Corpo, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

BECAUSE we are angry at a society that tells us Girl=Dumb, Girl=Bad, Girl=Weak.

Porci con le ali

Laura era magra come un chiodo, con i capelli neri liscissimi sempre legati e il reticolo delle vene ben visibile sotto le tempie. Portava sempre i jeans, sempre appesi con una cintura rossa alle ossa dei fianchi – a volte, da sotto la canottiera, affiorava un po’ della pelle tesa attorno all’ombelico, e la parabola stretta e concava del suo addome mi pareva una forma geometrica disegnata con autocad. In quel periodo bazzicavo architetti e lei era tra questi, dalle Canarie allo IUAV: «non ci chiamiamo canarini e neanche spagnoli, siamo canarios».
Il suo aspetto da preadolescente non le impediva di avere una sensualità diretta, forte, proiettata attorno dagli occhi neri a mandorla e da un italiano spagnoleggiante e arrotato. Usava bene le sue armi, e quando fumava sembrava l’unica al mondo con una sigaretta in mano. Mi piaceva da morire, e mi avvicinavo a lei con un po’ di soggezione; era amichevole e a tratti materna con me, in assetto protettivo verso la piccola del gruppo.
Con le mani scavate e le dita lunghe stringeva il bicchierino di bianco e la tartina al baccalà mantecato, quella mattina che con le bollicine nel naso e l’allegria dei compagni di bevute abbiamo avuto una discussione semiseria sulle differenze linguistiche nel vocabolario sessuale tra italiano e spagnolo. È stata lei a sottolineare la differenza di genere tra le due lingue: «ho osservato come voi italiani dite “attaccati al cazzo”, “non rompere i coglioni”, e anche quando dovete imprecare dite “cazzo”. Qui a Venezia è tutto un “t’à sboro”. Noi invece usiamo coño come intercalare: da donna posso dire comeme el coño a chi mi dà fastidio. Si può dire che l’italiano è una lingua fallica mentre noi siamo vulvari? Sarebbe bello uno scambio linguistico per portare un po’ di parità.»
Oggi ho scoperto che c’è anche una pagina wikipedia dedicata alla patata spagnola, che traduce coño in fuck. Gli anglofoni non parteggiano e preferiscono l’azione, insomma.

Penso che sia giusto sollevare la questione della violenza sulle donne. Mi sento in difficoltà tutti i giorni, quando esco di casa e vengo apostrofata da uno o più trogloditi, e so che più farà caldo peggio andranno le cose. Ho pensato davvero spesso che mi piacerebbe saper menare le mani: a volte ho avuto paura, e come giustamente sottolinea Bordone potrei raccontare molti episodi di invasione indebita di campo da parte di sconosciuti, e per “invasione indebita di campo” intendo anche l’esibizionista che mi ha mostrato i gioielli quando stavo tornando dal ginnasio, a mezzogiorno, in una strada deserta del mio paesello di diecimila anime. Non avevo mai visto un pene a parte quelli dei miei fratellini al mare, e lui mi disse «lo vuoi?» mentre io capivo cosa mi stava facendo vedere e diventavo di sale.
So che non è questo il punto, ma quanto era probabile che io rispondessi «Certo che lo voglio. Adesso salgo nella tua macchina e me lo prendo»? Quante possibilità ci sono, oggi, che io risponda a un uomo che mi fischia per strada cose che non siano male parole? No, non rispondo agli scimmioni, faccio sempre la parte della giovane donna sorda. Ma solo perché sono piccolina e ho paura. Altrimenti farei volare un sacco di pizze – ovvero il film mentale con cui mi consolo tutte le volte che qualcuno mi fa vergognare di essere una ragazza.
Ecco, il punto è questo: la vergogna che si prova dopo e che mi fa ingobbire e coprire con lo scialle che mi porto sempre dietro e pensare «perché ho messo questo vestito oggi?», anche se solo per un secondo.

