Nord-est, Rumore

Dove sono?

Per essere buono, continua a lavorare.
L.W. 

Non vedevo le nuvole, qui, da troppo tempo. Per me il Friuli era distese di sole, erba e bicicletta: così lo vedevo da lontano. Questi giorni grigi invece sono stati più vicini all’inverno di due anni fa, quando spendevo mattinate al supermercato o in posta sistemando cose stupide e vitali perché mia madre non poteva farlo, e all’ora di pranzo andavo a trovare mio padre in ospedale. Era stanco.

Mio padre era sensibile. Che parola stupida, sensibile. Non descrive com’era. Ad esempio non spiega perché non posso più ascoltare La canzone dell’amore perduto senza piangere. Non per le parole amare. Perché mio padre, cantandola in macchina a me che non l’avevo mai sentita, pianse. Ero piccola.

Ci sono le nuvole e ogni tanto uno sprazzo di sole. Siamo in una bella piazzetta io e Gian, a mangiare un’insalata gigantesca. Udine è così bella, così familiare, liscia, piccolina, viuzze e piazzette, viuzze e piazzette. Mi piace un sacco perché mi ricorda il senso di conforto che mi ha dato due anni fa. L’ultima volta che sono stata qui ero con Gian e avevo in mano le copie della mia tesi di laurea, con la copertina verde speranza smeraldo, lei oggi era vestita di verde, eccetera. Io e Gian siamo diventati amici in un periodo in cui la nostra vita era violenta e inconsapevole. Poi la mia vita ha avuto un arresto con la malattia di mio padre e solo alcuni sono rimasti, a fare con me la stessa vita violenta e inconsapevole di prima, ma anche disposti ad ascoltare. Gian è tra questi. Si beveva e si fumava un sacco. La città perdeva i suoi contorni netti. Una volta ho vomitato in ospedale. I miei amici mi hanno dato della vecchia il giorno della mia laurea, perché non mi sono ubriacata. In realtà ero molto ubriaca quando ho finito la bottiglia di prosecco che mi hanno rifilato per la lettura del papiro, ma mi sono ripresa con la doccia che ho dovuto fare perché Albi mi aveva riempito di uova. Però è vero che poi non ho più bevuto tanto. Battuta d’arresto. Prendersi troppo sul serio. Sto cercando di smettere.

Davanti alla bresaola abbiamo tirato le fila di chi vive ancora in modo violento e inconsapevole, e facce con cui ho vissuto sono riapparse dall’angolino dove le avevo messe. I vecchi coinquilini, veri leoni notturni, impavidi di fronte a ogni sostanza. Ascoltavano musica indie con qualche sprazzo elettronico, ma passavano serate che facevano sembrare la me punk una vera mammoletta. Del resto ero la matricola dell’appartamento: dio, che rito di passaggio è stato quell’anno. Venezia è senza macchine. La cosa peggiore che ti può capitare da sbronzo è cadere in canale. È una città promiscua. Ho provato a spiegarlo a un romano, qualche tempo fa. Venezia è promiscua: le feste si fanno in casa e le calli buttano sudore e ormoni. È impossibile non sentirsi un po’ sopra le righe, in un posto come quello. O forse semplicemente non ci torno da un anno, e voglio dipingerla così? In Friuli ci sono le nuvole, adesso. Nuvole che ridono delle mie magliettine corte e dei miei capelli rasati.

Davanti a una fontana fatta in modo quadrato e friulano ho parlato di rancori con Giampa. Mi ha detto che dovrei fare quello che voglio a testa alta, perché le fregature arrivano senza guardare in faccia nessuno. È difficile capire quello che voglio fare, è difficile capire se il talento esista, quanto si debba sbattere la testa su qualcosa. Quando tornerò a Roma, però, inizierò a fare la libraia. È un lavoro che molti mi hanno detto essere rinfrancante, a me la libreria effettivamente rinfranca, come mi rinfrancano le persone che ci gravitano attorno. Sono tranquille, sorridenti e organizzate. Voglio stare in mezzo ai libri e voglio continuare a lavorare per diventare buona. Voglio continuare a leggere e spremermi per cercare di esprimere cosa fa di un libro un’esperienza. Ilenia qualche giorno fa ha detto che per lei leggere è come passare attraverso a una nuvola, e che spiegare questa sensazione le provoca dolore fisico. Io voglio riuscire ad esprimere quella sensazione senza snaturarla e senza provare o far provare dolore.

I leoni notturni, alcuni di loro, continuano a far vita da leoni, mi ha detto Gian che li ha incontrati. Io ho commentato «ah sì? Sono ancora vivi?» e mi sono resa conto all’improvviso di come quella chiacchierata segnasse il passo. Tra me e Venezia c’è un anno, e in Friuli non c’è sempre il sole e la bicicletta. La parrucchiera mentre mi rasava i capelli mi ha detto «Tu non sei di qui, vero?». È una domanda che mi hanno fatto spesso, in passato, ma stavolta è suonata più definitiva.

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