Berta filava, Sud-est

Nessuno batte Brezny

Moebius

Il mio oroscopo di questa settimana – naturalmente è quello di Brezny – dice così:

Ossessioni. Incantesimi. Infatuazioni. Manie. Feticci. Alcuni astrologi pensano che voi Bilance siate immuni da queste sconvenienti ma a volte deliziose espressioni dell’animo umano. Sembrano convinti che voi amiate troppo l’armonia e l’equilibrio per subire il fascino di una passione ammaliante che cattura tutta la vostra attenzione. Ma io non sono d’accordo con loro. Forse è vero che siete più capaci dei nati sotto altri segni di essere obiettivi sulle vostre fissazioni. Ma ciò non diminuisce necessariamente l’intensa emozione che provate quando si scatenano e catturano la vostra fantasia con la forza di mille canzoni d’amore. Qual è il mio consiglio? Continuate a godervele.

Faccio parte dell’umanità che legge «Internazionale» sul tram. Sono anche stata abbonata qualche anno fa, è stato il regalo di compleanno più azzeccato dopo tanto tempo – quest’anno mi hanno regalato un abbonamento a «Linus», il mensile della mia adolescenza. L’anno prossimo vorrei iscrivermi a «Wired». Se un giorno sarò ricca, tra le prime cose che comprerò ci saranno gli abbonamenti a queste tre testate, più una bicicletta (con le marce oppure con il freno a pedale), una vaporiera in ceramica, un’automobile elettrica e uno stock di pantaloni di lino. Rileggendo questa lista mi dico che sono davvero una lettrice di «Internazionale». Lo sono così tanto che ricordo un articolo di tanti anni fa in cui si usava la prosa frizzantina e arguta tipica del settimanale per descrivere una cittadina macrobiotica tedesca. Si parlava di bambini vestiti solo di cotone biologico con genitori giovani e snelli che si occupavano a vario titolo di cultura (grafici, giornalisti, fotografi): tutti vestivano casual e colorato, tutti giravano in bicicletta, nessuno aveva la televisione ma tutti possedevano un mac. L’articolo denunciava la distopia che si era venuta a creare nella cittadina, ravvisabile soprattutto nella predominanza di abitanti bianchi e tedeschi direttamente conseguente all’alto reddito necessario a vivere nel paese delle meraviglie biologiche. I commercianti erano i più discriminati, perché dovevano (naturalmente) certificare al minimo dettaglio la provenienza delle loro merci e il loro essere rispettose dell’ambiente. Un signore turco che viveva in Germania da decenni era stato costretto a chiudere la sua bottega per queste ragioni.

Gli articoli scelti per «Internazionale» sono così brillanti da portare all’autocritica la stessa comunità ben definita di chi li legge. Persone che il più delle volte sono grafici, giornalisti, fotografi, mangiano e vestono biologico e girano in bicicletta. L’unica cosa che mi discosta dal gruppo umano di cui sopra è che sono povera, e che per questa ragione non posso permettermi cibi della qualità che vorrei. C’è dell’altro: vivo in un quartiere multietnico, una borgata colorata, casinara e polverosa, e la amo molto più di quanto abbia amato Via Merulana, con tutti quegli alberi rigogliosi messi in fila per incorniciare Santa Maria Maggiore e gli americani seduti ai tavolini dei bar che mangiano piatti di pasta poco invitanti alle quattro di pomeriggio. Ma a pensarci bene ci sono molti più bar biologici al Pigneto che a via Merulana, e forse anche questa è una sparata da lettrice di «Internazionale» – del resto, prima o poi bisogna accettare di far parte di un gruppo, anche se quello di cui farei parte secondo questi ragionamenti tende a prediligere l’individualismo.

C’è qualcosa che ho pensato leggendo i miei oroscopi degli ultimi mesi e che mi ha portato a non condividerli più su facebook, come fanno molti dei miei amici che spesso commentano i vaticini di Brezny con frasi del tono di «Rob, quante ne sai!»: ho pensato che quelli di Brezny, più che oroscopi, sono i consigli che vorrei sentirmi dare da un amico dionisiaco – Rob ultimamente non fa altro che consigliarmi di sciogliermi, godermi la vita, bere di più, darmi alla pazza gioia. Lo chiamo Rob perché usa un tono informale, e il suo ritratto disegnato vicino al titolo mi fa pensare a uno zio hippie che si fa ancora le canne e le fumerebbe volentieri anche con me, se solo io me le facessi (forse sa che non mi faccio le canne ed è per questo che mi consiglia di sciogliermi – oh, whatever). Del resto, io (come qualunque lettore di «Internazionale») non leggerei mai un oroscopo classico: vita, salute, lavoro – è una palla e scovi subito gli errori di previsione. In un articolo (indovinate su quale giornale?) Brezny spiegava come aveva iniziato a fare oroscopi e ammetteva candidamente che li scriveva sotto l’effetto di droghe, e che il suo obiettivo non era l’effettiva validità astrologica ma produrre degli esercizi di stile piacevoli che aiutassero le persone a vivere in modo più rilassato. Penso dunque che il punto forte di Rob non siano le capacità divinatorie ma la sua penna divertente e gradevole: il fatto che siano oroscopi, in fondo, è secondario. Il loro uso più adatto sarebbe leggerli tutti e decidere qual è il più simpatico dei dodici. Ci ho provato: Rob consiglia più o meno a tutti di sciogliersi, usando sempre un sacco di metafore lisergiche. Mi ricorda il mio caro amico Samuele, che dopo il suo viaggio in India mi ripeteva spesso il suo mantra shanti shanti.

