Berta filava, Matto e disperatissimo, Sud-est

Onighiri

George Psalmanazar si spacciò per il primo formosano in Europa: era biondo e chiaro di carnagione, ma diceva di esserlo perché i nobili nel suo paese vivevano sottoterra. Era un simpaticone che viveva di espedienti e aveva trovato una soluzione piuttosto creativa: anche se persino i suoi contemporanei dubitavano di lui, aveva un’aria così sicura di sé ed era così piacevole che la corte inglese lo lasciò fare. Era un periodo piuttosto problematico per l’Inghilterra, e un personaggio esotico che abbracciasse l’anglicanesimo deprecando i gesuiti faceva molto comodo.

Funerale a Formosa

Nel 1704 Psalmanazar scrisse An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan. È un libro degno di nota perché riporta il supposto alfabeto di Formosa, come anche la traduzione del Credo, del Padre Nostro e di varie parole di uso comune in formosiano: per questo Psalmanazar rientra a pieno titolo nella schiera di chi inventò una lingua utopica, tradizione iniziata da More e ancora piuttosto viva. Il nostro George dichiarava fin dal titolo l’appartenenza di Formosa al Giappone, cosa negata dai gesuiti che avevano compiuto esplorazioni in Asia e descrivevano l’isola come parte della Cina. Ma in quel periodo i gesuiti erano il male, in territorio britannico nessuno se li filava, e George conosceva la regola fondamentale per una bugia riuscita: depistare il più possibile.
Nel 1706 Psalmanazar confessò di essere un impostore: la sua pantomima non poteva durare a lungo, il mondo si stava ingrandendo e c’erano sempre più voci discordanti rispetto alle sue teorie. Così decise di iniziare a farsi di oppio, studiare teologia e non dare corda a chi lo prendeva in giro per le follie giovanili – tra questi, anche un certo Jonathan Swift.

Onighiri, a.k.a. ambrosia

Vicino casa mia c’è il paradiso. Si chiama Sushi Sun ed è il mio posto preferito insieme alla pizzeria Margarì e alla spaghetteria A casa di Alice. Fino all’anno scorso non avrei mai rifiutato se mi avessero offerto una pizza: oggi non rifiuterei mai se mi offrissero un temaki, un onighiri o un california ebi tem. Sono consapevole che probabilmente queste pietanze in terra natìa hanno un sapore molto diverso, di cui la versione italiana è solo una pallida imitazione; per questo a volte, quando vedo arrivare la piccola cameriera con l’incisivo scheggiato che fa ondeggiare ritmicamente la coda di cavallo mentre tiene in mano la mia barca di sushi, penso alle orrende fette di prosciutto in contenitore di plastica che ho visto una volta in Austria – sopra c’era scritto “100% italiano!”, erano così brutte che ero tentata di fotografarle. Ma per le mie papille barbariche il sapore di quell’alga è puro sogno, e così ci torno periodicamente, appena ho venti euro da spendere e la pancia pronta per un all you can eat come si deve.

Kim Daul


In questi giorni ho scoperto tre persone dal sapore agrodolce. La prima è Kim Daul. Era una modella sudcoreana che si è impiccata a vent’anni, siccome aveva un blog tutti lo hanno spulciato per tirar fuori qualche citazione adatta a uno spirito suicida: in realtà in molti casi dimostrava un bell’umorismo capace di dissacrare gli aspetti frivoli dell’ambiente in cui era calata (un bell’esempio è questo post Jezebelcome sempre mette i dovuti puntini sulle i rispetto alla strumentalizzazione via web di questa morte). In una parola, Kim Daul era fichissima, e dopo le polemiche perché aveva posato a petto nudo e con i capelli ossigenati si chiedeva il motivo di tutto quel casino da parte dei suoi connazionali: a grandi linee il post diceva “prima di essere coreana sono me. Se una ragazza occidentale si tingesse i capelli di nero nessuno farebbe storie”. Il suo sito è pieno di spunti, e non sul suicidio. Anche se sono stata la prima a leggerlo con lo spirito profanatorio di chiunque approcci testimonianze lasciate da gente che si è uccisa.

My little dead dick — Pat Pat

Le altre due persone agrodolci che ho scoperto ultimamente si chiamano Patrick Tsai e Madi Ju. Lui, che si fa chiamare Pat Pat, è un taiwanese cresciuto negli U.S.A., mentre lei è cinese. Si conoscono su Flickr, ammirano le foto l’uno dell’altra e si incontrano fisicamente a Hong Kong. Si innamorano e fanno partire un progetto, My little dead dick, ovvero la documentazione fotografica del loro lungo viaggio amoroso in tutta l’Asia. Diventano famosi grazie alle loro istantanee così intime e ironiche: iniziano a collaborare con converse e Vice. Dopo un anno esatto, nel 2007, il progetto My little dead dick finisce, ma la chiusura definitiva è del 2008: il giorno del terremoto in Cina i due si lasciano. La spiegazione non c’è, c’è solo il titolo: we broke up. Se poi uno va a cercare in giro (io, naturalmente, l’ho fatto), scoprirà una storia piuttosto normale: gli attriti tra i due che diventano quotidiani, lui che conosce una nuova ragazza ma vuole prima chiarire le cose con lei, lui che confessa, lei che lo sbatte fuori di casa e lui che si fa un tour giapponese dormendo a casa di amici. Giappone a parte, alzi la mano chi non ha mai vissuto queste cose. Alzi la mano chi non ha mai sentito l’emozione della prima volta con qualcuno. Alzi la mano chi non ha mai visto il partner come un bambino, qualcuno di fresco e puro che fa delle cose normali eventi completamente nuovi. Loro hanno fotografato tutto questo: è difficile non amarli.

My little dead dick — Madi Ju

Pat Pat e Madi Ju sono stati ribattezzati “i John Lennon e Yoko Ono della fotografia”. Nel loro flickr i primi chiamano i secondi “our heroes”. La differenza tra le due coppie è che i carini di My little dead dick hanno entrambi gli occhi a mandorla – secondo me, by the way, è un razzismo verso gli occhi a mandorla ad aver reso Yoko Ono la cattiva della storia. Certo, lei si è impegnata mettendo il copyright anche sull’aria respirata da John, ma… Beh, non impegoliamoci.

In questo primo giugno mi piace pensare che anche se non so una parola di nessuna lingua orientale, ho scoperto queste persone nuove, diverse e simili a tutti. Taiwan, la Cina, il Giappone e la Corea non sono lo stesso posto, ma da così lontano hanno un’aura esotica che li accomuna, come sono accomunate nel menu del Sushi Sun. Lo spirito di Psalmanazar è duro a morire: se ti concentri su cosa dice una persona, puoi crederla orientale anche se è bionda.


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One thought on “Onighiri

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