A quattordici anni (poco dopo la piazzata del maniaco) ho avuto uno screzio con i miei genitori: non volevano che leggessi Porci con le ali. Li ho chiamati Torquemada e mi sono finita il libro in un pomeriggio. Ho sempre portato le minigonne, anche quando non ero magra come oggi; e penso sia tanto maschilista chi mi fischia per strada quanto chi mi tratta in modo affettato per questo. La minigonna non l’ho messa per te, l’ho messa perché mi piace e sono cosciente di essere carina. Se ti piaccio ci puoi provare con me, rifiuterò con garbo. Tutto il resto è sforare, tanto quanto sforano le bacchettone per cui minigonna=donna vittima del mercimonio capitalistico — credo il mondo sia pieno di donne maschiliste, e tra queste ci sono alcune femministe coi baffi che mi hanno trattato con sufficienza perché mi trucco, mi piace comprare vestiti e porto scarpe alte. Ora scusate, vado a trasformare i miei jeans in un bel paio di shorts.

Alcuni miei amici correggono le bozze per una casa editrice che, tra le altre cose, pubblica harmony a tinte forti per donne sole. Si sono rovinati gli occhi a furia di alabarde che sfondano portoni, fiori bagnati di rugiada, cavalli possenti che s’imbizzarriscono. Ora, posto che queste metafore sono così trite che fuori da Trieste il termine “alabarda” significa solo “cazzo”, mi chiedo perché ci siano donne che abbiano bisogno di questo sesso, e credo che la cosa sia legata alle riflessioni qua sopra. A me piace il sesso fatto e descritto in un certo modo: mi piace Tondelli e Porci con le ali, mi piacciono le donne di Fellini e lo sguardo marpione di Tognazzi. Mi piace il realismo, anche sboccato, se gestito bene. Ad Anaïs Nin e Miller ho preferito il caro Ginsberg. Naturalmente per me, su tutti, il romanzo erotico per eccellenza resta Lolita. Quello che voglio dire è che è giusto parlare di sesso: è giusto farlo chiamando le cose con il loro nome, o anche scherzandoci sopra, ma metterci un velo – che sia una polemica sulla minigonna o una similitudine orripilante – è stupido e controproducente, soprattutto per noi donne che siamo sempre puttane o suore. Non parlarne, non affrontarlo e non vederlo come una parte bella e divertente della vita è sintomo di quella vergogna strisciante che permette ad alcuni uomini di urlarci «A’ fata» per strada e sentirsi perfettamente normali. Parlare di sesso, viverlo serenamente e gioiosamente, è quello che può permetterci di zittire con un comeme el coño chi ci infastidisce, senza farci scalfire.

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Berta filava, Da lontano, Matto e disperatissimo, Sud-est, Testaccia mia, boccaccia mia

Le ricordanze

Pistrice

Qualche anno fa – era il 2006 e io avrei dovuto studiare per l’orale della maturità – sono stata invitata a un matrimonio all’Aquila. Si sposava una persona che avevo visto due volte in vita mia, ma con cui ero intima abbastanza da essere tra gli invitati, e ben felice di percorrere seicento chilometri per baciarla. È stata una giornata bellissima durata quarantotto ore. Il matrimonio era di Manuela, Mardin. Al tavolo con me c’era Stark e abbiamo riso tutto il tempo. Poi c’era Silvana con cui ho fatto il viaggio e diviso la stanza: kabbalah&cabbages. E tra i tavoli, aerea con i suoi ricci neri corti e gli occhi azzurro ghiaccio, c’era Sara, cioè Frieda; e anche Omar, cioè MullahOmar, che si è sposato tre anni dopo a Brescia (c’ero, ho anche pianto). Oltre a questi, che già facevano parte di una mia cricca mentale, c’erano Dadaumpa, Jtheo, Buffapersonazeta, nnoia e un sacco di altre persone che mi ripetevano «hai solo diciotto anni: domani sarai l’unica a svegliarsi come un fiore, mentre noi saremo uccisi dai postumi». Ed effettivamente così è andata, anche se ci avevo dato decisamente dentro fregandomene dei gradi alcolici da non mescolare.

