Berta filava, Còre, Matto e disperatissimo, Sud-est

Non c’è nulla di male nel fare un passo indietro e pensare. Nessuno può pensare e al tempo stesso colpire un altro.

La settimana scorsa una bella signora piena di ricci bianchi mi ha esposto, con una chiarezza sconcertante, il motivo per cui quando entra in una libreria si sente spaventata: «Mi viene chiesto di pagare quindici o anche venti euro per avere qualcosa che non so se mi piacerà. Quando apro un libro non riesco a trovare alcun indizio della sua compatibilità con me, anche se non sono una sprovveduta in materia: leggerò almeno una trentina di libri all’anno. Potrei fidarmi della quarta di copertina e a volte lo faccio, ma sempre con il sospetto di aver chiesto all’oste se il vino è buono. Quando entro in una libreria mi dirigo verso il mio angolo di fiducia, i miei autori conosciuti. Quando invece voglio navigare in acque sconosciute, prendo in prestito i libri in biblioteca: non corro alcun rischio così. Anche se sono consapevole di quanto questo mio atteggiamento possa portare a un’abitudinarietà delle letture, a oggi non ho trovato un metodo migliore.»

Così aveva risposto quando io, con sprezzante dispiacere, le avevo detto che una persona è tendenzialmente più disposta a comprare un paio di scarpe che un libro – come aveva commentato un amico che lavora nell’Adelphi del centro Italia a proposito delle fiere editoriali. La signora aveva ragione, da una parte: le scarpe, anche se per poco, uno le può provare, farci due passi, prima di spenderci sopra. E in parte aveva ragione il mio amico, sottolineando che forse quello di cui hanno paura le persone sono i contenuti, e come nel consumo sia forse ormai rassicurante una certa dose di frivolezza.

Arte e percezione visiva, Rudolf Arnheim

Ci sono alcune letture di cui non m’interessa prioritariamente lo stile e su cui quindi vado a colpo sicuro, letture che definirei “tecniche” ovvero di studio – anche se alcuni trattati filosofici assumono per me la bellezza di un romanzo perfetto, questo può anche non succedere, e comunque il saggio avrebbe assurto alla sua funzione, ovvero illustrarmi la realtà secondo Adorno o Schopenhauer, o espormi i fatti salienti accaduti negli anni ’50. La saggistica è una branca dell’editoria spesso non tenuta troppo in considerazione, ahimé: si pensa che interessi agli studiosi di una specifica disciplina, relegandola in un campo troppo ristretto. Alla signora chiederei, se fosse qui con me ora, «ha mai provato a leggere un saggio sulla fotografia anche se fa la maestra?». Questo perché posso dire senza esagerare che «Arte e percezione visiva» di Rudolph Arnheim ha cambiato radicalmente la mia esistenza, sebbene io non mi occupi di psicologia percettiva e anche se ho incontrato questo capolavoro solo perché avevo deciso di leggere un libro facoltativo indicato da un professore per un esame secondario. Il fatto che l’insegnante avesse indicato come obbligatorio un manuale sbilenco scritto da sua moglie e non il libro di Arnheim la dice lunga sulla sua idiozia, ma non posso comunque esimermi dal pensare che quella circostanza mi abbia insegnato qualcosa di molto importante, ovvero: in ambito di letture, perdersi usando un po’ di fiuto è quasi sempre una buona scelta. Decidere di perdersi conoscendo l’autore che si affronterà, o a grandi linee l’argomento di un saggio, porterà il lettore a imparare qualcosa di nuovo, e quindi a essere un po’ più libero. Mi direte che per fare questo non è necessario comprare il libro, e vi darò ragione: io stessa ho passato l’ultimo mese su un manuale molto interessante che ho preso in prestito in una biblioteca, e penso che solo ora che l’ho letto appassionatamente e scomposto a dovere lo comprerò. Ci sono però alcuni saggi che ho voluto avere subito per me, per poterli sottolineare e fare i miei commenti a margine (Arnheim è uno di questi): l’esperienza di lettura di un saggio è diversa da quella di un romanzo, o meglio, penso che per studiare un romanzo si debba maturare molto nella propria esperienza di lettore. Penso quindi che — almeno nel caso di un saggio — assecondare la propria voglia di possesso sia una mano santa, e non solo per i librai come me. Per i romanzi la questione è intricata ed estremamente soggettiva: io ho sempre comprato romanzi seguendo una non meglio identificata suggestione. Non sono una lettrice seriale, di pochi autori ho letto tutti i titoli: tendo a vagabondare molto, farmi colpire a volte dalla copertina, a volte da una recensione, spesso dalla casa editrice. Penso, in ogni caso, che anche leggere un romanzo brutto possa avere i suoi frutti: si affina il fiuto e si riesce ad argomentare sempre di più la diffidenza verso alcuni voci o alcuni stili — sono convinta che non ci sia altro modo per capire davvero se un romanzo è bello o no di leggerlo, e di leggerne anche tantissimi altri, e magari di leggere lo stesso romanzo a distanza di anni. Gli altri non te lo possono insegnare. E non possono convincerti, se senti più vicino a te Calvino di Moravia, che sia più giusto pensare il contrario. Penso sia per questo che le discussioni più animate che ho avuto fossero sui “miei” classici, e sui romanzi per me di merda.

