrivavo in un parco, mi sedevo sotto un albero e leggevo — una volta in particolare dei numeri di AVAJ trovati a una fiera di fumetto. Una goduria.

In questi giorni, invece, mi sveglio presto e vado a camminare. Faccio un percorso più breve, ma sempre nel verde. Arrivo a una chiesetta dove trovo sempre qualche gatto, per poi infilarmi in una via lunga e curvilinea in mezzo all’erba alta. Ho visto una farfalla gigantesca qualche giorno fa, e un muro di pannocchie verdi che a guardarle a lungo parevano una jungla alla Apocalypse Now. Il motivo principale per cui in questi giorni cammino al posto di andare in bici è che riesco a cantare meglio, con più voce. Finora ho cantato quasi per intero There’s nothing wrong with lovePerfect from now on dei Built to Spill, Sultans of sentiment dei Van Pelt e You’re living all over me dei Dinosaur Jr. Tutto questo per dire che non avete idea di quanto sia bella la faccia degli sportivi mattinieri, dei diffidenti residenti e delle vecchine in bicicletta a incrociarmi mentre urlo con pathos I’ll be doooown, I’ll be aroooound, I’ll be haaanging where eventually you’ll have to beeee.

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Còre, Nord-est, Pagina 26

Pagina 26, seconda: Fondamenta degli Incurabili

Non so quale rapporto abbiate con i cimiteri. Io mi ci trovo bene, e quando visito una città nuova vado anche al camposanto (sì, sono l’anima della festa). Uno dei cimiteri che amo di più al mondo, e che consiglio anche a chi trova lugubri gli ossari, è l’isola di San Michele a Venezia. Ho punteggiato i miei quattro anni in laguna con molte visite al cimitero sull’acqua. Per arrivare a San Michele bisogna percorrere Venezia puntando a nord e prendere il vaporetto a Fondamenta Nuove, una zona enigmatica nelle sere invernali e di cristallo accecante nei giorni freddi. Il biglietto costa cinquanta centesimi, perché andare al cimitero è un servizio democratico come la morte. Una volta che il vaporetto sarà partito, in mezzo all’acqua noterete una statua con Dante e Virgilio che punta verso la vostra destinazione. Poi una zattera enorme fatta di marmo bianco e milioni di mattoncini rossi, e piccoli archi compatti, fatti per contenere il silenzio di chi dorme. Si entra e non ci si crede. Si cammina tra personaggi illustri e illustri sconosciuti che hanno avuto il lusso di vivere a Venezia, o di essere lagunari ad honorem.

Con alcune persone ci si rincorre per anni. È sconcertante conoscere qualcuno che frequenta i vostri stessi posti o i vostri amici da tanto tempo, e capire che non avete incontrato prima quella persona per dei casi assurdi: ci si sente in un film macchinato al millimetro, in un mondo piccolo ma dotato di una grazia più intelligente di noi. Con Iosif Brodskij è andata così. Mia madre leggeva le sue poesie quando ero un’adolescente rissosa che odiava i versi, la prendevo in giro per come declamava i componimenti di quel russo. Poi sono finita a Venezia, e la Fondamenta degli Incurabili che lui ha usato come titolo l’ho percorsa molte volte. Ricordo una mattina in cui avevo molti pensieri, e l’ho fatta avanti e indietro senza requie. Era gennaio, l’aria era fredda e l’acqua scrosciava al mio fianco. Potevo vedere la Giudecca con sopra casa mia. Ho lasciato che i crucci mi calassero nei polpacci, per poi vagabondare nella zona del Guggenheim, fare il ponte dell’Accademia e bermi finalmente un caffettino dall’altra parte del canale.