Non ricordo quando ho letto per la prima volta il blog di Manuela. Ricordo però che era la roba più fresca che si potesse trovare su internet, e io avevo fame. Una volta in un post parlò di parrozzi e ne promise uno ai lettori tra i commenti, io le ho mandato il mio indirizzo e ho ricevuto un libro. Il suo. Mi ha sfamata molto più del dolce. Mardin era sveglia, sfaccettata, sfrontata, fuori dai denti. Aspettavo i suoi brani fremendo. Dai commenti, poi, ho conosciuto tutti, a pioggia: Omar, Silvana, Sara, persone che (come Manu) ancora sento e vedo e che mi sono care, che ho incontrato per le loro parole, i loro pensieri – su cui ancora si basano i nostri rapporti. Lo stesso vale per Gianmatteo, che fa parte di un’altra cricca di blogger – ho addirittura diverse compagnie di quel periodo splendido che credo dovrei mettere sotto l’etichetta 2.0, o anche adolescenza.

Le cose sono un po’ cambiate, dal 2006. Alcuni – la maggior parte – hanno chiuso il blog alla spicciolata, o l’hanno lasciato lì, aperto e fermo — così ha fatto Mardin. L’ultimo post si chiama in cor mi regna l’antico amor e spiega perché ha deciso di fermare uno spazio caleidoscopico e vivissimo, con mio grande dispiacere. Penso che Manu abbia sollevato molti problemi seri – come riusciva a fare in ogni suo scritto – in quest’ultimo pezzo; ma c’è anche la parte di me che è rimasta su Internet, e che la pensa in modo leggermente diverso.

solo per dirvi che ultimamente ho difficoltà a riconoscere la rete e tutta l’intelligenza che ci scorreva prima. nel frattempo la mia vita è cambiata ma io ho resistito, sono stata più forte e sono come prima, più di prima. non ho perso le parole. non me ne faccio niente di cento caratteri. io sono ancora per la lunghezza, per l’approfondimento, per la rilettura. non m’importa sapere se ti piace quello che ho scritto, mi importa sapere che ne pensi. non mi interessa sapere se sei al terzo caffé, né dove hai mangiato a pranzo. io vorrei sapere chi sei e un tot di marche e una decina di abitudini (tipicamente così mainstream da spingere alla misantropia) non aggiungeranno niente. certo: per dirmi chi sei occorrerebbe saperlo. occorrerebbe, soprattutto, avere la voglia di chiederselo. e proprio quella, credo, sia ormai scomparsa. l’importante è essere riconoscibile agli occhi di quelli sulla giostra: mangiare negli stessi posti degli altri, con ai piedi le stesse scarpe, con la stessa vacanza prenotata a fine luglio e far finta che basti. a me non basta. ed è sempre più difficile incontrare delle persone. a me piace perdermi. andare in una nuova città e girare. fermarmi dove mi va e non dove centinaia di persone che non sanno niente di me mi hanno detto di andare. il piacere, la felicità, anche nei viaggi, viene ridotto a una lista di cose da fare, di cose da avere. e il senso stesso dell’esperienza non esiste più.

La storia, in spicci, è questa: dopo l’apertura di tanti e vari social network, c’è stato l’esodo dei blogger sulle nuove piattaforme veloci e immediate. Morìa delle blog-vacche. Io stessa ho diminuito mostruosamente il numero di post, anche se ero approdata su Facebook a nome Cate Ventisei, pensando che così avrei mantenuto chiare le priorità. Poi ha chiuso splinder, e io non ho trasferito cinque anni di blog da nessuna parte, rendendomi conto che era il momento di decidere che farmene della scrittura online. Ho aperto questo blog e l’ho fatto diverso da quelli precedenti. Mi sono anche iscritta a twitter: siccome sono la prima a stare con il piede in due scarpe, penso che la situazione sia un po’ più complessa di un semplice passaggio da blogopalla a socialpalla.