Suburbio e fuga, Raymond Queneau

Si ha verso i libri un pensiero dicotomico molto simile a quello che storicamente è stato nostro riguardo alla spaccatura corpo/mente: ho sentito molte volte dire «quello che m’interessa, in fondo, è il contenuto del libro, non il libro in sé.» Non si farebbe lo stesso ragionamento per il famoso paio di scarpe, o per un vestito (in questi casi l’apparire coincide quasi con l’uso). Ma anche in un libro i paratesti, la carta e tutti gli elementi che di primo acchito giudicheremmo contingenti sono importanti nella scelta, seppure a un livello a volte inconscio. Ho avuto la presenza d’animo di chiedere alla signora «Non leggerebbe mai un libro con una di quelle fascette che urlano “CENTOMILA COPIE VENDUTE”, vero?» e lei è arrossita e ha fatto subito segno di no con la testa. Anche in noi lettori forti che ci pensiamo un po’ più alti e scollegati degli altri la componente percettiva ha il suo peso, ed è giusto così. Farsene guidare non è sbagliato, non più di pensare a un libro come a una sorta di nuvola impalpabile.

Dove dormono i bambini, James Mollison

Sono ormai diversi mesi che vado tre giorni a settimana nella libreria dal profumo di legno e carta. Nelle ore passate lì ho letto molti saggi della contrasto e delle edizioni dell’asino, svariati fumetti (leggere un buon fumetto mi dà un piacere luminoso e titillante, come fossi ancora bambina e stessi guardando un cartone animato per la prima volta – anche i fumetti li ho incontrati per caso, vagando nella cartolibreria vicino casa un pomeriggio che non volevo fare i compiti) e un sacco di libri per bambini di tutte le età. I “clienti”, se con questo nome orrendo li vogliamo chiamare, sono stati il più delle volte aficionados delle case editrici di cui abbiamo i libri. Mi sarei commossa al sentir qualcuno dire «Non conosco quest’autore, ma l’argomento m’interessa: proviamo!», ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi le persone si dirigevano verso un titolo con cui già erano familiari, quello compravano e non altri, e finita lì. Una solo fisicamente piccola eccezione la fanno i bambini, che anche in età non scolare sono affascinatissimi dai volumi variopinti che cerchiamo di tenere alla loro altezza: la loro curiosità non è legata direttamente alla spettacolarità del libro, perdono tempo tanto sui pop-up quanto sugli illustrati in due dimensioni. Spero sempre, quando vedo un nanerottolo di tre anni mentre cerca di decifrare un libro pieno di tradizionalissime figure e lettere, che quella curiosità gli resti viva, e che anche da grande di fronte a una pila di titoli non si senta spaventato ma pieno di fame come davanti a un banchetto imbastito solo per lui.

Inaugurazione libreria Lotto 49

Queste sono tutte cose che ho pensato ieri, mentre giravo tra gli scaffali nuovi e sfavillanti della libreria che alcune mie amiche hanno messo su, a Frascati. Camminavo tra i romanzi di piccole o grandi case editrici, e alcuni volumi saltavano all’occhio immediatamente: il pastello Adelphi, il bianco ISBN, fino alle mensole-libro TIC. Sono rimasta un po’ nella zona dei bambini, e ho trovato qualche titolo che sarebbe stato utile innanzitutto a me: uno addirittura affrontava i disordini alimentari – sicuramente ne avrei fatto un uso migliore del tremendo Barbablù, che ha popolato i miei incubi per anni senza insegnarmi nulla. Poi ho riso, bevuto birra, parlato con le neo-libraie di tante cose per me – e per loro – importanti: la scrittura, un certo lavoro e non altri, certe scelte e non altre. Attorno a noi un luogo diverso da un negozio di scarpe, che per nascere ha bisogno di molto più coraggio e molta più testardaggine, ovvero cose strettamente legate all’amore. Andandomene ho pensato che documentarsi, cercare e proporre parole belle andrebbe considerato un irrinunciabile servizio pubblico (quello che diceva Primo Levi sulla scrittura), non un gesto anacronistico e un po’ matto. Ho pensato anche che allestire e gestire uno spazio in cui le persone si sentano libere di leggere, che per come lo vedo è un atto estremamente intimo, necessita di grande empatia, grande delicatezza e molto fiuto. Bisogna far fidare il lettore di sé, suggerirgli senza imporsi la propria autorevolezza, espressa nei dorsi messi in fila. Bisogna essere brave davvero, e loro lo sono. Tocca al lettore lasciarsi guidare dal benedetto caso che, se sei nel posto giusto, insegna e non ferisce.

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