So che è supponente dire che un premio Nobel è un tipo sveglio, ma leggendo Fondamenta degli Incurabili la prima cosa a colpirmi è stata l’acume di Brodskij: quello che porta un uomo a dire che Venezia non è la città delle ombre, ma delle gambe stanche e del dormire senza dubbi sul cuore la sera. Potessi, abbraccerei Iosif e lo inviterei a bere un’ombra con me alla Rivetta: leggendo le sue parole vedo un uomo con molte voci, tutte vere, delizioso nonostante l’abisso che in altri momenti riesce a sondare, come una bricola conficcata nell’acqua. Potessi, tornerei a San Michele ora e farei più attenzione: con tutte le volte che ci sono stata, non ho mai fatto caso alla sua lapide. Gli lascerei un fiore, mi bacerei la mano e accarezzerei il marmo. Caro Iosif, mi dispiace di averti rifiutato all’inizio, ma sono felice di averti incontrato ora. Di aver seguito i tuoi passi in quella mattina piena di dubbi, e in tanti altri giorni in cui ho visto il tuo profilo irregolare scolpito nel marmo, e ho pensato che sembrava un po’ a quello di Marlon Brando, e mi è venuto da ridere.

Fondamenta degli incurabili, pagina 26: Venezia è un teatro impietoso.

A Venezia i bipedi diventano quadrumani, non possono fare a meno di comprare e di vestirsi. È una frenesia che non ha molto a che vedere con ragioni pratiche; è una risposta alla sfida della città. Tutti coviamo sospetti d’ogni genere sui punti deboli del nostro aspetto fisico, sull’imperfezione della nostra fisionomia. Ciò che vediamo in questa città, a ogni passo, a ogni curva, angolo, vicolo, aggrava in noi complessi e insicurezze. Ecco perché un individuo — specialmente le donne, ma anche gli uomini — non fa in tempo ad arrivare e già ha un piede in un negozio; con uno spirito di rivincita, direi. La bellezza circostante è tale che quasi subito si è presi da una voglia assolutamente incoerente, animalesca, di tenerle testa, di mettersi alla pari. La vanità non c’entra, e neppure la naturale sovrabbondanza di specchi, tra i quali il più importante è l’acqua stessa. Molto semplicemente, la città dispensa ai bipedi in arrivo la nozione di una superiorità estetica, una nozione che manca nelle loro tane d’origine, nel loro ambiente abituale. Ecco perché qui svolazzano tante pellicce, tanto camoscio, seta, lino, lana, tante stoffe d’ogni genere. Poi, quando tornano a casa, i bipedi guardano sbigottiti ciò che hanno comprato, sapendo benissimo che là, dalle loro parti, non c’è un posto in cui possano esibire il contenuto delle loro valigie senza scandalizzare i passanti.

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Còre, Da lontano, Nord-est

Non capisco perché

Stavo facendo il bagno a Sistiana con mio fratello Felice. Lui ha preso una cozza da uno scoglio e mi ha detto: «C’è una cosa che non capisco. Da bambino pensavo che le gondole si chiamassero così perché somigliavano alle vongole. Poi mi sono reso conto che confondevo le vongole con le cozze, e che le gondole somigliano alle cozze, non alle vongole. La mia domanda quindi è: perché le gondole non si chiamano gozze?»

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Còre, Pagina 26

Pagina 26, prima: Nostalgia al gusto di curaçao

Tutti mi chiedono perché ce l’ho tanto con il numero ventisei, ma io non lo so. Non ho ancora ventisei anni — quando li compirò sarà di certo festa grande. Era il mio numero preferito da piccola, non saprei spiegare perché.
Per dare un po’ più di senso a questo numero ho pensato di unire le mie due ossessioni e fare una rubrica semplice semplice: riportare qui la pagina 26 del libro che sto leggendo. L’idea mi è venuta leggendo il bellissimo Lire, che fa il test di pagina 99. Ho poi trovato un articolo che spiega come — prevedibilmente — affidarsi a una pagina di libro per carpirne l’atmosfera sia un concetto largamente condiviso. Forse pagina ventisei, a differenza della novantanove, è un po’ troppo all’inizio di un libro per poterne descrivere il respiro: non saprei. Lo scopriremo solo leggendo.