Il paragone tra libri e blog che fa Manu, l’idea che un libro necessiti di una riflessione simile a quella di un post, mentre centoquaranta caratteri siano necessariamente frivoli e stupidini, mi ha ricordato la diatriba tra callimachei e poeti epici. Io, manco a dirlo, ho sempre tifato per i callimachei – e lo facevo già ai tempi del 2.0, quando i giornali tuonavano che i post avrebbero stravolto la lettura, impigrito le menti, ucciso il romanzo. Non è andata così: è andata che si è scoperto che su Internet  è meglio scrivere brani brevi (grazie al cazzo, aggiungerei col mio solito francese). E su cosa significhi “breve” si può discettare a lungo (passatemi il pun): la rete se n’è accorta, perché di posti dove lasciare note, pensieri, status o vattelappesca sono spuntati come funghi negli ultimi anni. Tra l’altro, coincidenza ironica, quando mi sono iscritta su Twitter i primi contatti che ho aggiunto sono stati quelli delle case editrici: o meglio, delle case editrici che non si sono fatte spaventare dallo schermo (le stesse, penso, che non percepiscono l’e-book come uno spauracchio). Einaudi è un’eminenza grigia anche in questo campo, e ricordando come le short-short stories arrivino da molto prima dell’uccellino azzurro ha lanciato la sfida #storiebrevi. I risultati, quando non sono capolavori, sono perle d’ingegno a volte meta-narrativo o meta-editoriale: Provò a scrivere #storiebrevi ma facevano tutte schifo; alla fine partorì un mattone, che faceva schifo pure lui, ma divenne un bestseller. (Margherita Dolcevita)

Insomma, un tweet può servire anche a parlare di cose diverse dal proprio pranzo. Anche se molti lo usano così: è la grossa fetta di internet che ribattezzerei “esticazzi”, che non comunica niente ma è convinta di sì. Al di là di questo, non credo che un pezzo “a misura di schermo” sia soltanto una frase su twitter – la prova è che spesso si cinguettano link ad altre pagine, incipit, indizi. O si twittano gli status di facebook – per me che vedo internet ancora come un gioco, questo è barare, o se non altro provare che al multitasking c’è un limite.

E ora veniamo all’altro orrore, fb. Osservavo con Gianmatteo una cosa: l’epoca dei blog è segnata dai nickname. Gianmatteo, per me e per un sacco di altra gente, era trentamarlboro. Io sono stata lacate, catecatecat, cateoctopuss. Facebook ha accolto nel web chi un blog non ce l’aveva, chi di nome aveva solo quello vero – e l’ha usato perché i profili sono aperti solo agli amici. Ci sono due conseguenze correlate e più o meno spaventose a questa cosa: la natura chiusa del giro faccialibresco annulla l’horror vacui che nel 2.0 portava a non usare il proprio nome vero e a non firmare i commenti minatori (i troll! ne avevo uno persino io); e oggi tutti hanno una pagina in cui fanno gli opinionisti usando nome e cognome. I “mi piace” che ricevono sono quelli degli amici: gente che, a vario titolo, già conoscono. È un circolo chiuso, non è come quando avevo diciassette anni e scoprivo schifezze e meraviglie vagolando a caso. È un circolo chiuso in cui l’intimità con gli “amici” è molto diversa da quella che avevo con i compagni di blog: ma perché sto parlando al passato? Per me la situazione è ben diversa. Su facebook ora ci sto col nome vero, come la gran parte dei miei amici blogger. Alcuni di questi scrivono ancora. Scrivono cose diverse o simili ai vecchi tempi, ma restando fedeli all’idea che internet serva a comunicare qualcosa. Ammetto che sono vittima della curiosità morbosetta che facebook può metterti addosso – andare a spulciare i cazzi degli altri pur sapendo che su quella pagina non ti sarà rivelato nulla di trascendentale; e mi rendo conto dell’idea falsata di vicinanza che questo social network può trasmettere. Non ritengo che sia il male assoluto, e ne faccio un uso frivolo, perché penso che sia una trovata intimamente frivola: ci scrivo frasi a effetto su cose stupide, ci carico sopra fotografie di cose curiose che vedo, e nella gran parte del tempo commento chi ne fa un uso intelligente o punzecchio amici che non vedo da tanto (Vipensiero, sto parlando di te). Percepisco facebook come un aggregatore in cui uno può piazzare le cose che fa e mostrarsi: le cose in sé si trovano su altre pagine. Anche in questo caso ci sono molte sfaccettature possibili, e anche se il mezzo è il messaggio chi sta dietro allo schermo ha una testa sola, e la responsabilità di comunicare qualcosa di sensato (o almeno divertente) è solo sua. Per “sensato” intendo “coerente al mezzo” – scrivere «oggi sono triste, il mondo è contro di me, la gente non capisce perché è cattiva» su facebook non ha senso. Per quello si va al bar e ci si ‘mbriaca con gli amici (provando, tra l’altro, che non si è soli al mondo: tutti hanno amici, anche la gente più odiosa).