Un bell’articolo su una rivista fichissima che ho scoperto da poco (si chiama «Studio» e l’abbonamento costa solo trenta euro – spero che qualche mio amico stia prendendo nota) mi ha fatto tornare ai miei ragionamenti su Brezny. S’intitola Il manuale di studio di Groupon e si sofferma sulle «newsletter graziose e stupidine» che propongono pulizie dentali, ricostruzioni delle unghie e cene di pesce economiche come lo farebbe Woody Allen. Sono brani brevi, veloci e divertenti: sebbene le unghie al gel mi facciano schifo, gli annunci elencati nell’articolo mi sono piaciuti così tanto che ne ho letto uno ad alta voce al mio coinquilino. Per scriverli, Groupon ha elaborato delle precise direttive stilistiche chiamate in modo accattivante “Groupon Voice”, c’è un Editorial Department e una bibbia scrittoria, il Groupon Editorial Manual. Il tono è simile a quello di Rob quasi su tutta la linea, anche se essendoci un acquisto di mezzo il brano dev’essere informale ma non intimo: il lettore «deve sentirsi libero di seguire una storia, e non forzato a condividere o peggio comprare qualcosa». Il concetto è scrivere una pubblicità che non abbia nulla della pubblicità. Accostare cani ad armadi, edicole ad astronavi, treni a pizzerie e vedere cosa succede. Rodari, a ragione, pensava che questa fosse la prima scintilla per raccontare una storia: è la teoria del binomio fantastico illustrata in Grammatica della fantasia (il primo binomio è suo).

[…] il grazioso spam di Groupon ha già avuto l’onore dell’imitazione. «Vanity Fair America» propone un deal scritto da Sofocle: «Contrariamente a recenti articoli in diversi giornali per bambini, seppellire segretamente il corpo di un fratello ammazzato lasciato all’aperto a essere divorato dai lupi non è l’unico modo per essere in forma quest’estate» (per un corso di Pilates). Don DeLillo invece presenta un’offerta di pulizia del viso: «Se il ciclo di Baader-Meinhof di Gwerhard Richter ci ha insegnato qualcosa, è che l’interazione umana è, nella sua forma più basilare, un tipo di terrorismo. Oh, e anche che non saprai mai quando verrai fotografato».

Non so se sia venuto prima Groupon o la famigerata dieta Dukan, ma leggendo il Diario di una dieta Dukan di Serena la Rosa ho sbalordito. L’autrice spiega che iscrivendosi al sito della dieta (e pagando) si riceve tutti i giorni una mail con le “consegne del giorno”. La mail minatoria ha sempre, per finale, una storiella balzana che dovrebbe accendere la motivazione di chi vuole perdere qualche chilo.

Tra gli aborigeni australiani, esisteva un costume primordiale che prendeva di mira il marginale che trasgrediva alle leggi del gruppo. Un giorno, il capo, lo stregone e il “guaritore” andavano a dissotterrare l’osso simbolico,un femore di un santo antenato, venivano davanti alla soglia della sua capanna e,brandendo il temibile osso, proferivano qualche maledizione rituale. Nel breve spazio di una settimana, l’uomo maledetto moriva deperendo interiormente. […] Mi auguro allora che tutto questo rafforzi la sua motivazione.