Hemingway è un autore di moda, oggi, per almeno tre ragioni. La prima è il ritorno sulle scene di Fitzgerald e dell’immaginario a lui correlato: allo scoccare dei settant’anni dalla morte, nel 2011, è arrivata puntuale la riscoperta della sua opera, con nuove traduzioni e fari puntati sugli anni ruggenti. In Midnight in Paris come in Superzelda non poteva mancare il macho coi baffi fissato con la guerra scoperto proprio da Fitzgerald.
La seconda ragione è che in Italia non c’è mai abbastanza letteratura americana, e ancora meno abbastanza minimalismo. Chiedete di questa supremazia a chi pubblica o legge libri francesi o tedeschi, o andate a farvi un giro nelle vostre librerie. La mia è quasi tutta angloamericana, per dire.
La terza è la pubblicazione recentissima dei quarantasette finali alternativi di Addio alle armi, che dimostrano come sotto quella scorza dura battesse un cuore dubbioso e pieno di voci.

Ci sono altre ragioni per cui ho deciso di leggere Addio alle armi. Come molte persone, l’ho abbandonato quando mi era stato propinato alle medie (un secondo di silenzio per tutti i bei libri che ci sono stati imposti e non siamo riusciti ad amare a dovere). Ho deciso di leggerlo anche perché sono alla ricerca di origini: per questo leggerò bene anche Huckleberry Finn molto presto. Ma c’è soprattutto una ragione personale per cui ho ricominciato con Hemingway, i cui dialoghi mi erano sembrati cinici e sbilenchi quando l’avevo letto da troppo piccola: mio padre amava molto Di là dal fiume e tra gli alberi. L’ho letto lo scorso inverno e mi ha fatto piangere per molte ragioni. Da allora Ernest ha per me il fascino della vera empatia.

La traduzione è di Fernanda Pivano. Non amo il suo modo di tradurre, e amo ancora meno che abbia sempre rifiutato con forza le critiche, ricordando con veemenza il suo ruolo di pioniera della letteratura americana in Italia. Ad esempio non ho amato la sua traduzione di Jukebox all’idrogeno: la voce di Ginsberg, per quanto mi riguarda, è resa meglio nella versione di Luca Fontana (Poesie scelte). Va detto però che questa traduzione ha una storia appassionante alle spalle, che proprio Nanda spiega in prefazione.
Oh, diamine, lasciamo parlare Ernest.


Addio alle armi, pagina 26: una parte del primo lungo dialogo tra il protagonista e l’infermiera Catherine Barkley.


« È da molto che fa l’infermiera? »
« Dalla fine del ’15. Partii quando partì lui. Ricordo che avevo la stupida idea che potesse capitare nell’ospedale dov’ero io. Ferito di sciabola, magari, con una benda intorno al capo. O con la spalla attraversata dalla pallottola. Qualcosa di pittoresco. »
« Questo è un fronte pittoresco » dissi.
« Sì » disse. « La gente non riesce a rendersi conto come sia in Francia. Se ci riuscisse, non si potrebbe andare avanti. Non fu ferito di sciabola. Andò in tanti pezzi. »
Non dissi nulla.
« Crede che continuerà sempre? »
« No. »
« Che cosa la farà cessare? »
« Cederà da qualche parte. »
« Noi cederemo. Cederemo in Francia. Non si può continuare a far cose come nella Somme e non cedere. »
« Qui non cederanno » dissi.
« Crede? »
« No. È andata molto bene l’estate scorsa. »
« Possono cedere » dissi. « Chiunque può cedere. »
«Anche i tedeschi. »
« No » disse. « Non credo. »

(Si indugia spesso sul carattere difficile di Catherine Barkley. Mia madre, quando si arrabbia con me, sbotta questa frase: «Ho fatto bene a chiamarti Caterina. Tutte le Caterine, per quanto simpatiche, sono sempre un po’ stronze.»)


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