Carlo M. Cipolla, che non era esattamente uno sprovveduto, ha scritto nel 1988 un piacevolissimo saggio breve intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana. Si può trovare pubblicato dal Mulino insieme al pamphlet Allegro ma non troppo, oppure in formato pdf qui. Teniamo conto delle prime tre leggi della stupidità:

Prima legge: Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

Seconda legge: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.

A questo proposito, la Natura sembra veramente aver superato se stessa. E risaputo che la Natura, piuttosto misteriosamente, fa in modo di mantenere costante la frequenza relativa di certi fenomeni naturali. Per esempio, che gli uomini proliferino al Polo Nord od all’Equatore, che le coppie che si uniscono siano progredite o sottosviluppate, che siano nere, rosse, bianche, o gialle, il rapporto maschio-femmina tra i nuovi nati è costante, con una leggera prevalenza dei maschi. Noi non sappiamo come la Natura ottenga questo straordinario risultato, ma sappiamo che per ottenerlo deve operare con grandi numeri. Il fatto straordinario circa la frequenza della stupidità è che la Natura riesca a fare in modo che tale frequenza sia sempre e dovunque uguale alla probabilità a indipendentemente dalla dimensione del gruppo, tanto che si ritrova la stessa percentuale di persone stupide sia che si prendano in considerazione gruppi molto ampi o gruppi molto ristretti. Nessun altro genere di fenomeni oggetto di osservazione offre una prova così singolare del potere della Natura.

La terza legge (aurea) della stupidità recita: una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.

Sebbene Cipolla abbia definito il suo studio un gioco, credo possa essere una buona guida anche per il caso dei social network. Il cruccio mio e di Gianmatteo era: perché alcune persone non sono intimidite dalla presenza del loro nome e cognome sulla loro bacheca facebook? Perché pubblicano foto di madre Teresa, citazioni di Fabio Volo, o peggio ancora esternazioni di profondissimi sentimenti, senza pensare che esiste anche una reputazione virtuale? Fanno un danno a sé stessi e agli altri, quindi fanno qualcosa di stupido. Appartengono, verosimilmente, a tutte le classi sociali, tenendo fede alla percentuale σ costante di stupidità. E sono sempre più di quanto una persona intelligente possa aspettarsi: infatti, tra tacere ed evitare una figuraccia e scrivere una cazzata vicino al proprio nome e cognome, un numero drammaticamente alto di persone sceglierà la seconda opzione. Sempre per la percentuale σ, Facebook svela questo meccanismo in chi aveva un blog stupido anche prima di affacciarsi sul mondo social e in chi non si sa regolare – che spesso è sinonimo di stupidità. Bisogna scremare sempre, anche se è più facile rimanere impantanati quando il cerchio si stringe: cercare di portare quello che di buono c’era nel 2.0 anche nel 3.0, comunicare qualcosa a più livelli (veloce, medio, lungo), avere la pazienza di leggere un post interessante e di riconoscere una frase che, per quanto breve, può portare da qualche parte (Giorgio Jannis si occupa di tutto questo – fa illuminante semiologia del web). E non dimenticarsi dei buoni libri, che non sono tutti i libri e che sono fatti di parole tanto quanto i post e i tweet, quasi a riconfermare che le parole giuste le si annusa volta a volta.

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Berta filava, Sud-est

Nessuno batte Brezny

Moebius

Il mio oroscopo di questa settimana – naturalmente è quello di Brezny – dice così:

Ossessioni. Incantesimi. Infatuazioni. Manie. Feticci. Alcuni astrologi pensano che voi Bilance siate immuni da queste sconvenienti ma a volte deliziose espressioni dell’animo umano. Sembrano convinti che voi amiate troppo l’armonia e l’equilibrio per subire il fascino di una passione ammaliante che cattura tutta la vostra attenzione. Ma io non sono d’accordo con loro. Forse è vero che siete più capaci dei nati sotto altri segni di essere obiettivi sulle vostre fissazioni. Ma ciò non diminuisce necessariamente l’intensa emozione che provate quando si scatenano e catturano la vostra fantasia con la forza di mille canzoni d’amore. Qual è il mio consiglio? Continuate a godervele.