Uno dei film della mia infanzia è Il mio nome è nessuno. Sono perfettamente conscia di non poter essere obiettiva a proposito, ma me ne infischio: per me è un capolavoro, nella misura in cui è infarcito di scene che mi rapivano quand’ero bambina (Terence Hill sporco di fuliggine, in piedi nella locomotiva che viaggia veloce, mentre mangia fagioli cannellini direttamente dalla padella – per mesi ho rifiutato tutti i legumi che non fossero fagioli cannellini e ho litigato furiosamente con mia madre perché volevo mangiare dalla padella antiaderente col cucchiaio di metallo, graffiandole tutto il set) come anche di significati che a tutt’oggi mi paiono pregnanti e fulgidi (il mucchio selvaggio e la parabola sulla fine del west/fine della giovinezza). L’aneddoto del pulcino è l’unione tra questi due piani: è una favoletta bislacca che spiega esaurientemente una verità puntuale e non troppo ovvia della vita di chiunque, una morale che non a caso viene svelata nel finale del film. Da ragazzina ero ipnotizzata dal racconto di Nessuno, oggi ripeto il finale con l’aria compassata di Beauregard.

NESSUNO: «C’era un uccellino che non sapeva ancora volare. Durante l’inverno, in una notte fredda, ruzzola giù e finisce su un sentiero. Comincia a gridare: “PIO! PIO! PIO!” come un matto. Sta per morire di freddo. Ma, fortuna per lui, ecco che arriva una vacca che pensa di scaldarlo. E così alza la coda e SPLAT! una margherita bella fumante, grossa così. L’uccellino al caldo è tutto contento, allora tira fuori la testolina e ricomincia: “PIO! PIO! PIO!”, più forte di prima. Ma un vecchio coyote lo sente e arriva. Allunga la zampa e lo tira fuori dalla cacca. Lo pulisce per benino e poi se lo ingoia in un solo boccone. Il nonno diceva che la morale c’è, ma che bisogna trovarsela da soli.»

VECCHIO: «A me queste storie di merda mi fanno scoppiare la testa!»

BEAUREGARD: «Tu credi ancora nelle favole, vero?»

NESSUNO: «Eccome.»

Sarà proprio Beauregard a trovare il significato del raccontino, che definisce amaramente «la morale dei tempi nuovi»:

Non tutti quelli che ti buttano della merda addosso lo fanno per farti del male. Non tutti quelli che ti tirano fuori dalla merda lo fanno per farti del bene. Ma soprattutto: quando sei nella merda fino al collo, stai zitto.

Le conclusioni possono essere numerose. Innanzitutto chi usa una storia bizzarra, sfrutta il nonsense o in generale trasla dal linguaggio ordinario a quello informale/simbolico per dire qualcosa (qualunque cosa) aggiunge all’informazione in sé e per sé un livello in più. La comunicazione non è più legata ai contenuti in senso stretto ma al modo in cui sono espressi; è un divertissment e quindi in una certa misura un esercizio di stile a scopo d’intrattenimento. Si potrebbe pensare che la forma del messaggio ne migliori anche il significato: questo è vero solo in alcuni casi (ovvero quando la storia è “solo” una storia: l’oroscopo del vecchio Brezny, che per stessa ammissione dell’autore non ha nessuna validità astrologica – ammesso e non concesso che esista un oroscopo più attendibile di un altro). Ma quando qualcuno ti vuole vendere una marmitta e per farlo paragona le sue sinuosità a quelle di un fiume che potresti raggiungere quando avrai comprato la marmitta e aggiustato la macchina, vuole venderti la stessa marmitta che in un altro negozio ti verrebbe descritta per quello che è: un componente della tua automobile. Sicuramente è più piacevole sentire una storiella edificante che scambiarsi informazioni scarne, ma siamo sicuri che sia sempre la cosa migliore? Non penso sia etico usare la fantasia a scopo di lucro, o per incentivare un dimagrimento dalla dubbia valenza deontologica: in questo caso, anche se il prodotto pubblicizzato è buono, la fregatura c’è comunque – e sta nell’idea che raccontare una favola a un adulto serva a vendergli qualcosa. Che è il ragionamento sottostante a tutte le pubblicità, anche se gli esempi che ho portato provano una particolare breznyzzazione dell’advertisment negli ultimi tempi.
Dukan ha portato milioni di persone ad assumere l’olio di vaselina sentendosi trendy: forse siamo già nella merda fino al collo. O forse, come suggerisce Brezny, dovrei solo farmi una canna e stare tranquilla.

Max Headroom

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2 thoughts on “Nessuno batte Brezny

  1. Marco ha detto:

    Attenta a non scrivere troppo bene allora!! Rischieresti di fare pubblicità al tuo blog…
    Un’ottima profilassi sarebbe l’inserimento di pezzi di prosa ‘alla Hegel’ (la bandiera della cura esclusiva per i contenuti).

    • Caro Marco, grazie del commento. Per avere una prosa hegeliana penso che dovrei iniziare direttamente con gli acidi. E poi la fantasia le storielle e il tono informale sono cose buone e giuste, finché non cerco di vendervi marmitte o pulizie del viso… O no?

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