Faccio parte dell’umanità che legge «Internazionale» sul tram. Sono anche stata abbonata qualche anno fa, è stato il regalo di compleanno più azzeccato dopo tanto tempo – quest’anno mi hanno regalato un abbonamento a «Linus», il mensile della mia adolescenza. L’anno prossimo vorrei iscrivermi a «Wired». Se un giorno sarò ricca, tra le prime cose che comprerò ci saranno gli abbonamenti a queste tre testate, più una bicicletta (con le marce oppure con il freno a pedale), una vaporiera in ceramica, un’automobile elettrica e uno stock di pantaloni di lino. Rileggendo questa lista mi dico che sono davvero una lettrice di «Internazionale». Lo sono così tanto che ricordo un articolo di tanti anni fa in cui si usava la prosa frizzantina e arguta tipica del settimanale per descrivere una cittadina macrobiotica tedesca. Si parlava di bambini vestiti solo di cotone biologico con genitori giovani e snelli che si occupavano a vario titolo di cultura (grafici, giornalisti, fotografi): tutti vestivano casual e colorato, tutti giravano in bicicletta, nessuno aveva la televisione ma tutti possedevano un mac. L’articolo denunciava la distopia che si era venuta a creare nella cittadina, ravvisabile soprattutto nella predominanza di abitanti bianchi e tedeschi direttamente conseguente all’alto reddito necessario a vivere nel paese delle meraviglie biologiche. I commercianti erano i più discriminati, perché dovevano (naturalmente) certificare al minimo dettaglio la provenienza delle loro merci e il loro essere rispettose dell’ambiente. Un signore turco che viveva in Germania da decenni era stato costretto a chiudere la sua bottega per queste ragioni.

Gli articoli scelti per «Internazionale» sono così brillanti da portare all’autocritica la stessa comunità ben definita di chi li legge. Persone che il più delle volte sono grafici, giornalisti, fotografi, mangiano e vestono biologico e girano in bicicletta. L’unica cosa che mi discosta dal gruppo umano di cui sopra è che sono povera, e che per questa ragione non posso permettermi cibi della qualità che vorrei. C’è dell’altro: vivo in un quartiere multietnico, una borgata colorata, casinara e polverosa, e la amo molto più di quanto abbia amato Via Merulana, con tutti quegli alberi rigogliosi messi in fila per incorniciare Santa Maria Maggiore e gli americani seduti ai tavolini dei bar che mangiano piatti di pasta poco invitanti alle quattro di pomeriggio. Ma a pensarci bene ci sono molti più bar biologici al Pigneto che a via Merulana, e forse anche questa è una sparata da lettrice di «Internazionale» – del resto, prima o poi bisogna accettare di far parte di un gruppo, anche se quello di cui farei parte secondo questi ragionamenti tende a prediligere l’individualismo.

C’è qualcosa che ho pensato leggendo i miei oroscopi degli ultimi mesi e che mi ha portato a non condividerli più su facebook, come fanno molti dei miei amici che spesso commentano i vaticini di Brezny con frasi del tono di «Rob, quante ne sai!»: ho pensato che quelli di Brezny, più che oroscopi, sono i consigli che vorrei sentirmi dare da un amico dionisiaco – Rob ultimamente non fa altro che consigliarmi di sciogliermi, godermi la vita, bere di più, darmi alla pazza gioia. Lo chiamo Rob perché usa un tono informale, e il suo ritratto disegnato vicino al titolo mi fa pensare a uno zio hippie che si fa ancora le canne e le fumerebbe volentieri anche con me, se solo io me le facessi (forse sa che non mi faccio le canne ed è per questo che mi consiglia di sciogliermi – oh, whatever). Del resto, io (come qualunque lettore di «Internazionale») non leggerei mai un oroscopo classico: vita, salute, lavoro – è una palla e scovi subito gli errori di previsione. In un articolo (indovinate su quale giornale?) Brezny spiegava come aveva iniziato a fare oroscopi e ammetteva candidamente che li scriveva sotto l’effetto di droghe, e che il suo obiettivo non era l’effettiva validità astrologica ma produrre degli esercizi di stile piacevoli che aiutassero le persone a vivere in modo più rilassato. Penso dunque che il punto forte di Rob non siano le capacità divinatorie ma la sua penna divertente e gradevole: il fatto che siano oroscopi, in fondo, è secondario. Il loro uso più adatto sarebbe leggerli tutti e decidere qual è il più simpatico dei dodici. Ci ho provato: Rob consiglia più o meno a tutti di sciogliersi, usando sempre un sacco di metafore lisergiche. Mi ricorda il mio caro amico Samuele, che dopo il suo viaggio in India mi ripeteva spesso il suo mantra shanti shanti.

Un bell’articolo su una rivista fichissima che ho scoperto da poco (si chiama «Studio» e l’abbonamento costa solo trenta euro – spero che qualche mio amico stia prendendo nota) mi ha fatto tornare ai miei ragionamenti su Brezny. S’intitola Il manuale di studio di Groupon e si sofferma sulle «newsletter graziose e stupidine» che propongono pulizie dentali, ricostruzioni delle unghie e cene di pesce economiche come lo farebbe Woody Allen. Sono brani brevi, veloci e divertenti: sebbene le unghie al gel mi facciano schifo, gli annunci elencati nell’articolo mi sono piaciuti così tanto che ne ho letto uno ad alta voce al mio coinquilino. Per scriverli, Groupon ha elaborato delle precise direttive stilistiche chiamate in modo accattivante “Groupon Voice”, c’è un Editorial Department e una bibbia scrittoria, il Groupon Editorial Manual. Il tono è simile a quello di Rob quasi su tutta la linea, anche se essendoci un acquisto di mezzo il brano dev’essere informale ma non intimo: il lettore «deve sentirsi libero di seguire una storia, e non forzato a condividere o peggio comprare qualcosa». Il concetto è scrivere una pubblicità che non abbia nulla della pubblicità. Accostare cani ad armadi, edicole ad astronavi, treni a pizzerie e vedere cosa succede. Rodari, a ragione, pensava che questa fosse la prima scintilla per raccontare una storia: è la teoria del binomio fantastico illustrata in Grammatica della fantasia (il primo binomio è suo).

[…] il grazioso spam di Groupon ha già avuto l’onore dell’imitazione. «Vanity Fair America» propone un deal scritto da Sofocle: «Contrariamente a recenti articoli in diversi giornali per bambini, seppellire segretamente il corpo di un fratello ammazzato lasciato all’aperto a essere divorato dai lupi non è l’unico modo per essere in forma quest’estate» (per un corso di Pilates). Don DeLillo invece presenta un’offerta di pulizia del viso: «Se il ciclo di Baader-Meinhof di Gwerhard Richter ci ha insegnato qualcosa, è che l’interazione umana è, nella sua forma più basilare, un tipo di terrorismo. Oh, e anche che non saprai mai quando verrai fotografato».

Non so se sia venuto prima Groupon o la famigerata dieta Dukan, ma leggendo il Diario di una dieta Dukan di Serena la Rosa ho sbalordito. L’autrice spiega che iscrivendosi al sito della dieta (e pagando) si riceve tutti i giorni una mail con le “consegne del giorno”. La mail minatoria ha sempre, per finale, una storiella balzana che dovrebbe accendere la motivazione di chi vuole perdere qualche chilo.

Tra gli aborigeni australiani, esisteva un costume primordiale che prendeva di mira il marginale che trasgrediva alle leggi del gruppo. Un giorno, il capo, lo stregone e il “guaritore” andavano a dissotterrare l’osso simbolico,un femore di un santo antenato, venivano davanti alla soglia della sua capanna e,brandendo il temibile osso, proferivano qualche maledizione rituale. Nel breve spazio di una settimana, l’uomo maledetto moriva deperendo interiormente. […] Mi auguro allora che tutto questo rafforzi la sua motivazione.

Uno dei film della mia infanzia è Il mio nome è nessuno. Sono perfettamente conscia di non poter essere obiettiva a proposito, ma me ne infischio: per me è un capolavoro, nella misura in cui è infarcito di scene che mi rapivano quand’ero bambina (Terence Hill sporco di fuliggine, in piedi nella locomotiva che viaggia veloce, mentre mangia fagioli cannellini direttamente dalla padella – per mesi ho rifiutato tutti i legumi che non fossero fagioli cannellini e ho litigato furiosamente con mia madre perché volevo mangiare dalla padella antiaderente col cucchiaio di metallo, graffiandole tutto il set) come anche di significati che a tutt’oggi mi paiono pregnanti e fulgidi (il mucchio selvaggio e la parabola sulla fine del west/fine della giovinezza). L’aneddoto del pulcino è l’unione tra questi due piani: è una favoletta bislacca che spiega esaurientemente una verità puntuale e non troppo ovvia della vita di chiunque, una morale che non a caso viene svelata nel finale del film. Da ragazzina ero ipnotizzata dal racconto di Nessuno, oggi ripeto il finale con l’aria compassata di Beauregard.

NESSUNO: «C’era un uccellino che non sapeva ancora volare. Durante l’inverno, in una notte fredda, ruzzola giù e finisce su un sentiero. Comincia a gridare: “PIO! PIO! PIO!” come un matto. Sta per morire di freddo. Ma, fortuna per lui, ecco che arriva una vacca che pensa di scaldarlo. E così alza la coda e SPLAT! una margherita bella fumante, grossa così. L’uccellino al caldo è tutto contento, allora tira fuori la testolina e ricomincia: “PIO! PIO! PIO!”, più forte di prima. Ma un vecchio coyote lo sente e arriva. Allunga la zampa e lo tira fuori dalla cacca. Lo pulisce per benino e poi se lo ingoia in un solo boccone. Il nonno diceva che la morale c’è, ma che bisogna trovarsela da soli.»

VECCHIO: «A me queste storie di merda mi fanno scoppiare la testa!»

BEAUREGARD: «Tu credi ancora nelle favole, vero?»

NESSUNO: «Eccome.»

Sarà proprio Beauregard a trovare il significato del raccontino, che definisce amaramente «la morale dei tempi nuovi»:

Non tutti quelli che ti buttano della merda addosso lo fanno per farti del male. Non tutti quelli che ti tirano fuori dalla merda lo fanno per farti del bene. Ma soprattutto: quando sei nella merda fino al collo, stai zitto.

Le conclusioni possono essere numerose. Innanzitutto chi usa una storia bizzarra, sfrutta il nonsense o in generale trasla dal linguaggio ordinario a quello informale/simbolico per dire qualcosa (qualunque cosa) aggiunge all’informazione in sé e per sé un livello in più. La comunicazione non è più legata ai contenuti in senso stretto ma al modo in cui sono espressi; è un divertissment e quindi in una certa misura un esercizio di stile a scopo d’intrattenimento. Si potrebbe pensare che la forma del messaggio ne migliori anche il significato: questo è vero solo in alcuni casi (ovvero quando la storia è “solo” una storia: l’oroscopo del vecchio Brezny, che per stessa ammissione dell’autore non ha nessuna validità astrologica – ammesso e non concesso che esista un oroscopo più attendibile di un altro). Ma quando qualcuno ti vuole vendere una marmitta e per farlo paragona le sue sinuosità a quelle di un fiume che potresti raggiungere quando avrai comprato la marmitta e aggiustato la macchina, vuole venderti la stessa marmitta che in un altro negozio ti verrebbe descritta per quello che è: un componente della tua automobile. Sicuramente è più piacevole sentire una storiella edificante che scambiarsi informazioni scarne, ma siamo sicuri che sia sempre la cosa migliore? Non penso sia etico usare la fantasia a scopo di lucro, o per incentivare un dimagrimento dalla dubbia valenza deontologica: in questo caso, anche se il prodotto pubblicizzato è buono, la fregatura c’è comunque – e sta nell’idea che raccontare una favola a un adulto serva a vendergli qualcosa. Che è il ragionamento sottostante a tutte le pubblicità, anche se gli esempi che ho portato provano una particolare breznyzzazione dell’advertisment negli ultimi tempi.
Dukan ha portato milioni di persone ad assumere l’olio di vaselina sentendosi trendy: forse siamo già nella merda fino al collo. O forse, come suggerisce Brezny, dovrei solo farmi una canna e stare tranquilla.

Max Headroom

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